venerdì 18 aprile 2014

Ricevitori del lotto, istituiti sette codici tributo.

Con la Risoluzione n. 40/E di ieri 16 aprile, l'Agenzia delle Entrate ha istituito sette codici tributo per il versamento con il modello F24 Accise,. I sette codici tributo si riferiscono ad altrettante tipologie di pagamenti, tra queste, sanzioni, recuperi di vincite erroneamente attribuite, incameramento di cauzioni e una tantum terminali. I nuovi codici devono essere inseriti nella “Sezione Accise/Monopoli e altri versamenti non ammessi in compensazione” del modello, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, scrivendo: nel campo “ente”, la lettera “M”; nel campo “provincia”, la sigla della provincia ove ha sede la ricevitoria del lotto tenuta al pagamento; nel campo “codice identificativo”, il CMNR della rivendita/ricevitoria lotto tenuta al versamento.

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Consulenti del Lavoro, contributi previdenziali mediante modello F24.

Dal 3 giugno i Consulenti del Lavoro potranno utilizzare il modello F24 per versare i contributi previdenziali e assistenziali tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, oppure utilizzando quelli bancari e postali, senza spese aggiuntive. E' quanto prevede l'accordo firmato da Agenzia delle Entrate ed Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Consulenti del Lavoro (Enpacl). La convenzione ha durata triennale. I contributi associativi continueranno, intanto, a poter essere versati con modello F24 grazie al rinnovo della convenzione con il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.

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Beni ai soci, la proroga è ufficiale.

Con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate di ieri 16 aprile 2014, è stata stabilita la proroga del termine per l'invio della comunicazione dei beni in godimento ai soci e dei finanziamenti alle imprese. Il termine, inizialmente previsto per il 30 aprile, slitta ora al trentesimo giorno successivo alla scadenza fissata per la presentazione della dichiarazione dei redditi. Pertanto, nel caso di soggetti con esercizio coincidente con l'anno solare, per i quali il termine per la presentazione di UNICO 2014 è il 30 settembre 2014, l'invio della comunicazione dei beni ai soci dovrà avvenire entro il 30 ottobre 2014. Il nuovo termine consente di utilizzare gli elementi che in sede di dichiarazione hanno già concorso alla tassazione del reddito diverso (determinato confrontando il minor corrispettivo pattuito e il valore di mercato del diritto di godimento) per i soggetti che ricevono in godimento beni aziendali e determinato l’indeducibilità dei relativi costi sostenuti per i soggetti concedenti i beni in godimento.

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Premi Inail artigiani con importi già aggiornati al 2014.

L’INAIL, con la Nota n. 2721 dell’11 aprile 2014, ha voluto integrare quanto precisato nella Circolare n. 21/2014, chiarendo che i valori dei premi minimi annuali 2014 dovuti per gli Artigiani (titolari artigiani, soci artigiani, familiari coadiuvanti del titolare artigiano ed associati ad imprenditore artigiano) trovano applicazione anche per le posizioni artigiane in essere ai fini dell’Autoliquidazione 2013/2014 e non solo per le nuove posizioni assicurative. Infatti, il differimento al 16 maggio 2014 del termine dell’autoliquidazione 2013/2014 e del relativo pagamento dei premi, nonché del termine per il pagamento dei premi speciali unitari per i quali non è prevista l’autoliquidazione, ha consentito all’Istituto di tenere conto dei minimali aggiornati già in sede di rata anticipata, evitando il differimento alla regolazione del computo corretto del premio in relazione ai minimali vigenti.


Fonte: Inail

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L’accordo firmato non si tocca: risolve la lite definitivamente.

La Ctr di Firenze, ribaltando il deliberato della Commissione provinciale, ha ribadito il principio di diritto secondo cui l’accertamento definito con adesione è intoccabile e non suscettibile di successivi ripensamenti, tanto da parte del contribuente, che non può impugnarlo, quanto da parte dell’ufficio, che non può integrarlo o modificarlo.
Questo il contenuto della sentenza n. 671/31/2014 del 31 marzo.

I fatti
L’Agenzia delle Entrate di Massa, rilevato lo scostamento dei ricavi dichiarati da una ditta individuale rispetto a quelli risultanti dallo studio di settore, invitava il titolare a comparire, ai fini anche dell’eventuale definizione dell’accertamento con adesione.
A seguito del contraddittorio, ufficio e contribuente sottoscrivevano un atto di adesione.
La ditta, tuttavia, non provvedeva al pagamento – nei tempi e nei modi previsti dall’ordinamento – degli importi liquidati.
L’ufficio emetteva, allora, l’avviso di accertamento, determinando i maggiori ricavi nella misura, peraltro, definita nel concordato.

Il processo di primo grado
Il contribuente ricorreva presso la Ctp di Massa Carrara, contestando i maggiori ricavi e assumendo l’erroneità dell’accertamento, per esclusiva applicazione degli studi di settore, che non avrebbero tenuto conto della specifica realtà aziendale della ditta.
Di contro, l’Amministrazione finanziaria chiedeva la conferma del proprio operato.
La Ctp di Massa Carrara accoglieva parzialmente il ricorso, ritenendo fondate alcune delle ragioni di merito esposte dal contribuente.

L’appello dell’Agenzia
L’Agenzia delle Entrate interponeva appello, censurando la pronuncia del primo grado, per non aver sancito l’intangibilità dell’adesione, preclusiva del successivo ricorso del contribuente e del conseguente sindacato giurisdizionale.
Il contribuente non si costituiva nel giudizio di appello.

Le motivazioni della pronuncia
I giudici toscani, ritenendo fondato l’appello dell’Agenzia, osservano che l’accertamento definito con adesione diventa intoccabile, tanto da parte del contribuente, che non può impugnarlo, quanto da parte dell’ufficio, che non può integrarlo o modificarlo, come prescrive l’articolo 2, comma 3 Dlgs 218/1997.
Infatti, “una volta definito l’accertamento con adesione, mediante la fissazione anche del quantum debeatur, al contribuente non resta che seguire (cioè perfezionare) l’accordo ... essendo normativamente esclusa la possibilità di impugnare simile accordo e ... l’atto impositivo oggetto della transazione”.
In conclusione, i giudici, ritenute assorbite le ulteriori doglianze, confermano l’avviso di accertamento emesso dall’ufficio, “la cui pretesa fiscale, pari al contenuto dell’atto di adesione, deve essere ritenuta pienamente fondata perché accettata dalle parti”.

Osservazioni
L’accertamento con adesione, ai sensi del Dlgs 218/1997, consiste in un accordo tra l’Agenzia delle Entrate e il contribuente, che consente di definire tutte le imposte dovute e di prevenire, di conseguenza, una lite potenziale.
La procedura amministrativa può avere impulso sia dall’ufficio sia dalla parte privata: nel primo caso, l’Amministrazione finanziaria, con un apposito invito a comparire, convoca il contribuente al fine di concordare il rapporto tributario, ancor prima di procedere alla notifica di un avviso di accertamento. Qualora il contribuente non intenda aderire o non dia corso all’invito, l’Agenzia delle Entrate notifica, successivamente, l’avviso di accertamento.
Nelle altre ipotesi, ex articoli 6 e 12 del Dlgs 218/1997, il contribuente, nei cui confronti siano stati effettuati accessi, ispezioni e verifiche, ovvero abbia ricevuto la notifica di un avviso di accertamento non preceduto dall’invito a comparire, di cui agli articoli 5 e 11 dello stesso decreto, può autonomamente attivare il procedimento di adesione, mediante un’istanza in carta libera.

L’accordo conclusivo viene formalizzato con uno specifico atto di adesione, sottoscritto dal direttore dell’ufficio o da un suo delegato e dal contribuente o da un suo rappresentante, contenente per ogni tributo oggetto di adesione tutti gli elementi e i motivi che hanno portato alla definizione, nonché la liquidazione delle imposte, sanzioni (ridotte a un terzo del minimo e riparametrate alle nuove imposte dovute) e interessi, eventualmente dovuti.

La pronuncia della Ctr conferma l’intangibilità della pretesa tributaria pattuita, con consequenziale preclusione al giudice di modifica del concordato.
In tal senso, viene recepito l’insegnamento della Corte suprema, secondo cui “una volta che sia stato definito l'accertamento con adesione … al contribuente non resta che eseguire l'accordo … risultando normativamente esclusa la possibilità di impugnare simile accordo e, a maggior ragione, l'atto impositivo oggetto della transazione, il quale conserva efficacia, ma solo a garanzia del Fisco, sino a quando non sia stata interamente eseguita l'obbligazione scaturente dal concordato. È, quindi, inammissibile il ricorso contro l'avviso di accertamento proposto dopo la firma del concordato fiscale” (cfr Cassazione, pronunce nn. 10086/2009, 18962/2005 e 20732/2010).


Fonte: Agenzia Entrate

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Registrazione del comodato di terreni.

Il contratto di comodato d’uso gratuito di terreno redatto con scrittura privata autenticata deve essere registrato? Se sì, quanto si deve pagare?

Con il contratto di comodato, una parte (comodante) consegna a un’altra (comodataria) una cosa (bene mobile o immobile) perché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituirla (articolo 1803 del codice civile). Il contratto di comodato di beni immobili redatto in forma scritta è sempre soggetto a registrazione in termine fisso, indipendentemente dalla forma (atto pubblico o scrittura privata autenticata o non autenticata) con cui lo stesso sia stato redatto (risoluzione 14/E del 2001). L’obbligo di registrazione discende direttamente dalla natura dei beni oggetto del contratto che, pertanto, sconterà l’imposta fissa di 200 euro (articolo 5, comma 4, della Tariffa, parte I, allegata al Dpr 131/1986).


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi da deducibilità Irap al Centro operativo di Venezia.

Una nuova competenza è attribuita dal provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 17 aprile al Centro operativo di Venezia.
Si tratta del controllo dei rimborsi richiesti, in via telematica, dalla società partecipanti al consolidato che si sono avvalse dalla possibilità di dedurre l’Irap dalle imposte sui redditi.

L’attività viene attribuita al Centro operativo di Venezia in base a quanto stabilito dall’articolo 28, comma 2, del Dl 78/2010: “le attività di controllo e di accertamento realizzabili con modalità automatizzate sono incrementate e rese più efficaci attribuendone la effettuazione ad apposite articolazioni dell’Agenzia delle Entrate, con competenza su tutto o parte del territorio nazionale, individuate con il Regolamento di amministrazione”. Il Regolamento dell’Agenzia delle Entrate individua appunto i Centri operativi.

Il Centro provvede a effettuare la verifica della correttezza dell’esito della liquidazione automatizzata ed emette gli atti che riconoscono o negano la spettanza dei rimborsi. Le posizioni da verificare vengono segnalate sulla base di apposite liste elaborate in via centralizzata.

Nelle eventuali controversie riguardanti gli atti emessi dal Co di Venezia interverrà la Commissione tributaria provinciale nella cui circoscrizione ha sede l’ufficio al quale spettano le attribuzioni sul tributo controverso, che sarà parte del processo dinanzi alle Commissioni tributarie.

Il provvedimento odierno conferma la possibilità per gli uffici territorialmente competenti, laddove questi dispongano dei necessari elementi conoscitivi, di emettere direttamente gli atti di conferma o diniego dei rimborsi, previo coordinamento con il Centro operativo.


Fonte: Agenzia Entrate

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Nuova mediazione tributaria.

Via libera all’istituto deflativo che risolve le “mini-liti” fiscali senza ricorrere al giudice. Per la Consulta, sono inammissibili le questioni sollevate da alcune Commissioni tributarie provinciali in merito alla legittimità dell’istituto introdotto per prevenire ed evitare il contenzioso e risolvere senza andare in giudizio e applicabile agli atti dell’Agenzia delle Entrate di valore fino a 20mila euro, notificati dal 2 aprile 2012,.
Così si è espressa la Corte costituzionale, con la sentenza n. 98 del 16 aprile 2014.

A trovare accoglimento da parte della Corte è stata la sola censura relativa alla disposizione che prevedeva “l’inammissibilità” dei ricorsi depositati in Ctp prima della conclusione del procedimento di mediazione.
Disposizione, peraltro, modificata dall’ultima legge di stabilità. Infatti, per gli atti ricevuti dal contribuente a partire dal 2 marzo scorso, in caso di deposito del ricorso prima dei 90 giorni dall’istanza di mediazione, l’Agenzia delle Entrate può eccepire l’improcedibilità. Se il giudice la rileva, rinvia la trattazione per consentire la mediazione.

Non ci sono quindi rilievi di incostituzionalità per la mediazione tributaria, l’istituto deflattivo del contenzioso che risolve nella maggior parte dei casi le liti fiscali di valore fino a 20mila euro senza arrivare davanti al giudice, con conseguenti risparmi di tempo e costi sia per il contribuente sia per l’Amministrazione finanziaria.
In diciotto mesi – da aprile 2012 a ottobre 2013 – sono state avviate 125mila mediazioni, di cui circa 72mila sono state chiuse trovando un accordo fra le parti. Numeri che fanno registrare un indice di definizione di oltre il 57%. Quasi il 97% delle richieste di mediazione si chiude in 90 giorni: un risultato significativo anche in termini di celerità dell’azione amministrativa, che incide positivamente sull’intera gestione del contenzioso tributario, riducendo il tasso di “litigiosità”.
Il numero dei ricorsi presentati in commissione tributaria è stimato in discesa di quasi 39 punti percentuali in due anni, passando dagli oltre 159mila del 2011 a meno di 100mila del 2013. La diminuzione considerevole del contenzioso si registra soprattutto sulle liti fino ai 20mila euro, cioè proprio quelle interessate (e probabilmente risolte) dalla mediazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Infermieri e assistenti sanitari: i contributi viaggiano nell’F24.

Firmata da Agenzia Entrate ed Enpapi la convenzione che consente a chi esercita attività libero professionale di utilizzare il modello F24 per pagare all’Ente i contributi previdenziali e assistenziali, direttamente online o tramite i servizi bancari e postali. L’Agenzia, a breve, provvederà a definire specifici codici tributo.

Dal prossimo 3 giugno anche gli infermieri e gli assistenti sanitari che esercitano attività libero professionale in forma singola o associata, anche sotto forma di prestazione non abituale o collaborazione coordinata e continuativa, potranno utilizzare il modello F24 per pagare i contributi previdenziali e assistenziali ed effettuare, quindi, con un’unica operazione il versamento delle somme dovute e anche utilizzare eventuali crediti tributari in compensazione.

Agenzia delle Entrate ed Ente nazionale di Previdenza e Assistenza della professione infermieristica (Enpapi) hanno infatti firmato una convenzione che prevede la possibilità di utilizzare il modello di pagamento unificato ed effettuare così i versamenti dovuti direttamente online, tramite il sito dell’Agenzia, o utilizzando i servizi bancari e postali, senza spese aggiuntive.
L’Agenzia provvederà a breve, su richiesta dello stesso Ente, a definire i codici tributo da indicare nell’F24.

L’accordo, valido per il triennio 2014-2017, rientra nelle previsioni del Dm 10 gennaio 2014, che ha riconosciuto agli Enti previdenziali di categoria dei professionisti che ne fanno richiesta la possibilità di riscuotere i contributi tramite F24, e segue quella firmata nei giorni scorsi con l’Ente nazionale di Previdenza dei consulenti del lavoro (Enpacl).

L’intesa Entrate-Enpapi è il frutto di una analisi degli aspetti amministrativi e finanziari della procedura di riscossione dei contributi tramite F24, che ha condotto alla stesura di un testo condiviso che risponde alle esigenze dei professionisti.
Da una parte gli infermieri professionali potranno utilizzare l’agevole sistema dei versamenti unitari, dall’altra l’Ente potrà ottenere informazioni con maggiore tempestività e adottare quindi misure di controllo più immediate ed efficienti.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 17 aprile 2014

Imposta unica sulle scommesse: i codici tributo per l’F24 Accise.

Il bonus Irpef previsto da Renzi per gli incapienti spetterà anche per colf e badanti, per le quali le famiglie opereranno come dei veri e propri sostituti d'imposta, anticipando al lavoratore il "credito" spettante e lo recupereranno al momento di versare i contributi trimestrali all'Inps. È questa l'ipotesi a cui sta lavorando il Governo Renzi nell'ambito del decreto "taglia-cuneo" atteso per il prossimo venerdì 18 aprile. L'approvazione del Documento di Economia e Finanza da parte del parlamento è, invece, attesa per domani.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Abuso di diritto con elusione se l’operazione è antieconomica.

La Corte ribadisce il fondamentale principio in base al quale, in materia tributaria, il divieto di abuso del diritto (Cass. n. 30055/2008, n. 10257/2008, n. 8772/2008, n. 20398/2005, n. 1372/2011) si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici. Esso comporta l’inopponibilità del negozio all’Amministrazione finanziaria, per ogni profilo di indebito vantaggio tributario che il contribuente pretenda di far discendere dall’operazione elusiva, anche diverso da quelli tipici eventualmente presi in considerazione da specifiche norme antielusive entrate in vigore in epoca successiva al compimento dell’operazione ed è onere del contribuente di provare i presupposti di fatto, legittimanti l’applicazione dello speciale regime (Cass. n. 14381/2007, 13559/2007, SS.UU. n. 27619/2006 e n. 30057/2008).

Ordinanza n. 7300 del 27 marzo 2014 (udienza  5 marzo 2014)
Cassazione civile, sezione VI – 5 – Pres. Cicala Mario – Est. Di blasi Antonino
Divieto di abuso del diritto – Principio generale antielusivo – Definizione – Inopponibilità degli atti all’Amministrazione finanziaria – Inopponibilità anche degli atti atipici - Onere del contribuente di provare i presupposti di fatto che legittimano il regime speciale

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Regime fiscale di vantaggio: età di accesso.

Ho 41 anni e sto per intraprendere un'attività come libera professionista. Posso usufruire del regime fiscale dei "nuovi minimi"?

Non sono previsti limiti di età per l’accesso al regime di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità (articolo 27, commi 1 e 2, Dl 98/2011). Come regola generale, le persone fisiche che intraprendono un’attività di lavoro autonomo o di impresa, possono, indipendentemente dalla loro età, se in possesso dei requisiti di legge, fruire del regime per il periodo di imposta in cui è iniziata l’attività e per i quattro successivi. I contribuenti sotto i 35 anni di età possono, invece, continuare a usufruire del regime di vantaggio anche oltre i cinque anni, fino al compimento del trentacinquesimo anno di età (provvedimento Agenzia delle Entrate del 22/12/2011).


Fonte: Agenzia Entrate

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Cessione azienda: prima il listino, poi la redditività, ed ecco il prezzo.

Con contratto di cessione d’azienda stipulato il 17 giugno 2004, la società A acquistava dalla società B l’azienda, costituita da un ristorante, per un prezzo dichiarato in atto pari a complessivi 300mila euro, di cui 190mila versati come corrispettivo per l’avviamento commerciale.

L’Agenzia delle Entrate, con un avviso di rettifica, rideterminava tale corrispettivo in 859.534 euro, accertava il valore dell’azienda ceduta in 969.534 euro e procedeva alla liquidazione della maggiore imposta di registro dovuta pari a 20.086 euro, oltre a interessi e sanzioni.
La società acquirente impugnava l’atto in Commissione tributaria provinciale, la quale rigettava il ricorso confermando la legittimità dell’operato dell’ufficio.

La contribuente, allora, presentava appello e la Commissione tributaria regionale, in accoglimento del ricorso, rideterminava il valore dell’avviamento (dell’azienda ceduta) in 100.376 euro, ritenendo pertanto congruo il corrispettivo dichiarato in atto (190mila euro). In particolare, ha ritenuto applicabile al caso concreto l’articolo 2, comma 4, del Dpr 460/1996, il quale espressamente prevede che “Per le aziende e per i diritti reali su di esse il valore di avviamento è determinato sulla base degli elementi desunti dagli studi di settore o, in difetto, sulla base della percentuale di redditività applicata alla media dei ricavi accertati o, in mancanza, dichiarati ai fini delle imposte sui redditi negli ultimi tre periodi d'imposta anteriori a quello in cui è intervenuto il trasferimento, moltiplicata per 3. La percentuale di redditività non può essere inferiore al rapporto tra il reddito d'impresa e i ricavi accertati o, in mancanza, dichiarati ai fini delle stesse imposte e nel medesimo periodo. Il moltiplicatore è ridotto a 2 nel caso in cui emergano elementi validamente documentati e, comunque, nel caso in cui ricorra almeno una delle seguenti situazioni: a) l'attività sia stata iniziata entro i tre periodi d'imposta precedenti a quello in cui è intervenuto il trasferimento; b) l'attività non sia stata esercitata, nell'ultimo periodo precedente a quello in cui è intervenuto il trasferimento, per almeno la metà del normale periodo di svolgimento della attività stessa; c) la durata residua del contratto di locazione dei locali, nei quali è svolta l'attività, sia inferiore a dodici mesi”.

Contro la pronuncia del secondo grado di merito, l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidandolo a due motivi:
violazione e falsa applicazione dell’articolo 51 del Dpr 131/1986 e dell’articolo 2 del Dpr 460/1996, in quanto il giudice d’appello avrebbe fatto cattiva applicazione del disposto di quest’ultima norma avendo utilizzato, quale parametro di calcolo, la “media degli utili operativi” della società cedente nell’ultimo triennio, in luogo della “media dei ricavi” dichiarati e/o accertati nel medesimo periodo di riferimento, così come effettivamente previsto dall’articolo in esame
vizio di insufficiente motivazione circa fatti controversi e decisivi del giudizio, in relazione all’articolo 360, comma 1, n. 5), cpc, in merito alla valutazione di inattendibilità, da parte della Ctr, del listino al quale l’Amministrazione aveva fatto riferimento per la stima della redditività, nella misura del 90%, ai fini del calcolo del valore dell’avviamento.
Dall’altro lato, la società ha resistito con controricorso, illustrando le proprie difese con un’ulteriore memoria.

La decisione
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 7324/2014, ha proceduto a un esame separato dei motivi di impugnazione suindicati.

Il primo veniva ritenuto fondato in quanto, in linea generale, il calcolo effettuato dalla Ctr avrebbe, di fatto, stravolto il criterio previsto dalla norma (articolo 2, comma 4, Dpr 460/1996).
In particolare, secondo il giudice di legittimità, non avrebbe alcun senso – se non si adottasse, quale criterio-base di riferimento, la media dei ricavi dell’ultimo triennio – l’applicazione, sulla stessa, della percentuale di redditività dell’attività d’impresa. E infatti, la Ctr, limitandosi a moltiplicare per tre il valore della media degli utili operativi dell’ultimo triennio, giungeva a un risultato palesemente ingiustificato, in quanto inferiore di quasi la metà al corrispettivo dichiarato dell’avviamento nell’atto di compravendita.

Inoltre, la Cassazione ha affermato che la società non poteva dedurre un’ulteriore eccezione di illegittimità dell’avviso di rettifica e liquidazione impugnato, in ragione della presenza di studi di settore quale condizione ostativa all’applicazione del criterio di calcolo previsto dalla disposizione in argomento (criterio peraltro richiamato dalla stessa società in sede di prima impugnazione dell’avviso, ove il suo calcolo fosse risultato più favorevole).

Pertanto, dice la Corte suprema, in merito a questo motivo di impugnazione, il giudice di merito si dovrà attenere al seguente principio di diritto “Ai fini del calcolo del valore di avviamento commerciale quale parte del corrispettivo di cessione d'azienda, per la determinazione della base imponibile dell'imposta di registro, ex artt. 51 del DPR 131/86 e 2 co. 4 del DPR 460/96, deve applicarsi la percentuale di redditività ritenuta congrua dal giudice alla media dei ricavi (e non degli utili operativi) accertati o, in mancanza dichiarati ai fini delle imposte sui redditi negli ultimi tre periodi di imposta anteriori a quello in cui è intervenuto il trasferimento applicando di seguito il moltiplicatore previsto dalla norma”.

Anche il secondo motivo viene accolto, in quanto la Ctr è incorsa nel vizio di insufficiente motivazione, perché non ha fornito puntuale delucidazione circa la ritenuta inattendibilità dei valori esposti nel listino di Milano e provincia – ricordando, tra l’altro, che esso, pur non possedendo i crismi di una certificazione legale, costituisce il risultato di rilevazioni di mercato compiute dalle associazioni di agenzie che gestiscono il mercato dei complessi immobiliari e aziendali ubicati nel territorio.

Poi, a giudizio della Cassazione, appare insufficiente il generico richiamo a una crisi di redditività delle attività commerciali ubicate nella zona, quella dei Navigli, e in particolare a quella incombente sull’azienda venduta, con riferimento alla necessità di aver effettuato operazioni di riconversione produttiva aggravate dalla perdurante situazione di lavori di ristrutturazione, non ultimati, nella medesima zona dei Navigli; condizione, come afferma la Ctr, nota “… a chi conosce Milano”.
In relazione a tale ultima affermazione, per la Corte “Si tratta, evidentemente, della dilatazione del ricorso al fatto notorio oltre i limiti entro i quali esso è idoneo a derogare al principio dispositivo delle prove, quale fatto acquisito alle conoscenze della collettività secondo la comune esperienza di questa (si vedano, in proposito, oltre a Cass. civ. sez. trib. 28 febbraio 2008, n. 5232, in senso conforme, più di recente, Cass. civ. sez. II 31 maggio 2010, n. 13234; Cass. civ. sez. trib. 5 ottobre 2012, n. 16959)”.

In conclusione, la valutazione dei cespiti immobiliari e aziendali insistenti sulla zona interessata (dei Navigli) richiede il preventivo accertamento dei rispettivi valori di stima, così come determinati dai comuni valori di mercato inseriti negli appositi listini immobiliari.


Fonte: Agenzia Entrate

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Consulenti del lavoro: in F24 anche i contributi previdenziali.

Accordo raggiunto tra Agenzia delle Entrate ed Ente nazionale di Previdenza e Assistenza dei consulenti del lavoro (Enpacl). Dal prossimo 3 giugno, gli iscritti all’Ente potranno versare i propri contributi con il modello F24: direttamente on line, utilizzando i servizi telematici dell’Amministrazione finanziaria, oppure presso gli sportelli di banche o poste.

L’Enpacl è uno dei venti istituti “autorizzati” ad accedere, su richiesta, al sistema dei versamenti unitari di contributi previdenziali e assistenziali, con compensazione di eventuali crediti tributari (articolo 17, Dlgs 241/1997). La lista dei possibili beneficiari era stata messa a punto dal decreto Mef del 10 gennaio 2014.

I punti cardine dell’accordo
La convenzione disciplina i compiti spettanti alle parti.
L’Agenzia riscuote i contributi versati con l’F24 ed entro nove giorni lavorativi comunica all’Enpacl i dati relativi alle operazioni di riscossione. Poi, entro il giorno 10 del mese successivo a quello di elaborazione dei dati, dopo aver effettuato gli opportuni aggiustamenti contabili, trasmette le informazioni epurate dei versamenti annullati su richiesta degli intermediari della riscossione, per errori di rendicontazione, o degli iscritti. Le somme riscosse saranno riversate tempestivamente.
Resta invece di competenza dell’Enpacl il servizio di assistenza ai propri iscritti nella compilazione della delega di pagamento unificato.
La convenzione, valida per tre anni, comincerà a esplicare i suoi effetti dal prossimo 3 giugno.

Intanto, grazie al rinnovo della convenzione con il Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, anche i contributi associativi continueranno ad arrivare tramite l’F24.

In tal modo, i professionisti potranno utilizzare un’unica modalità per versare le quote associative e i contributi previdenziali, mentre l’Enpacl e l’Ordine professionale avranno a disposizione, in modo tempestivo, tutte le informazioni utili per adottare misure di controllo più immediate ed efficienti.


Fonte: Agenzia Entrate

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Sette codici per sette motivazioni: destinatari i ricevitori del lotto.

Arrivano in sette, tutti a uso e consumo dei concessionari del gioco del lotto, per versare, con il modello F24 Accise, importi relativi alla gestione delle ricevitorie.
Si tratta dei nuovi codici tributo istituiti con la risoluzione 40/E del 16 aprile.

Sette codici, quindi, per altrettante tipologie di pagamenti, tra queste, sanzioni, recuperi di vincite erroneamente attribuite, incameramento di cauzioni e una tantum terminali.

Eccoli nel dettaglio:
“5372” (sanzioni amministrative e interessi per ritardati versamenti dei proventi del gioco del lotto)
“5373” (sanzioni disciplinari e pecuniarie)
“5374” (recuperi per scontrini annullati, o pagati, non allegati al rendiconto settimanale, vincite indebitamente pagate dal ricevitore)
“5375” (incameramento cauzione, a titolo di risarcimento per interruzione rapporto concessorio, conseguente la revoca della ricevitoria lotto, per ritardati versamenti dei proventi del gioco e del corrispettivo una tantum per i terminali del lotto o per rinuncia alla gestione)
“5376” (incameramento cauzione, a titolo di proventi erariali diversi, per omessi versamenti dei proventi del gioco del lotto)
“5377” (corrispettivo una tantum per terminali lotto)
“5378” (diritti di scritturazione stipula contratti di attivazione ricevitorie lotto).
I nuovi codici devono essere inseriti nella “Sezione Accise/Monopoli e altri versamenti non ammessi in compensazione” del modello, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, scrivendo: nel campo “ente”, la lettera “M”; nel campo “provincia”, la sigla della provincia ove ha sede la ricevitoria del lotto tenuta al pagamento; nel campo “codice identificativo”, il CMNR della rivendita/ricevitoria lotto tenuta al versamento.
La risoluzione fornisce ulteriori indicazioni. In caso di utilizzo dei codici “5372”, “5373” e “5374”, nei campi “mese” e “anno di riferimento” devono essere indicati quelli in cui è stato emesso il provvedimento di richiesta del pagamento.
Inoltre, a proposito del “5372”, in caso di versamento frazionato, nel campo “rateazione” va specificato il numero della rata in pagamento e quello complessivo delle quote in cui è stato suddiviso il debito (ad esempio, “0104” se si versa la prima di quattro rate; se il versamento è in un’unica soluzione, si scrive “0101”).
Infine, per i codici “5375”, “5376” e “5377”, il “mese” e l’“anno di riferimento” sono quelli in cui si effettua il pagamento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Comunicazione dei beni ai soci: cambiano i termini di presentazione.

Le comunicazioni all’Anagrafe tributaria dei dati riguardanti i beni dell’impresa concessi in godimento a soci o familiari e dei soci o familiari dell’imprenditore che effettuano finanziamenti o capitalizzazioni nei confronti dell’impresa andranno effettuate entro il trentesimo giorno successivo alla data di scadenza per la presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta in cui i beni sono concessi o permangono in godimento e i finanziamenti o le capitalizzazioni sono stati ricevuti.
I nuovi termini di trasmissione sono contenuti nel provvedimento del 16 aprile, firmato dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, che modifica la scadenza del 30 aprile, precedentemente fissata dal provvedimento del 2 agosto 2013.

Chi deve effettuare la comunicazione
Questi i contribuenti interessati dall’adempimento e l’oggetto della comunicazione:
coloro che esercitano attività d’impresa, sia in forma individuale che collettiva, devono comunicare i dati relativi ai soci o familiari dell’imprenditore che hanno concesso all’impresa, nell’anno d’imposta precedente, finanziamenti o capitalizzazioni per un importo complessivo, per ciascuna tipologia di apporto, pari o superiore a 3.600 euro
coloro che esercitano attività d’impresa, sia in forma individuale che collettiva, devono comunicare i dati dei soci e dei familiari dell’imprenditore che hanno ricevuto in godimento beni dell’impresa, nel caso in cui sussista una differenza tra il corrispettivo annuo relativo al godimento del bene e il valore di mercato del diritto di godimento, con riferimento all’anno d’imposta precedente. In alternativa, può provvedervi lo stesso socio o familiare che ha ricevuto il bene in godimento.
La previsione di trenta giorni successivi rispetto al momento della presentazione della dichiarazione annuale dei redditi consente l’utilizzo di elementi che al momento della dichiarazione hanno già concorso alla tassazione del reddito diverso (determinato confrontando il minor corrispettivo pattuito e il valore di mercato del diritto di godimento), per coloro che ricevono in godimento beni aziendali, e determinato l’indeducibilità dei relativi costi sostenuti, per i concedenti i beni in godimento.
La soluzione adottata, inoltre, consente di evitare la concentrazione in un’unica scadenza dell’adempimento dichiarativo e di quello comunicativo.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 16 aprile 2014

Modello Ftt in versione editabile italiana e inglese.

Sono state rese disponibili, sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, le versioni editabili, in italiano e in inglese, del modello “Ftt” (Financial transaction tax). Il modello, approvato con provvedimento del 27 dicembre 2013, è utilizzato per comunicare i dati sui trasferimenti di proprietà di azioni e altri strumenti partecipativi e sui derivati, ai fini dell’applicazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie. La comunicazione deve essere inviata telematicamente entro il 31 marzo di ogni anno. Entrambe le versioni del modello sono corredate delle loro istruzioni e dei relativi allegati.

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Società tra professionisti, rileva garantire i due terzi dei voti.

Nello Studio d'impresa n. 224-2014/I del 3 aprile 2014, il Consiglio nazionale del Notariato è intervenuto a fornire chiarimenti su questioni applicative relative alle società tra professionisti (Stp), finora rimaste poco chiare ad un anno dall'entrata in vigore della norma istitutiva (articolo 10, Legge 183/2011). In particolare, viene precisato che, in tali società, non è importante che i soci professionisti siano meno dei due terzi dei soci (nelle società di persone) o che abbiano meno dei due terzi del capitale (nelle società di capitali): ciò che rileva è, invece, che ci siano clausole statutarie per garantire i due terzi dei voti ai soci professionisti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Antiriciclaggio senza limite al contante nel caso di scudo fiscale.

Con un provvedimento notificato lo scorso fine settimana, il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha affermato che i limiti all'uso del contante previsti dalla normativa antiriciclaggio non si applicano quando la società fiduciaria paga l'imposta straordinaria dello scudo fiscale per conto del cliente. Con tale interpretazione, il Mef segna una svolta importante nella lettura, finora abbastanza problematica, dell'applicazione combinata della normativa antiriciclaggio di cui al D. Lgs. n. 231/2007 e del terzo scudo fiscale (Legge n. 102/2009). Era stata la stessa circolare n. 45/2010 delle Entrate a spiegare che per usufruire dello scudo «è necessario che il patrimonio sia affidato» in toto alla gestione di un intermediario residente, almeno nel caso di rimpatrio "giuridico". Se il bene uscisse dal circuito della fiduciaria e tornasse nella disponibilità del contribuente, anche solo per adempiere all'imposta, quest'ultimo perderebbe istantaneamente gli effetti benefici dello scudo.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Beni ai soci, possibile proroga della comunicazione a fine ottobre.

Si delinea sempre più una possibile proroga del termine del 30 aprile per la comunicazione dei beni concessi in uso ai soci ed ai familiari nel corso del 2013. La nuova scadenza potrebbe essere il 31 ottobre, dopo l'invio di Unico. Il provvedimento che proroga la scadenza sembrerebbe già alla firma e, quindi, potrebbe essere emanato a breve, considerati anche i pochi giorni di tempo rimasti fino alla fine del mese, considerando altresì che ci sono le festività pasquali ed i "ponti" del 25 aprile e 1° maggio. La proroga era stata richiesta nelle scorse settimane dalle rappresentanze dei professionisti e delle associazioni di categoria, che hanno fatto rilevare che la comunicazione non era possibile entro il 30 aprile in quanto era necessario prima rilevare la presenza di un reddito diverso in UNICO derivante da un'eventuale concessione a valori inferiori a canoni di mercato.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Ristrutturazioni edilizie: condominio e ritenute.

La ritenuta del 4% sulle fatture per lavori di ristrutturazione edilizia è fatta dalla banca al momento di accredito del pagamento, o deve versarla l'amministratore del condominio con F24?

Banche e Poste devono operare una ritenuta a titolo di acconto dell’imposta dovuta dall’impresa che effettua i lavori sul bonifico disposto dai contribuenti per beneficiare della detrazione d'imposta (articolo 25 del Dl 78/2010); dal 6 luglio 2011, la ritenuta è pari al 4%. Inoltre, il condominio, in qualità di sostituto di imposta, è tenuto a operare anche la ritenuta di acconto del 4% sui corrispettivi dovuti per prestazioni relative a contratti d’appalto di opere o servizi (articolo 25-ter del Dpr 600/1973). In tale ipotesi, però, andrà applicata la sola ritenuta del 4% prevista dal Dl 78/2010, avente carattere speciale, che sarà operata da banche e Poste; ciò per evitare un doppio prelievo alla fonte sui compensi percepiti da imprese e professionisti, che effettuano prestazioni di servizi o cessioni di beni per interventi di ristrutturazione edilizia o di riqualificazione energetica. Pertanto, i condomini che, per avvalersi delle agevolazioni fiscali, effettuano i pagamenti mediante bonifici bancari o postali, non dovranno operare su tali somme le ritenute ordinariamente previste dal Dpr 600/1973 (circolare 40/E del 2010).


Fonte: Agenzia Entrate

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Termine denuncia di successione: decorrenza dalla maggiore età.

Nella sentenza 841/2014, Cassazione affronta e risolve la questione interpretativa concernente la decorrenza del termine per la presentazione della dichiarazione di successione da parte dell’erede quando la relativa eredità sia stata accettata con beneficio d’inventario nel momento in cui lo stesso era minorenne.

La Suprema corte, per individuare la decorrenza del termine di sei (ora dodici) mesi fissato dall’articolo 31 del Dlgs n. 346 del 1990, per la presentazione della dichiarazione di successione in caso di intervenuta accettazione con beneficio di inventario in nome di un minore, prende le mosse dalla disamina delle disposizioni del codice civile, addivenendo a una lettura combinata delle stesse con la norma tributaria.

In particolare, il Collegio giudicante prende in considerazione l’articolo 471 cc, che vieta l’accettazione delle eredità devolute a minori se non con il beneficio dell’inventario. Esamina poi l’articolo 489, che prevede che “I minori, gli interdetti e gli inabilitati non s'intendono decaduti dal beneficio d'inventario se non al compimento di un anno dalla maggiore età o dal cessare dello stato d'interdizione o d'inabilitazione”.
I Supremi giudici coordinano poi tale ultima previsione normativa con il disposto della lettera d) del comma 2 dell’articolo 31 del Dlgs n. 346/1990, che fissa la decorrenza del termine per la presentazione della dichiarazione di successione per l’eredità accettata con beneficio di inventario dalla scadenza del termine per la formazione dell'inventario.
La Corte conclude statuendo che, poiché il termine per la presentazione della dichiarazione di successione non comincia a decorrere fino a quando non scade quello legalmente stabilito per la formazione dell'inventario e, poiché per i minori detto termine viene a scadere solo dopo un anno dal raggiungimento della maggiore età, il termine per presentare la dichiarazione di successione per il minore nel cui interesse l’eredità è stata accettata con beneficio di inventario decorre dall’anno successivo al compimento della maggiore età.

Tale conclusione appare in linea con la ratio delle disposizioni civilistiche e tributarie richiamate anche perché, come evidenziato nella sentenza in rassegna, non scattando fino all'anno dal raggiungimento della maggiore età il termine per la redazione dell'inventario, ove l'eredità sia stata accettata in nome del minore ai sensi dell'articolo 471 cc, questi, fino al compimento di detto termine, conserva il diritto di evitare la responsabilità ultra vires e di rinunziare all'eredità in caso di mancata redazione dell'inventario da parte del proprio legale rappresentante.
Sulla necessità del coordinamento delle norme tributarie in materia di successione con quelle civilistiche si veda anche Cassazione 9 giugno 2010, n. 13856; idem, Cassazione 7 febbraio 2013, n. 2899. Sulla questione del termine per il minore per accettare l’eredità si veda, invece, Cassazione 4 marzo 2011, n. 5211.


Fonte: Agenzia Entrate

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Imposta unica sulle scommesse: ecco i codici per l’F24 Accise.

Con la risoluzione 39/E del 15 aprile, per consentire il versamento, tramite l’F24 Accise, dell’imposta unica sulle scommesse a distanza a quota fissa, con modalità di interazione diretta tra singoli giocatori, delle sanzioni e relativi interessi, nonché delle somme dovute a seguito del controllo automatizzato, sono stati istituiti i codici tributo:
- “5352” (imposta), “5353” (interessi), “5354” (sanzione per ritardato versamento)
- “5355” (imposta), “5356” (interessi), “5357” (sanzione per ritardato versamento), per le somme di competenza della regione Sicilia
- “5358” (sanzione), “5359” (interessi di mora), “5360” (sanzione, somme di competenza della regione Sicilia), “5361” (interessi di mora, somme di competenza della Regione Sicilia), in caso di ravvedimento.
I codici tributo devono essere esposti nella “Sezione Accise/Monopoli e altri versamenti non ammessi in compensazione” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, indicando: nel campo “ente”, la lettera “M”; nel campo “codice identificativo”, il codice concessione (se non è presente, 999999); nel campo “mese”, il mese cui si riferisce il pagamento; nel campo “anno di riferimento”, l’anno d’imposta per cui si effettua il pagamento.

Invece, per il versamento, sempre mediante il modello F24 Accise, delle somme dovute a seguito del controllo automatizzato dell’imposta unica sulle scommesse a distanza a quota fissa, con modalità di interazione diretta tra i singoli giocatori, nonché delle somme rateizzate sono stati istituiti anche i seguenti codici tributo:
- “5362” (imposta e interessi), “5363” (sanzioni)
- “5364” (imposta e interessi), “5365” (sanzioni), per le somme di competenza della regione Sicilia.
I codici tributo dovranno essere esposti nella “Sezione Accise/Monopoli e altri versamenti non ammessi in compensazione” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, indicando: nel campo “ente”, la lettera “M”; nel campo “provincia”, la sigla della provincia in cui ha sede l’ufficio che ha emesso la comunicazione di irregolarità; nel campo “codice identificativo”, il codice concessione (se non è presente, 999999); nel campo “rateazione”, in caso di versamento rateale, il numero della rata (in caso di pagamento in unica soluzione, scrivere 0101); nel campo “anno di riferimento”, l’anno d’imposta cui si riferisce la liquidazione automatizzata; nel campo “codice atto”, il codice dell’atto assegnato dall’ufficio che lo ha emesso.

Infine, per versare le somme dovute in caso di accertamento, sono stati istituiti i seguenti codici tributo:
- “5366” (imposta), “5367” (interessi), “5368” (sanzioni)
- “5369” (imposta), “5370” (interessi), “5371” (sanzioni), per le somme di competenza della regione Sicilia.
I codici tributo vanno esposti nella “Sezione Accise/Monopoli e altri versamenti non ammessi in compensazione” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, indicando: nel campo “ente”, la lettera “M”; nel campo “provincia”, la sigla della provincia ove ha sede l’ufficio che ha emesso l’avviso di accertamento; nel campo “codice identificativo”, il codice concessione (se non è presente, 999999); nel campo “rateazione”, in caso di versamento in forma rateale, il numero della rata nel formato (in caso di pagamento in unica soluzione, va scritto 0101); nel campo “anno di riferimento”, l’anno d’imposta cui si riferisce la violazione contestata; nel campo “codice atto”, il codice dell’atto assegnato dall’ufficio che lo ha emesso.


Fonte: Agenzia Entrate

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Da integrare, ma ammissibile, l’appello con notifica “parziale”.

Dall’omessa notifica dell’appello a tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado non deriva l’inammissibilità del gravame, ma soltanto l’esigenza dell’integrazione del contraddittorio per ordine del giudice e, in mancanza di questo, la nullità del giudizio di secondo grado e della relativa sentenza, rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità.
Questo l’orientamento costante della giurisprudenza della Corte di cassazione su una questione rispetto alla quale si registra talora un contrario orientamento da parte di alcune Commissioni tributarie.

L’orientamento di alcune pronunce tributarie di merito
Due recenti sentenze emesse dalle Ctr di Torino (47/30/2013) e di Milano (650/28/2014) hanno dichiarato l’inammissibilità di appelli tributari in quanto non notificati dall’appellante a tutte le parti del giudizio di primo grado, in asserita violazione dell’articolo 53 del Dlgs 546/1992.

Da ultimo, in particolare, la decisione della Ctr della Lombardia, sul presupposto che “l’appello deve essere notificato a tutte le parti costituite nel giudizio di primo grado, nei cui confronti è stata resa la sentenza impugnata”, ha ritenuto che, laddove detta regola non venga rispettata, si verifica un vizio insanabile del gravame.
Specificamente, secondo detta pronuncia, l’omesso invio dell’atto di appello ad alcuni resistenti comporta l’inesistenza del rapporto processuale e non la sua nullità, eventualmente sanabile ex articolo 156 del codice di procedura civile, con conseguente inammissibilità d’ufficio dell’impugnazione.

La posizione della Corte di cassazione
Sulla questione dell’omessa notificazione dell’impugnazione a tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado si registra un consolidato orientamento della Cassazione, secondo il quale questa situazione “non comporta l’inammissibilità del gravame (tempestivamente proposto nei confronti dell’altra parte), ma soltanto l’esigenza dell’integrazione del contraddittorio per ordine del giudice e, in mancanza di questo, la nullità dell’intero processo di secondo grado e della sentenza che lo ha concluso, rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità” (Cassazione, sentenze 445/2013 e 9381/2007).
In tali ipotesi, ha spiegato ancora il Collegio, il giudice di appello “in applicazione dell’art. 331 cod. proc. civ., deve disporre l’integrazione dei contraddittorio” (Cassazione, sentenze 14904/2002 e 14423/2010).

Considerazioni
L’articolo 53, comma 2, del Dlgs 546/1992, prevede, tra l’altro, che “Il ricorso in appello è proposto nelle forme di cui all’art. 20, commi 1 e 2, nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado…”.
Se pertanto, a stretto tenore letterale, il gravame tributario di secondo grado deve essere notificato a tutte le parti del giudizio in Commissione tributaria provinciale, tuttavia la norma non prevede una sanzione per la sua violazione.

A tal proposito, la Corte suprema ha rilevato che, dal citato disposto normativo, “non si deduce che l’inosservanza di questa prescrizione sia sanzionata con la nullità”, precisando altresì che “comunque, ai sensi dell’art. 156 c.p.c., nessuna nullità può essere comminata se non espressamente prevista…” (Cassazione, sentenza 14423/2010).
Laddove, eventualmente, l’appello non sia stato notificato a tutte le parti del primo grado, soccorre la previsione dell’articolo 331 cpc, che è ritenuto “applicabile nel giudizio tributario per il richiamo di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 49…” (Cassazione, sentenza 24089/2012).
La richiamata norma del codice di rito civile prevede al primo comma che “Se la sentenza pronunciata tra più parti in causa inscindibile o in cause tra loro dipendenti non è stata impugnata nei confronti di tutte, il giudice ordina l’integrazione del contraddittorio fissando il termine nel quale la notificazione deve essere fatta…”.

La soluzione sposata dalla Cassazione di non far discendere dalla mancata notificazione dell’appello a qualcuna delle parti del giudizio di primo grado l’inammissibilità, ovvero la più grave delle sanzioni processuali, appare aderente al principio del giusto processo di cui all’articolo 111 della Costituzione in ordine al regolare rispetto del contraddittorio, che la Corte di legittimità ha ritenuto prevalente, di regola, rispetto al principio della ragionevole durata del processo.
Al riguardo, proprio in ragione di tale impostazione, pur dovendosi salvaguardare il principio della soggezione del giudice soltanto alla legge, appare corretto limitare l’operatività della sanzione dell’inammissibilità alle sole situazioni che involgano la tutela di situazioni costituzionalmente rilevanti e prevalenti rispetto al diritto alla difesa giurisdizionale.

In una situazione come quella di cui si discute, risulta, quindi, coerente con la disciplina costituzionale in tema di diritto di difesa prevedere che il giudice debba ordinare l’integrazione del contraddittorio piuttosto che dichiarare inammissibile l’impugnazione.

In definitiva, richiamando l’insegnamento della pronuncia 24089/2012 della Cassazione, confermativa sul punto della sentenza 14124/2010 delle sezioni unite della Corte suprema, nel caso di cause inscindibili, qualora l’impugnazione risulti proposta nei confronti di tutti i legittimati passivi – nel senso che l’appellante li abbia correttamente individuati e indicati come destinatari dell’impugnazione medesima, ma poi, in relazione a uno o ad alcuni di essi, la notificazione sia rimasta comunque inefficace (omessa o inesistente) o non ne venga dimostrato il perfezionamento – “deve trovare applicazione l’art. 331 cod. proc. civ…, e pertanto il giudice deve ordinare l’integrazione del contraddittorio, e non può dichiarare inammissibile l’impugnazione”.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 15 aprile 2014

Cartelle di pagamento, interessi di mora al 5,14% dal 1° maggio.

Il nuovo tasso degli interessi di mora dovuti in caso di versamento delle somme iscritte a ruolo e versate dopo i 60 giorni dalla data della notifica della cartella è pari al 5,14% su base annua. Il nuovo saggio è stato fissato dal provvedimento dell'11 aprile del direttore dell’Agenzia delle Entrate e sarà applicato, in sostituzione di quello attuale del 5,2233%, a decorrere dal 1° maggio di quest’anno. Si ricorda, infatti, che l’articolo 30 del Dpr n. 602/1973 stabilisce che gli interessi di mora vanno applicati a partire dalla data della notifica della cartella fino alla data del pagamento e che la rideterminazione del tasso da adottare viene effettuata annualmente.

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Rimborsi chilometrici sportivi in base alle tabelle ACI.

Con la Risoluzione n. 38/E dell’11 aprile scorso, le Entrate hanno precisato che i rimborsi delle spese di viaggio (le indennità chilometriche) sostenute dagli atleti dilettanti per raggiungere, con un proprio mezzo di trasporto, il luogo dove svolgere l’attività sportiva, non devono essere calcolati a forfait, ma quantificati in base al tipo di veicolo e alla distanza percorsa tenendo conto degli importi contenuti nelle tabelle elaborate dall’Aci. Tali rimborsi spese non concorrono a formare il reddito, se le spese sono documentate e riguardano prestazioni effettuate al di fuori del territorio comunale in cui risiede l’atleta.

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Accertamento in rettifica al coniuge congiunge “solidalmente” i separati.

I coniugi, con la volontaria e libera scelta di presentare la dichiarazione congiunta, hanno accettato anche i rischi inerenti alla disciplina propria dell’istituto e, in particolare, quelli connessi sia alla previsione della notifica al solo marito degli “accertamenti in rettifica” sia alle conseguenze (sostanziali e processuali) proprie delle obbligazioni solidali. Di conseguenza, l’insorgenza della responsabilità solidale della moglie “codichiarante” non richiede che sia notificato anche a essa l’avviso di accertamento, essendo sufficiente la notifica effettuata al solo marito (cfr Cassazione 27005/2007). Detta responsabilità solidale vale anche per gli accertamenti dipendenti da comportamenti non riconducibili alla sfera volitiva e cognitiva di entrambi, in quanto conseguenti ad atti di accertamento in rettifica condotti esclusivamente nei confronti di uno solo di essi (cfr Cassazione 9209/2011) e opera anche nel caso in cui i redditi accertati nei confronti del marito siano costituiti da proventi derivanti da reato, atteso che l’articolo 17, comma 1, della legge n. 114/1977, pone chiaramente sullo stesso piano i coniugi che abbiano presentato dichiarazione congiunta, dichiarandoli entrambi responsabili in solido per il pagamento delle imposte (cfr Cassazione 5202/2003). La posizione della moglie, coobbligata in solido, è garantita dal poter contestare anche nel merito, di fronte agli organi della giurisdizione tributaria, la obbligazione del coniuge entro i termini decorrenti dalla notifica dell’atto con il quale ella venga per la prima volta a conoscenza della pretesa tributaria nei suoi confronti. Siffatta tutela non è vanificata dalla eventuale successiva separazione fra coniugi o dallo scioglimento del matrimonio (cfr Cassazione 2021/2003) e da un ipotetico atteggiamento non collaborativo del marito, potendo anche la moglie separata impugnare autonomamente l’atto a lei notificato, e far valere, attraverso detta impugnazione, tutte le possibili ragioni di contrasto con la pretesa tributaria (cfr Corte Costituzionale, ordinanza 215/2004).

Sentenza n. 7612 del 2 aprile 2014 (udienza 15 gennaio 2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Cigna Mario
Articolo 17 della legge n. 114 del 1977 – Dichiarazione congiunta dei coniugi - Notifica dell’avviso di accertamento solo al marito – Responsabilità solidale della moglie – Sussiste

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La qualifica di Onlus è acquisita solo se lo “svantaggio” è evidente.

Per beneficiare del regime tributario agevolativo, l’attività di formazione di una Onlus deve rivolgersi a soggetti appartenenti a fasce sociali deboli, per condizioni psico-fisiche particolarmente invalidanti, o per situazioni di devianza, degrado, grave precarietà economico-familiare, non essendo sufficiente che sia svolta nei confronti di una generica pluralità di persone.
In questi termini si è espressa la Cassazione nella sentenza n. 7311 del 28 marzo che, nell’accogliere il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, ha cassato con rinvio la sentenza di appello.

Le Organizzazioni non lucrative di utilità sociale sono state introdotte nel nostro ordinamento dall’articolo 10 del Dlgs 460/1997. L’iscrizione nell’Anagrafe delle Onlus, successiva al controllo dell’Agenzia delle Entrate sul possesso dei requisiti previsti dal citato articolo 10, consente all’organizzazione di beneficiare di un regime tributario agevolativo.
La mancanza anche di uno solo dei requisiti previsti, se iniziale, non consente di acquisire la qualifica di Onlus, se successiva, ne determina la perdita. Nel primo caso verrà adottato un provvedimento di diniego, nel secondo un provvedimento di cancellazione dall’Anagrafe (impugnabile innanzi al giudice tributario, come chiarito dalla Cassazione, sezioni unite 1625/2010).

I fatti di causa
La vicenda origina da un provvedimento di cancellazione dall’Anagrafe delle Onlus emesso da un ufficio finanziario e notificato a un’associazione in quanto la stessa - pur essendo previsto nello statuto che l’oggetto sociale era costituito dalla formazione a favore di persone appartenenti a fasce sociali deboli, in ragione di condizioni fisiche, economiche, sociali o familiari - in realtà svolgeva la sua attività nei confronti di soggetti che non rivestivano tale status.
In particolare, sulla base della documentazione prodotta, era emerso che l’associazione, negli anni 1998/1999, aveva effettuato attività di formazione, dietro corrispettivi specifici e, nel 2000, aveva svolto attività istituzionale sui progetti di formazione finanziati dalla pubblica amministrazione e dal Fondo sociale europeo (Fse).

Contro tale provvedimento, l’associazione proponeva ricorso innanzi alla competente Ctp, la quale, nel rigettarlo, riteneva che la prevalente attività non fosse rivolta a favore di soggetti svantaggiati, bensì verso soggetti appartenenti alla generalità della collettività (quali studenti di istituti tecnici, apprendisti del settore del turismo, elettricisti, studenti, insegnanti di scuola media, concorrenti per educatori negli asili nido, adulti, circoli di studio, eccetera), in palese violazione dell’articolo 10 del Dlgs 460/1997.

Il successivo appello, invece, veniva accolto dai giudici del gravame, nella considerazione che alla disposizione contenuta nell’articolo 10 doveva essere attribuita una portata più ampia con la conseguenza che, sulla base dello Statuto e della documentazione prodotta, l’associazione aveva le caratteristiche rispondenti a quelle richieste dalla normativa di riferimento.

Contro tale decisione, l’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, lamentando la violazione ed erronea applicazione dell’articolo 10, comma 2, del Dlgs 460/1997.
Per l’Amministrazione ricorrente, infatti, l’espressione normativa “persone svantaggiate” – utilizzata dal legislatore nell’articolo 10, secondo cui l’attività della Onlus deve essere diretta ad arrecare benefici alle “…persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari” – deve essere interpretata in senso restrittivo, trattandosi di una disposizione di carattere eccezionale, in quanto concede agevolazioni tributarie.

La decisione della Corte suprema
Per i giudici di legittimità, il ricorso è fondato e merita accoglimento.
Infatti, l’articolo 10, comma 1, lettera a), numeri da 1 a 11, del Dlgs 460/1997, distingue gli ambiti di operatività delle Onlus in due categorie.
La prima - che qui rileva e che ricomprende i settori dell’assistenza sanitaria (n. 2), dell’istruzione (n. 4), della formazione (n. 5), dello sport dilettantistico (n. 6), della promozione della cultura e dell’arte (n. 9) e della tutela dei diritti civili (n. 10) - è costituita da ambiti di operatività in relazione ai quali la finalità solidaristica è riconosciuta solo riguardo attività specificamente esercitate in favore di soggetti svantaggiati.
Con il comma 2, lettera a), del citato articolo, inoltre, “Si intende che vengono perseguite finalità di solidarietà sociale quando le cessioni di beni e le prestazioni di servizi relative alle attività statutarie nei settori dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, della formazione, dello sport dilettantistico, della promozione della cultura e dell’arte e della tutela dei diritti civili non sono rese nei confronti di soci, associati o partecipanti, nonchè degli altri soggetti indicati alla lettera a) del comma 6, ma dirette ad arrecare benefici a persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari”.

Al riguardo, la Cassazione si allinea a una precedente pronuncia in cui “…ha già avuto modo di affermare che la nozione di ‘svantaggio’, inserita nella norma, individua categorie di persone in condizioni oggettive di disagio per situazioni psico-fisiche particolarmente invalidanti ovvero per situazioni di devianza, degrado, grave precarietà economico-familiare, emarginazione sociale e che tale individuazione risulta seguita anche nella prassi amministrativa (Circolare del 26/06/1998 n. 168), la quale prevede, in via esemplificativa, quali soggetti in situazioni di svantaggio rilevanti: i disabili fisici e psichici affetti da malattie comportanti menomazioni non temporanee; i tossicodipendenti; gli alcolisti; gli anziani non autosufficienti in condizioni di disagio economico; i minori abbandonati, orfani o in situazioni di disadattamento o devianza; i profughi; gli immigrati non abbienti” (Cassazione, sentenza n. 3789/2013).

In altri termini, per la Corte suprema, appare evidente che, dal tenore della norma, dalla ratio solidaristica a essa sottesa e in applicazione del principio di stretta interpretazione delle norme che concedono esenzioni fiscali, “…lo ‘svantaggio’ che la disposizione legislativa tende a colmare - incentivando, attraverso l’esenzione, l’opera della ONLUS - consista nella obiettiva condizione deteriore, rispetto alla generalità dei consociati, in cui si trovi, negli ambiti specifici individuati dalla norma, una particolare categoria di soggetti”.

Nel caso di specie, invece, conclude la Cassazione, i giudici di secondo grado non hanno correttamente motivato sui fatti dedotti dall’amministrazione ricorrente, secondo cui i beneficiari dell’attività della Onlus, lungi dall’essere persone “svantaggiate”, fossero, invero, una pluralità di persone prive di tale requisito, ossia “…gli studenti istituti tecnici e professionali Provincia di Lucca, apprendisti dei settori turismo Versilia e Garfagnana…elettricisti di Lucca…studenti ed insegnanti di scuola media…soggetti interessati al corso di educatore di asilo nido…adulti impegnati in un circolo di studio”.

Per completezza, si fa presente che lo “svantaggio sociale” non deve essere inteso solo in termini economici. Al riguardo, infatti, la Cassazione ha affermato che i beneficiari che fruiscono di prestazioni dietro il versamento di un corrispettivo ben possono manifestare disagi personali, psicologici, familiari, che necessitano dei servizi resi da una Onlus, fermo restando il divieto (legislativo e statutario) di distribuzione di utili e la necessità del carattere esclusivo del fine solidaristico (Cassazione, ordinanza n. 9688/2012).


Fonte: Agenzia Entrate

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Imposta transazioni finanziarie.

Disponibili, sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, le versioni editabili, in italiano e in inglese, del modulo approvato con provvedimento del 27 dicembre scorso, da utilizzare per la comunicazione annuale degli elementi necessari all’applicazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie (Financial transaction tax).

La comunicazione delle informazioni per l'applicazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie deve essere inviata telematicamente entro il 31 marzo di ogni anno e da oggi, con le nuove versioni editabili del modello Ftt, si può compilare anche solo con tastiera e mouse.

Entrambe le versioni del modello, in italiano e da oggi anche inglese, sono corredate delle loro istruzioni e dei relativi allegati:
fac-simile della lettera di assunzione dell’impegno da parte della stabile organizzazione ad assolvere agli obblighi di versamento, presentazione della dichiarazione e a conservare i registri e la documentazione, relativamente alle operazioni ovunque compiute dal soggetto di appartenenza
fac-simile della comunicazione da parte della stabile organizzazione in Italia del soggetto non residente nel territorio dello Stato, localizzato in Stati o territori con i quali non sono in vigore accordi per lo scambio di informazioni o per l’assistenza al recupero dei crediti
fac-simile della comunicazione di avvenuta nomina di rappresentante fiscale
fac-simile della lettera di assunzione dell’impegno a trasmettere le risposte alle richieste di documentazione e/o informazioni.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 14 aprile 2014

Aggiornati interessi di mora per le cartelle pagate in ritardo.

Interessi di mora pari al 5,14% su base annua.
Questo il nuovo saggio che sarà applicato - in sostituzione di quello attuale del 5,2233% - a decorrere dall’1 maggio di quest’anno. E' stato fissato dal provvedimento dell'11 aprile del direttore dell’Agenzia delle Entrate, in base alla media dei tassi bancari attivi, indicata dalla Banca d’Italia con riferimento al periodo dall’1 gennaio al 31 dicembre 2013.

L’articolo 30 del Dpr n. 602/1973 stabilisce che gli interessi di mora vanno applicati a partire dalla data della notifica della cartella fino alla data del pagamento e che la rideterminazione del tasso da adottare viene effettuata annualmente.
Gli interessi di mora si applicano alle sole somme iscritte a ruolo, escluse le sanzioni pecuniarie e gli interessi.


Fonte: Agenzia Entrate

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Per iscriversi come Onlus, il fine deve essere la solidarietà sociale.

Al fine dell’individuazione del requisito di iscrizione all’anagrafe delle Onlus costituito dalla finalità di solidarietà sociale, l’articolo 10 del Dlgs n. 460 del 1997 distingue gli ambiti di operatività elencati ai numeri da 1 a 11 della lett. a) in due diverse categorie. La prima è costituita da ambiti di operatività, in relazione ai quali la finalità solidaristica è riconosciuta solo con riguardo ad attività specificamente esercitate in favore di soggetti svantaggiati. In proposito la Corte di cassazione ha già avuto modo di affermare (cfr sentenza n. 3789 del 15/02/2013) che la nozione di “svantaggio”, inserita nella norma, individua categorie di persone in condizioni oggettive di disagio per situazioni psico-fisiche particolarmente invalidanti ovvero per situazioni di devianza, degrado, grave precarietà economico- familiare, emarginazione sociale. Tale individuazione risulta seguita anche nella prassi amministrativa (cfr circolare del 26/06/1998 n. 168), che indica, in via esemplificativa, i soggetti in situazioni di svantaggio rilevanti ai fini che qui interessano. Dal tenore della norma e della ratio solidaristica ad essa sottesa ed in applicazione del principio di stretta interpretazione delle norme che concedono esenzioni fiscali, deve quindi ribadirsi che lo “svantaggio” che la disposizione legislativa tende a colmare – incentivando, attraverso l’esenzione, l’opera della Onlus – consiste nella obiettiva condizione deteriore, rispetto alla generalità dei consociati, in cui si trovi, negli ambiti specifici individuati dalla norma, una particolare categoria di soggetti.

Sentenza n. 7311 del 28 marzo 2014 (udienza 28 novembre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Crucitti Roberta
Requisiti per l’iscrizione all’anagrafe Onlus – Articolo 10, comma 2, lettera a) Dlgs n. 460/1997 – Nozione di persone “svantaggiate”

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Affitto estivo e cedolare secca.

Per un contratto turistico di durata inferiore a 30 giorni, è possibile applicare la cedolare secca?

La cedolare secca può essere applicata anche ai contratti di locazione per i quali non è previsto l’obbligo di registrazione (articolo 3, comma 2, Dlgs 23/2011). L’opzione può quindi essere esercitata pure in relazione ai contratti di durata inferiore a trenta giorni nell’anno, per i quali non sussiste l’obbligo di registrazione in termine fisso, ma solo in caso d'uso (circolare n. 26/E del 2011). Peraltro, in tale ipotesi, a differenza degli ordinari contratti di locazione, non occorre comunicare preventivamente al conduttore l’opzione per il regime sostitutivo (circolare n. 20/E del 2012).


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi spese sportivi automuniti: esentasse, se in gara fuori comune.

I rimborsi delle spese di viaggio (le indennità chilometriche) sostenute dagli atleti dilettanti per raggiungere, con un proprio mezzo di trasporto, il luogo dove svolgere l’attività sportiva, non concorrono a formare il reddito, se le spese sono documentate e riguardano prestazioni effettuate al di fuori del territorio comunale in cui risiede l’atleta.
Questo il principale chiarimento contenuto nella risoluzione n. 38/E dell’11 aprile.

Va innanzitutto ricordato che, a differenza di quanto stabilito per gli sportivi professionisti (le cui prestazioni, regolamentate dalla legge 91/1981, costituiscono oggetto di un contratto di lavoro dipendente o, in taluni casi, di lavoro autonomo), non esiste una compiuta disciplina civilistica relativa all’attività degli sportivi dilettanti.
Per sopperire a ciò, il legislatore ha “inglobato” gli importi percepiti dai non professionisti nella categoria dei “redditi diversi” (articolo 67, comma 1, lettera m, del Tuir). Tale attrazione spiega, tra l’altro, perché queste indennità siano esentasse solo se documentate.
A chiarire la questione è l’attuale formulazione dell’articolo 69, comma 2, del Tuir, che considera non imponibili i rimborsi di spese documentate relative a vitto, alloggio, viaggio e trasporto (comprese, quindi, le indennità chilometriche), limitatamente a quelle sostenute in occasione di prestazioni effettuate fuori dal territorio comunale di residenza o dimora abituale del percipiente. Diversamente, se le attività si svolgono all’interno del comune o, comunque, se le spese non sono documentate, le indennità chilometriche non rappresentano reddito fino a un importo complessivo di 7.500 euro, nel quale vanno considerati anche i rimborsi forfetari, i premi, le indennità e i compensi percepiti.

Come calcolare le indennità
Per rientrare tra le spese documentate, le indennità chilometriche non devono essere forfetarie, ma necessariamente quantificate in base al tipo di veicolo e alla distanza percorsa (dalla residenza dell’atleta al luogo della trasferta), tenendo conto degli importi contenuti nelle tabelle elaborate dall’Aci. Non assume, invece, rilevanza a tale fine la sede dell’organismo erogatore.


Fonte: Agenzia Entrate

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