martedì 27 gennaio 2015

Dichiarazioni di intento false: anche il cedente risponde di frode.

La non imponibilità IVA delle cessioni di beni asseritamente destinati all’esportazione, subordinata alla dichiarazione scritta di responsabilità del cessionario sulla destinazione del bene al di fuori del territorio comunitario e al possesso dei requisiti soggettivi e oggettivi previsti dalla norma, viene meno nell’ipotesi in cui si accerti che i beni non siano stati effettivamente esportati e che tale dichiarazione sia ideologicamente falsa.
In questo caso l’obbligo del cedente di assolvere successivamente l’IVA su tali beni può essere escluso solo nella misura in cui risulti provato che egli abbia adottato tutte le misure ragionevoli al fine di assicurarsi di non partecipare alla frode.

La sentenza della Cassazione n. 176/2015 e la nuova disciplina sulle lettere di intento

IL CASO
L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per Cassazione avverso una sentenza della Ctr che, confermando la pronuncia di primo grado, aveva annullato un avviso di accertamento Iva relativo all’anno 2002.
Per il giudice di appello doveva ritenersi sufficiente, ai fini della non imponibilità delle cc.dd. esportazioni “indirette”, la dichiarazione di intento rilasciata dall’esportatore abituale al fornitore il quale in tal modo prendeva atto della destinazione extracomunitaria della merce.
Col successivo ricorso per Cassazione l’Agenzia delle Entrate denunciava la sentenza di secondo grado sia sotto il profilo del vizio di motivazione (per aver omesso di valutare gli elementi proposti relativi al carattere fittizio delle operazioni e alla falsità delle dichiarazioni di intento del cessionario) sia in relazione alla violazione di legge (art. 8 del D.P.R. n. 633 del 1972 e art. 2697 c.c.) per non aver ribaltato sul contribuente l’onere di provare l’effettività dell’operazione dopo che l’Amministrazione ne aveva desunto il carattere fraudolento.


IL COMMENTO

1. LE ESPORTAZIONI “INDIRETTE”: DICHIARAZIONI DI INTENTO DISCIPLINA VECCHIA E NUOVA.
Ai sensi dell’art. 8, comma 1, lett. c), costituiscono esportazioni indirette le cessioni effettuate, anche tramite commissionari, mediante consegna sul territorio dello Stato, di beni diversi dai fabbricati e dalle aree edificabili, nonché le prestazioni di servizi rese a soggetti che, avendo effettuato operazioni oggettivamente non imponibili oltre una certa misura, si avvalgano della facoltà di acquistare beni e servizi o di importare beni senza pagamento dell’imposta (acquisiscono, si dice, lo status di esportatore abituale).
Sono esportatori abituali coloro, che, nell’anno precedente o nei dodici mesi precedenti, abbiano effettuato cessioni di beni o prestazioni di servizi oggettivamente non imponibili per un ammontare superiore al 10% del volume di affari, determinato a norma dell’art. 20 DPR 633/72. Vi concorrono le operazioni di cui agli artt. 8, 1° comma, lett. a) e b) ed 8-bis, 1°comma nonché 41 del DL 331/93.
Le cessioni e prestazioni verso questi soggetti, erano effettuate in regime di sospensione d’imposta a seguito di dichiarazione scritta degli acquirenti o committenti e sotto la loro responsabilità. L'articolo 1, comma 1, lettera c, del decreto legge n. 746/83 stabilisce che gli esportatori abituali, per avvalersi della suddetta facoltà, debbano consegnare o inviare ai propri cedenti o prestatori una dichiarazione d'intento, redatta in conformità del modello approvato con decreto ministeriale del 6.12.1986. Ne discende che eventuali violazioni inerenti lo status di esportatore abituale o l’utilizzo oltre i limiti del cd. plafond (l’ammontare di quanto si può acquistare in sospensione di imposta), in nessun caso poteva comportare addebiti nei confronti dei cedenti, né in ordine all’imposta, né in ordine alle sanzioni.(....)

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Transfer pricing e determinazione del valore normale.

La disciplina ex art. 110, co. 7 del Tuir, stabilisce che nelle transazioni intercompany con società non residenti nel territorio dello stato, che controllano direttamente o indirettamente l’impresa o ne sono controllate, si valutano sulla base del c.d. “Valore normale” di beni ceduti, di servizi prestati, di beni e servizi ricevuti, al fine precipuo di evitare sottovalutazioni delle vendite e/o sopravvalutazioni dei costi di acquisto.
D’altra parte, con il termine “Valore normale”, ai sensi dell’art. 9, co. 3 del Tuir, si fa riferimento, in prima approssimazione, al prezzo od al corrispettivo mediamente praticato per beni o servizi comparabili in condizione di libera concorrenza, quindi vicini a quelli adottati in condizioni di libero mercato tra imprese indipendenti.
Il valore normale è determinabile attraverso vari metodi, tra i principali dei quali vi sono quelli del confronto del prezzo, del prezzo di rivendita e del costo maggiorato, oltre ad altri metodi alternativi.

L’Amministrazione finanziaria contestava omessi corrispettivi su cessioni di beni effettuate alla controllante tedesca, in quanto considerati inferiori al valore normale, ritenendo dunque applicabile la normativa sul transfer pricing in ragione dell’accertata anormalità dello scambio in commento.
L’ufficio era giunto a questa conclusione prendendo a riferimento due contratti di vendita di FUES, quello tra impresa controllata e controllante e quello tra controllata e l’impresa terza rispetto al gruppo.
A tal proposito, sia la Commisione Tributaria Provinciale di Firenze (con sentenza n. 24/09/07), che quella regionale della Toscana (con sentenza n. 116/31/07), avevano rigettato tale rilievo, confermando l’illegittimità dell’avviso di accertamento, non riconoscendo, tra le altre cose, l’applicabilità della normativa sul transfer pricing al caso di specie, in ragione dell’assenza dell’intento elusivo e del concreto vantaggio economico conseguente allo scambio intercompany in commento.
In particolare, nei due gradi di giudizio, l’organo giurisdizionale di merito aveva affermato anzitutto che, nel caso di specie, col trasferimento di prezzi non ravvisava un vantaggio conseguente allo spostamento di redditi, in quanto nel 2003 (anno di effettuazione delle operazioni contestate) la tassazione in Germania era superiore a quella italiana.
Inoltre, nella determinazione del valore normale in questione, le commissioni avevano asserito come l’Amministrazione finanziaria si sia riferita a due contratti i cui corrispettivi delle conseguenti transazioni non sono comparabili tra loro, in ragione della natura ed oggetto assai diversi tra loro.
In particolare, la Commissione Tributaria Regionale aveva evidenziato la differente “posizione economica e contrattuale” tra la controllante tedesca, detentrice della proprietà intellettuale del FUES e la controllata italiana, titolare di contratto di licenza di produzione e vendita del medesimo bene, mera fabbricante dell’apparecchiatura da consegnare alla controllante tedesca. Tale circostanza, quindi, non può che incidere sul contenuto economico del rapporto contrattuale in commento, rendendo il medesimo non comparabile con quello intercorrente tra la controllata italiana e l’acquirente esterno al gruppo, al quale la prima vende il FUES prodotto, assumendo i rischi conseguenti all’operazione.

Anche la Suprema Corte, con la sentenza 23 dicembre 2014, n. 27296, ha rigettato il ricorso in relazione ai motivi adotti dall’Agenzia delle Entrate sopra menzionati, condividendo quanto sottolineato nel giudizio di merito circa la qualificazione e comparazione tra le operazioni intercompany e quella con l’impresa acquirente esterna al gruppo.
Anzitutto, la Corte ha confermato, sulla base di quanto affermato in secondo grado, che per l’applicabilità della normativa sul transfer pricing si debba accertare non soltanto l’anormalità della transazione, bensì considerare rilevanti anche la presenza di un chiaro intento elusivo perseguito, nonché di un vantaggio economico conseguente all’operazione.
Nel caso in esame, il vantaggio economico non è ritenuto ravvisabile per i motivi già chiariti in secondo grado.
Inoltre, la Corte ha reputato inammissibile la censura mossa dall’Agenzia delle Entrate in ordine alla determinazione dei prezzi dei manufatti prodotti e venduti alla controllante tedesca, inferiori di circa due/tre volte a quelli destinati al cliente esterno al gruppo (ritenuti dall’Ufficio il valore normale dei beni venduti in regime di libera concorrenza).
Nel giudizio di Cassazione, infatti, si ritiene giustificabile il prezzo più elevato applicato dalla società italiana alla società esterna al gruppo, in quanto il fatto che la società tedesca detenga il know-how di produzione del FUES, nonché avesse consentito alla controllata in commento la commercializzazione dello stesso sulla base di un contratto di licenza, giustifica un trasferimento di beni ad un prezzo inferiore a due o tre volte quello praticato dalla società italiana ad un cliente terzo .
Quindi, la sentenza in commento risulta di estrema importanza in ordine a due elementi fondamentali:
a) l’applicazione della disciplina sul transfer pricing dipende dall’accertamento dell’anormalità della transazione, ma anche dalla presenza di un intento elusivo e di un concreto vantaggio economico conseguente;
b) nella determinazione del valore normale di prezzi di trasferimento, si deve tener conto anche di tutti gli aspetti contrattuali tra le società del gruppo che possano in qualsiasi maniera incidere su detti prezzi.

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Applicazione della marca da bollo sulle fatture.

La marca da bollo è un tributo alternativo all’iva e va applicata esclusivamente per le fatture sia cartacee che elettroniche emesse senza l’addebito dell’iva per un importo superiore ad € 77.47. Le fatture con importi inferiori a € 77.47 la marca da bollo non va mai applicata, invece se le fatture presentano contemporaneamente importi soggetti ad IVA ed importi non soggetti, la marca da bollo va applicata solo qualora gli importi non soggetti ad IVA siano superiori a € 77.47. La marca da bollo dovuta sulle fatture è di € 2.00.

Il principio di alternatività imposta di bollo e Iva

Con il principio di alternatività sono sempre esenti dalla marca da bollo:

Fatture, note di credito e addebito e documenti simili che riguardano operazioni soggette ad IVA;
Fatture riguardanti operazioni non imponibili relative ad esportazioni di merci (Art. 8 lett. a) e b) DPR 633/1972) ed a cessioni intracomunitarie di beni (Art. 41, 42 e 58 DL 331/1993);
Fatture soggette al reverse charge (Art. 17, comma 6 lett. a), a-bis) e a-ter) DPR 633/1972) e cessione dei rottami (Art. 74 comma 7 e 8 DPR 633/1972).

Sono soggette alla marca da bollo, invece le fatture di importo superiore ad € 77.47 riguardanti:
Operazioni fuori campo IVA per mancanza del presupposto soggettivo o oggettivo (Art. 2, 3, 4 e 5 DPR 633/1972), territoriale (Art. da 7 a 7-septies DPR 633/1972);
Operazioni escluse dalla base imponibile dell’ IVA (Art. 15 DPR 633/1972);
Operazioni esenti da IVA (Art. 10 DPR 633/1972);
Operazioni non imponibili perché effettuate in operazioni assimilate alle esportazioni, servizi internazionali e connessi agli scambi internazionali, cessioni ad esportatori abituali (esportazioni indirette Art. 8 lett. c) DPR 633/1972);
Operazioni effettuate dai soggetti passivi che usufruiscono del nuovo regime dei minimi e del regime forfettario.

La marca da bollo sulla fattura è a carico del debitore come stabilito dall’art 1199 c.c., sebbene per il pagamento dell’imposta e per eventuali sanzioni amministrative sono obbligatamente solidali entrambi le parti, cioè, sia chi emette la fattura e sia chi la riceve senza la corretta applicazione della marca da bollo. Se nella fattura manca la marca da bollo, chi la riceve è esente da responsabilità solo se la presenta entro 15 giorni all’Agenzia delle Entrate e provvede a pagare la sola imposta. In questo caso la sanzione colpisce solo chi doveva applicare l’imposta.
La marca da bollo deve essere affrancata sulla copia originale della fattura consegnata al cliente. Sulle altre copie sarà necessario riportare la dicitura “ imposta di bollo assolta sull’originale”.
Quando il costo della marca da bollo è a carico del cliente, l’importo deve essere indicato in fattura tra le operazioni escluse dalla base imponibile dell’IVA (Art. 15 DPR 633/1972). Se invece il costo grava sul fornitore, l’importo della marca da bollo non deve essere specificato in fattura.
L’omissione della marca da bollo o l’apposizione del contrassegno telematico di assolvimento della marca da bollo con data posteriore a quella della fattura prevede una sanzione amministrativa, per ogni singola fattura considerata irregolare, di importo pari al doppio o al quintuplo dell’imposta o della maggiore imposta evasa.
La marca da bollo è deducibile o detraibile ai fini IRPEF sempre se si può considerare accessoria al costo principale.
La marca da bollo sulle fatture cartacee va assolta tramite l’acquisto del contrassegno telematico acquistato dal tabaccaio mentre per le fatture elettroniche la marca da bollo va assolta in modo virtuale mediante il versamento con il modello F24.
I contribuenti che assolvono in maniera virtuale la marca da bollo su fatture elettroniche, sono tenuti a versarla in maniera cumulativa entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio, cioè entro e non oltre il 30 aprile dell’anno successivo d’imposta.
Le copie conformi delle fatture rilasciate ad esempio per causa di smarrimento dell’originale da parte del cliente, seguono il medesimo trattamento ai fini della marca da bollo prevista per le fatture originali.

La tabella seguente riporta le principali fattispecie di applicazione della marca da bollo:


La fattura emessa in applicazione del reverse charge è esente da marca da bollo perché risulta comunque assoggettata ad IVA, anche per il reverse charge interno. (CM 29/12/2006 n37/E).

La  non imponibilità IVA riconosciuta alla fattura emessa con Art. 8-bis, a favore delle cessioni di navi e aeromobili effettuate nello stato, ha carattere autonomo e non generale, perciò la fattura deve essere assoggettata alla marca da bollo, fatta eccezione alla fattura emessa per l’imbarco di provviste e dotazioni di bordo in quanto inerenti alle esportazioni di merci.

La fattura emessa per servizi internazionali godono delle esenzione assoluta purchè tali servizi siano diretti alla esportazione di merci con esclusione ai servizi relativi a beni intransito doganale, trasporti di persone, ecc. (RM 6/6/1978, n. 290586).

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