venerdì 21 novembre 2014

Rinuncia al lodo definitivo: l’imposta di registro è dovuta.

L’imposta per la registrazione della sentenza arbitrale si paga anche quando la parte, con una conciliazione, rinuncia al lodo divenuto definitivo per mancata impugnazione. Il provvedimento conciliativo, infatti, era estraneo al giudizio sulla validità del lodo.
È quanto ha stabilito, con orientamento nuovo, la Corte di cassazione con la sentenza n. 24099 del 12 novembre.

Il fatto
La Commissione tributaria regionale confermava la sentenza di primo grado, che aveva annullato l’avviso di liquidazione, in materia di imposta di registro, per mancato pagamento della registrazione del lodo arbitrale, intervenuto a seguito del contratto stipulato tra due società, sul presupposto dell’avvenuta conciliazione giudiziale della controversia tra le parti.

Con il conseguente ricorso per cassazione, l’ente impositore censurava la sentenza impugnata per violazione dell’articolo 37 del Dpr 131/1986, rilevando come, nel caso, la conciliazione giudiziale non aveva riguardato l’impugnazione del lodo, avendo invece le parti, regolando altri rapporti giudiziali in corso tra loro, rinunciato solamente ad avvalersene.
Veniva inoltre denunciata contraddittorietà di motivazione, in quanto la commissione del riesame non aveva rilevato che le cause definite dalla conciliazione avevano a oggetto l’impugnazione dei provvedimenti con cui il giudice delegato aveva rigettato l’istanza di insinuazione al passivo, ma non si era affatto pronunciato sulla validità o efficacia del lodo arbitrale.

Il lodo
All’esito del giudizio della Cassazione si premette che la disciplina degli atti dell’autorità giudiziaria, cui sono trasmessi dal cancelliere ai fini dell’applicazione del tributo di registro, è delineata dal combinato disposto delle seguenti disposizioni del Tur:
articolo 37, che prevede l'assoggettamento all'imposta degli atti dell'autorità giudiziaria in  materia di controversie civili che definiscono anche parzialmente il giudizio dei provvedimenti, tra gli altri, che dichiarano esecutivi i lodi arbitrali (alla sentenza passata in giudicato è equiparato l’atto di conciliazione giudiziale)
articolo 8 della tariffa, parte prima, che elenca gli atti dell'autorità giudiziaria soggetti a registrazione in termine fisso (20 giorni), con imposta dovuta in ogni caso non inferiore alla misura fissa di 200 euro, salvo ipotesi particolari.
Nel diritto civile, il lodo arbitrale (articoli 820 e seguenti del cpc) si distingue in rituale e irrituale: il primo, dichiarato esecutivo dal tribunale o per mancata impugnazione nel termine di un anno (articoli 825 e 828 cpc), è soggetto a registrazione in termine fisso al pari di una sentenza di primo grado (articolo 824-bis cpc) mentre, se non è dichiarato esecutivo, è soggetto a registrazione solo in caso d’uso.
Il lodo irrituale, invece, è assimilato a un contratto ed è soggetto a registrazione in caso d’uso o in termine fisso, a seconda che sia soggetto o meno a Iva.

La decisione
La Corte di cassazione, sovvertendo i giudicati di merito, non ha avuto esitazioni ad accogliere il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, affermando il principio che l’imposta di registro per il lodo arbitrale si deve pagare anche quando le parti hanno rinunciato ad avvalersene in sede di conciliazione giudiziale.
La ragione è l’errata l’interpretazione della Commissione regionale nel ritenere che, a fronte della conciliazione giudiziale con cui una parte, tra l’altro, rinuncia ad avvalersi di un lodo, divenuto definitivo per mancata impugnazione, non sia dovuta l’imposta di registro sul lodo stesso (peraltro, gli atti di conciliazione di valore non superiore a 51.645,69 euro sono comunque esenti dall'imposta di registro, ex articolo 9 della legge 488/1999).

La Corte osserva come, in effetti, il lodo in questione sia divenuto esecutivo per non essere mai stato riformato da un provvedimento giudiziario oppure da un provvedimento conciliativo o sostitutivo; i contendenti hanno invece inteso conciliare soltanto i giudizi relativi ai vizi procedurali dell'insinuazione al passivo del fallimento, rilevati dal giudice delegato.

In conclusione, anche se la conciliazione giudiziale intervenuta tra le parti, in via di mero fatto, aveva quale oggetto anche la rinuncia ad avvalersi del lodo, questa non era comunque interna al giudizio sulla validità del lodo stesso, dovendo essere interpretato l'articolo 37 del Dpr 131/1986 nel senso che sono rilevanti solo le conciliazioni o le sentenze passate in giudicato che definiscono il giudizio sul lodo a seguito di impugnazione del medesimo, esulando nel caso di specie dalla richiamata disposizione la diversa conciliazione con cui vengono definite controversie del tutto estranee e diverse dalla validità del lodo.
È per questo atto di esecuzione del lodo arbitrale, quindi, che sussiste il presupposto dell’imposta di registro, atteso l’obbligo della sua registrazione in termine fisso.


Fonte: Agenzia Entrate

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Ampliamento prima casa.

Ho intenzione di ampliare la mia abitazione, acquistata come prima casa, comprando una stanza di un appartamento adiacente. Potrò fruire dei benefici anche per quest'ultima?

L’ampliamento di un immobile - acquistato usufruendo dei benefici riservati alla "prima casa" - tramite l'acquisto di una stanza a esso contigua rientra tra le ipotesi cui è possibile applicare lo stesso regime di favore, purchè sussistano i requisiti e le condizioni previste dalla norma agevolativa (risoluzione dell'Agenzia delle Entrate n. 25/E del 2005).


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 20 novembre 2014

Tassabilità ai fini dell’imposta di registro delle sentenze emesse su appello delle pronunce del giudice di pace.

Con risoluzione n. 48 del 18 aprile 2011, l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in merito all’ambito applicativo del regime di esenzione dall’imposta di registro e di bollo previsto dall’articolo 46 della legge 21 novembre 1991, n. 374 (istitutiva del giudice di pace) in base al quale “Le cause e le attività conciliative in sede non contenziosa il cui valore non eccede la somma di euro 1.033,00 e gli atti e i provvedimenti ad esse relativi sono soggetti soltanto al pagamento del contributo unificato, secondo gli importi previsti dall’articolo 13 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 e successive modificazioni”.
In particolare, con la citata risoluzione, è stato precisato che detta disposizione di favore trova applicazione solo per gli atti e i provvedimenti relativi al giudizio dinanzi al giudice di pace e non anche per quelli emessi dal tribunale ordinario in sede di appello avverso i predetti provvedimenti.
A tal riguardo, nel richiamato documento di prassi, si è osservato che l’inserimento del predetto articolo 46, rubricato “regime fiscale”, nel testo della legge istitutiva del giudice di pace portava a ritenere che il regime in argomento trovasse applicazione esclusivamente per il grado di giudizio innanzi al giudice di pace.
Inoltre, nella medesima risoluzione è stato precisato che il riferimento operato dalla norma alle “attività conciliative in sede non contenziosa” non potesse che riguardare le attività rese dal giudice di pace in quanto, ai sensi dell’articolo 322 c.p.c., spetta al giudice di pace la competenza esclusiva in materia di conciliazione in sede non contenziosa, senza alcun limite di valore e per tutte le materie che non siano di competenza esclusiva di altri giudici.
Tale interpretazione, infine, è stata ritenuta coerente con l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui le norme che stabiliscono agevolazioni fiscali non sono suscettibili di interpretazione analogica o estensiva.
Sulla base delle considerazioni sopra svolte, gli Uffici hanno ritenuto opportuno coltivare anche innanzi ai giudici di legittimità il contenzioso pendente relativo alla impugnazione degli avvisi di liquidazione con i quali sono state assoggettate a tassazione ai fini dell’imposta di registro le sentenze emesse dai tribunali ordinari in sede di appello avverso i provvedimenti del giudice di pace.
A tal riguardo, la Corte di Cassazione, con la recente sentenza 16 luglio 2014, n. 16310, cui hanno fatto seguito altre pronunce di identico tenore1, ha precisato che “…l’art. 46…nel suo significato ampiamente comprensivo…si riferisce genericamente alle cause ed alle attività conciliative in sede non contenziosa il cui valore non eccede € 1.033,00, ciò che abilita l’interprete a ritenere che il legislatore abbia voluto fare riferimento, ai fini dell’esenzione…alle sentenze adottate in tutti i gradi di giudizio”.
I giudici di legittimità hanno inoltre chiarito che “…la sedes materiae (e cioè il fatto che si tratti proprio della legge istitutiva del giudice di pace) non appare elemento idoneo ad escludere la conclusione che precede, attesa la lettera omnicomprensiva della previsione normativa che appare coinvolgere l’intero sviluppo del procedimento giudiziale che in primo grado è attribuito alla competenza del predetto organo giudiziale…”.
La medesima pronuncia si fonda altresì sulla ratio della disposizione agevolativa che, a parere della Corte di Cassazione è “…quella di alleviare l’utente dal costo di servizio di giustizia per le procedure di valore più modesto, in relazione alle quali è evidentemente apparso incongruo pretendere l’assolvimento di un tributo che, per il fatto di essere determinato in termini ordinariamente percentuali rispetto alla rilevanza economica della causa avente valore determinato, ammonta comunque ad importo irrisorio e spesso inadeguato a giustificare una complessa procedura di esazione”.
In relazione a ciò, affermano i giudici di legittimità, “…appare del tutto coerente la previsione di una esenzione generalizzata, in deroga alla previsione dell’art. 37 del DPR n. 131/1986, dal pagamento della tassa di registro per tutte le sentenze adottate nelle procedure giudiziarie di valore modesto, indipendentemente dal grado di giudizio e dall’ufficio giudiziario adito, sicché la norma qui in esame non può considerarsi…né oggetto di applicazione analogica né soggetta ad interpretazione di genere estensivo ma semplicemente applicata nel suo lineare e chiaro tenore testuale”.
In considerazione dei principi enunciati dalla Corte di Cassazione con le richiamate sentenze e del parere reso dall’Avvocatura generale dello Stato con nota n. 322080 del 28 luglio 20142, in ordine alla condivisibilità delle affermazioni di principio espresse dai giudici di legittimità, si ritiene che il regime esentativo per valore previsto dall’articolo 46 della legge n. 374 del 1991 (per le cause e le attività conciliative in sede non contenziosa il cui valore non eccede € 1.033,00) debba trovare applicazione non solo in relazione agli atti e provvedimenti relativi al giudizio dinanzi al giudice di pace ma anche agli atti e provvedimenti emessi dai giudici ordinari nei successivi gradi di giudizio.
Alla luce di quanto esposto, in adesione all’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione, devono considerarsi superate le indicazioni di prassi fornite in precedenza, contenute da ultimo nella risoluzione n. 48/E del 2011.
Si invitano, quindi, le strutture territoriali a riesaminare la controversie pendenti concernenti la materia in esame e, ove l’attività accertativa dell’Ufficio sia stata effettuata secondo criteri non conformi a quelli espressi dai giudici di legittimità, ad abbandonare – con le modalità di rito, tenendo conto dello stato e del grado di giudizio – la pretesa tributaria, sempre che non siano sostenibili altre questioni.
Nel chiedere che venga dichiarata la cessazione della materia del contendere, occorre prendere motivatamente posizione anche sulle spese di giudizio fornendo al giudice elementi che possano giustificare la compensazione, qualora non sia stata acquisita la rinuncia del contribuente alla rifusione delle spese di lite.


Fonte: Risoluzione Agenzia Entrate n. 97/E del 10/11/2014

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