mercoledì 22 ottobre 2014

Plusvalenza tassata al verificarsi della condizione sospensiva legale.

Come noto, l’articolo 1360 del codice civile, rubricato “Retroattività della condizione”, dispone che gli effetti dell’avveramento della condizione retroagiscono al tempo in cui è stato concluso il contratto, salvo che, per volontà delle parti o per la natura del rapporto, gli effetti del contratto o della risoluzione debbano essere riportati a un momento diverso, mentre parimenti noto è che, ai fini della determinazione del reddito d’impresa, vale il principio di competenza economica.
Infatti, l’articolo 75 del Tuir, nella versione vigente fino al 2004 (oggi articolo 109), alla lettera a del secondo comma, dispone che i corrispettivi delle cessioni si considerano conseguiti alla data della stipulazione dell’atto per gli immobili e per le aziende, ovvero, se diversa e successiva, alla data in cui si verifica l’effetto traslativo della proprietà o di altro diritto reale, che - nel caso di specie - i contribuenti hanno ritenuto verificatosi nel successivo periodo d’imposta, perché in esso intervenne l’autorizzazione regionale al trasferimento della farmacia.
L’ufficio finanziario, invece, sottopose a tassazione l’intera plusvalenza nel periodo d’imposta 1996, nel quale il contratto di cessione venne stipulato, ancorché nel corso di esso venne versato solo un acconto del prezzo, mentre i giudici di merito ritennero imputabili in ognuno dei due periodi d’imposta il corrispettivo percepito, in quanto la somma percepita nell’anno 1996 non presentava la natura di caparra ma, “come emergente dal contratto di cessione”, di acconto prezzo.

La pronuncia n. 12747/2014 della Corte regolatrice del diritto afferma l’irrilevanza, ai fini della determinazione della base imponibile dell’impresa cedente l’azienda, della retroattività degli effetti dell’avvenuto verificarsi della condizione sospensiva legale cui era sottoposto l’atto di cessione, nella scia dell’interpretazione della giurisprudenza di legittimità espressasi sulla natura del provvedimento autorizzativo (prima del medico provinciale, ora della Regione), previsto dall’articolo 12, comma 2, della legge 2 aprile 1968, n. 475.
In questo senso, vengono citate la pronuncia delle sezioni unite 8 novembre 1983, n. 6587, nella quale si statuì che la condizione legale sospensiva assegnata al riconoscimento del medico provinciale dei requisiti legali comporta che “la vendita, come più in generale, ogni atto traslativo, tra vivi o di una farmacia non solo non consente all'acquirente prima del riconoscimento, l'esercizio della farmacia, ma neppure produce il suo effetto reale del trasferimento della proprietà dell'azienda, che solo dopo il predetto atto amministrativo, avente la natura giuridica di un'autorizzazione costitutiva, si realizza con efficacia retroattiva”.

La sentenza della Suprema corte in rassegna applica tale principio alla determinazione del reddito d’impresa, ma giustificandolo con la disciplina dettata in tema di imposta di registro dall’articolo 43, comma 1, lettera a), del Dpr n. 131/1986, che per il Supremo collegio, nelle sentenze richiamate (18 maggio 2012, n. 7878; 28 settembre 2012, n. 16562; 11 maggio 1999, n. 4657), determina che gli effetti traslativi o costitutivi sono prodotti non dalla stipulazione del contratto condizionale, destinato a rimanere inoperante senza l’avveramento dell’evento futuro, ma dall’accadimento di questo, con la conseguenza che “la retroattività degli effetti stessi, una volta prodottisi, non implica mutamento del fatto generatore”.

La soluzione prospettata dalla sentenza in commento sull’imputazione del provento nell’esercizio in cui si verifica la condizione sospensiva ha interessato la giurisprudenza di legittimità espressasi con la sentenza 23 luglio 2010, n. 17395, in tema di contributo ottenuto in conto esercizio sottoposto a condizione sospensiva, rilevando che quand’anche esso sia determinabile nell’ammontare, non è certo nell’esistenza.
In questo senso, anche I’Amministrazione finanziaria che, nella circolare n.73/E del 1994 del Ministero delle finanze, proprio in tema di contributi, li ha ritenuti conseguiti solo al momento in cui si verifichi la condizione sospensiva, escludendo alcun effetto retroattivo al momento in cui i contributi fossero stati concessi.

Diversamente, nella pronuncia del Supremo collegio 6 giugno 2012, n. 9096, venne affermato che la quota di commissione passiva subordinata al regolare adempimento da parte del cliente finale entro un periodo di osservazione è da ritenersi comunque maturata con la stipula del contratto di leasing procurato, con l’effetto della sua imputazione non nel periodo di realizzazione della condizione, in quanto tale momento attiene soltanto a un aspetto finanziario relativo al pagamento della commissione, ma in quello della stipula del contratto.

Diversa soluzione è stata prospettata riguardo al periodo di competenza nel quale imputare il provento derivante dalle cessioni onerose di immobili storico-artistici, atteso che l’efficacia delle cessioni è sottoposta alla condizione del mancato esercizio del diritto di prelazione da parte dello Stato, nei cui riguardi la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 28/E del 2003 ha ritenuto legittimo imputare i componenti reddituali al periodo d’imposta nel quale il rogito è stato redatto.
In una successiva risposta a un interpello del 2009 (non trasfuso in alcuna atto amministrativo), l’Agenzia delle Entrate – pur affermando in via generale che in “talune ipotesi” il trasferimento del diritto di proprietà può verificarsi in un periodo diverso da quello di stipula dell’atto di cessione – reputa che, “per l’alienante il verificarsi o meno della condizione sospensiva prevista ex lege determina solo l’individuazione di un cessionario diverso da quello originariamente previsto dal contratto, senza incidere in alcun modo sulla certezza del componente reddituale derivante dall’alienazione del bene vincolato”.

Da parte nostra, possiamo soltanto evidenziare – come ben rilevato anche dalla decisione della Corte di legittimità in esame – che l’allora vigente articolo 54, comma 4, del Tuir (ante 2004, e ora articolo 86, comma 4), dispone che concorrono alla formazione del reddito anche le plusvalenze delle aziende, compreso il valore di avviamento, unitariamente realizzate mediante cessione a titolo oneroso, “nell'esercizio in cui sono state realizzate”.
Tale espressione, però, non comporta necessariamente l’applicazione del principio di cassa a tale provento conseguito nell’esercizio dell’attività commerciale, potendolo riferire al momento di esistenza del fatto, per la cui individuazione del profilo temporale valgono le regole ordinarie dettate dall’articolo 109 del Tuir, ora vigente.
Peraltro nella controversia oggetto della sentenza in commento, i contribuenti non hanno avuto ragione perché “l’accertamento in fatto compiuto dal Giudice di merito in ordine all'avvenuto incasso di parte di prezzo nell'anno 1996 non è stato idoneamente censurato, onde la sentenza impugnata che ha ritenuto che la relativa plusvalenza andasse imputata a quell'esercizio, appare, alla luce dei principi sopra esposti corretta ed immune da censure”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Separazione coniugi e benefici prima casa.

In caso di vendita infraquinquennale di un immobile acquistato con l'agevolazione prima casa, per separazione tra i coniugi, con rinuncia al ricavato da parte di uno a favore dell’altro, quali sono le conseguenze?

Si verifica decadenza dai benefici "prima casa" in caso di trasferimento a titolo gratuito o oneroso di un appartamento comprato usufruendo dell'agevolazione e di mancato riacquisto entro l’anno di un nuovo immobile da destinare ad abitazione principale (nota II –bis, comma 4, dell’articolo 1 della Tariffa, parte prima, allegata al Tur). La decadenza è esclusa nel caso in cui l’accordo di separazione omologato dal tribunale preveda che entrambi i coniugi alienino a terzi la proprietà dell’immobile, con rinuncia all’incasso del ricavato della vendita da parte di uno dei coniugi a favore dell’altro. In tale ipotesi, il coniuge, cui va l’intero corrispettivo derivante dalla vendita, deve riacquistare, entro un anno dall’alienazione, un altro immobile da adibire ad abitazione principale (circolare 27/E del 2012).


Fonte: Agenzia Entrate

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Dichiarazione “Imu Tasi Enc”.

Gli enti non commerciali possono dare il via alla trasmissione online della dichiarazione Imu/Tasi relativa agli anni 2012 e 2013. Aperti da oggi, infatti, i canali telematici Entratel e Fisconline dell’Agenzia delle Entrate, che organizzazioni e associazioni no-profit devono utilizzare (direttamente o tramite intermediari abilitati) per l’invio dei dati. C’è da dire che, in realtà, i due periodi di riferimento interessano soltanto il primo tributo, perché la Tasi prende le mosse dal 2014.

Il modello con le istruzioni (decreto Mef del 26 giugno 2014) e le specifiche tecniche (decreto Mef del 4 agosto 2014) sono scaricabili dal dipartimento delle Finanze, mentre il pacchetto informatico “Modulo di controllo Imu Tasi Enc 2014”, che va utilizzato per verificare la conformità dei file inviati, è in rete, sul sito dei servizi telematici dell’Agenzia, nella sezione “Software”, alla voce “Pacchetti applicativi – Controllo Altri Documenti”. Si tratta, quest’ultimo, di un test obbligatorio per il superamento dell’esame che consente di passare alla fase successiva del procedimento. Per l'istallazione del software è necessaria la versione 5.3.1 dell'applicazione Entratel o la versione 3.0.0 dell'applicazione FileInternet.

L’ultimo giorno utile per la presentazione della dichiarazione è il prossimo 1 dicembre, visto che il 30 novembre, nuovo termine fissato dal decreto del 23 settembre che ha fatto slittare di due mesi la scadenza originaria del 30 settembre, è domenica.
Il canale telematico è l’unica via utilizzabile per eseguire in modo corretto l’adempimento.

Ricordiamo che “Imu Tasi Enc” sintetizza tutte le eventualità relative all’utilizzo degli immobili da parte degli enti non commerciali. Tali soggetti, infatti, sono esentati dal pagamento dei due tributi soltanto per i locali destinati ad attività non commerciali. Quindi, occorreva un modulo che ospitasse immobili interamente esentati, parzialmente esentati ed esentati con criteri proporzionali. Quest’ultimo caso prende in considerazione situazioni in cui non è possibile separare nettamente spazi no-profit e spazi profit. Le regole di ripartizione sono state definite dal decreto ministeriale 200/2012.

Il modulo è composto da cinque pagine: aprono le informazioni generali su contribuente e rappresentante firmatario della dichiarazione, firma e impegno alla presentazione telematica; a seguire il quadro “A” per gli immobili totalmente imponibili, il quadro “B” per gli immobili parzialmente imponibili e quelli totalmente esenti, il quadro “C” per la determinazione di Imu e Tasi, infine il quadro “D” per la segnalazione di compensazioni e rimborsi.

La scadenza del 30 novembre è, come già detto, relativa agli anni 2012 e 2013; a regime, invece, la dichiarazione va presentata entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui si è entrati in possesso dell’immobile o si sono verificate modifiche rilevanti per i tributi. La dichiarazione non va rinnovata negli anni successivi, a meno che non si verifichino variazioni significative.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 20 ottobre 2014

Modalità di presentazione delle deleghe di pagamento F24 a decorrere dal 1° ottobre 2014.

PREMESSA
L’art. 11, comma 2, del decreto legge 24 aprile 2014, n. 66 convertito, con
modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, introduce, dal 1° ottobre 2014,
ulteriori obblighi di utilizzo dei sistemi telematici per la presentazione delle
deleghe di pagamento F24.
In particolare, è previsto che:
“A decorrere dal 1° ottobre 2014, fermi restando i limiti già previsti da
altre disposizioni vigenti in materia, i versamenti di cui all'articolo 17 del
decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, sono eseguiti:
a) esclusivamente mediante i servizi telematici messi a disposizione
dall'Agenzia delle entrate, nel caso in cui, per effetto delle compensazioni
effettuate, il saldo finale sia di importo pari a zero;
b) esclusivamente mediante i servizi telematici messi a disposizione
dall'Agenzia delle entrate e dagli intermediari della riscossione convenzionati
con la stessa, nel caso in cui siano effettuate delle compensazioni e il saldo finale
sia di importo positivo;
c) esclusivamente mediante i servizi telematici messi a disposizione
dall'Agenzia delle entrate e dagli intermediari della riscossione convenzionati
con la stessa, nel caso in cui il saldo finale sia di importo superiore a mille
euro.”.
Con la presente circolare sono forniti alcuni chiarimenti, con la precisazione
che le disposizioni in esame non si applicano ai pagamenti effettuati con
strumenti diversi dal modello F24 (ad esempio bonifici e versamenti diretti in
tesoreria).

1. OBBLIGHI DI PRESENTAZIONE TELEMATICA DEI MODELLI
F24 - ARTICOLO 11, COMMA 2, DEL DECRETO LEGGE 24
APRILE 2014, N. 66 CONVERTITO, CON MODIFICAZIONI, DALLA
LEGGE 23 GIUGNO 2014, N. 89
Per effetto delle disposizioni normative introdotte, a decorrere dal 1°
ottobre 2014:
a) i modelli F24 a saldo zero1 potranno essere presentati esclusivamente
mediante i servizi telematici messi a disposizione dall'Agenzia delle
entrate:
- direttamente dal contribuente, utilizzando i servizi “F24 web” o “F24
online”2 dell’Agenzia delle entrate, attraverso i canali telematici
Fisconline o Entratel;
- per il tramite di un intermediario abilitato ai sensi dell’articolo 3,
comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n.
322 (professionisti, CAF, associazioni sindacali di categoria tra
imprenditori, etc.), che può trasmettere telematicamente le deleghe F24
in nome e per conto degli assistiti avvalendosi del servizio “F24
cumulativo”, disciplinato da apposita convenzione con l’Agenzia delle
entrate, e del servizio “F24 addebito unico” di cui al Provvedimento del
Direttore dell’Agenzia delle entrate del 21 giugno 2007;
b) i modelli F24 contenenti crediti utilizzati in compensazione, con saldo
finale maggiore di zero, oppure i modelli F24 con saldo superiore a
1.000,00 euro (a prescindere dalla presenza di crediti utilizzati in
-----
1
Nel modello F24 “a saldo zero” l’ammontare dei pagamenti (esposti nella colonna “importi a debito
pagati”) è pari all’ammontare dei crediti utilizzati in compensazione (esposti nella colonna “importi a
credito compensati”) e dunque il saldo finale del modello (pagamenti meno compensazioni) è pari a zero.
2 “F24 web” consente di compilare e inviare telematicamente il modello F24 direttamente dal sito internet
dell’Agenzia delle Entrate, senza la necessità di installare alcun software dedicato sul proprio PC. “F24
online”, invece, previa compilazione del modello F24 attraverso il software scaricabile gratuitamente dal
sito internet dell’Agenzia, oppure tramite programmi disponibili sul mercato, consente di inviare
telematicamente il modello F24 stesso attraverso il sito internet dell’Agenzia.
---

compensazione), potranno essere presentati esclusivamente per via
telematica:
- mediante i servizi telematici messi a disposizione dall'Agenzia delle
entrate sopra richiamati;
- mediante i servizi di internet banking messi a disposizione dagli
intermediari della riscossione convenzionati con l’Agenzia ai sensi
dell’art. 19 del decreto legislativo 9 luglio 1997 n. 241 e dell’art. 1 del
decreto legislativo 22 febbraio 1999, n. 37 (banche, Poste Italiane e
Agenti della riscossione, prestatori di servizi di pagamento).


2. ULTERIORI CASI DI OBBLIGO DI UTILIZZO DEI SERVIZI
TELEMATICI PER LA PRESENTAZIONE DEI MODELLI F24
La norma in commento chiarisce che i suddetti obblighi si aggiungono a
quelli già vigenti nell’ordinamento sulla stessa materia.
In particolare, per i soggetti titolari di partita IVA restano applicabili
anche le disposizioni di cui all’art. 37, commi 49 e 49-bis, del decreto legge 4
luglio 2006, n. 223, convertito dalla legge 4 luglio 2006, n. 248, recanti
rispettivamente l’obbligo di utilizzare:
- modalità di pagamento esclusivamente telematiche per il versamento di
imposte, contributi e premi di cui all’articolo 17, comma 2 del decreto
legislativo 9 luglio 1997, n. 241 nonché delle entrate spettanti agli enti e
alle casse previdenziali di cui all’articolo 28, comma 1, del medesimo
decreto legislativo n. 241 del 1997;
- esclusivamente i servizi telematici messi a disposizione dall'Agenzia
delle entrate, per effettuare la compensazione, tramite modello F24, del
credito IVA annuale o relativo a periodi inferiori all'anno, per importi
superiori a 5.000,00 euro annui.
Tali soggetti, pertanto, per effetto delle nuove disposizioni normative
introdotte, sono tenuti ad utilizzare esclusivamente le modalità telematiche messe
a disposizione dall’Agenzia per la presentazione del modello F24 in tutti i casi di
delega con saldo finale pari a zero, ferma restando la possibilità di utilizzare
anche i servizi telematici resi disponibili dagli intermediari della riscossione
convenzionati per la presentazione del modello F24 con saldo maggiore di zero.


3. CASI IN CUI E’ POSSIBILE UTILIZZARE IL MODELLO F24
CARTACEO
In linea generale, i versamenti con modello F24 cartaceo potranno
continuare a essere effettuati, presso gli sportelli degli intermediari della
riscossione convenzionati con l’Agenzia ai sensi dell’art. 19 del decreto
legislativo 9 luglio 1997, n. 241 e dell’art. 1 del decreto legislativo 22 febbraio
1999, n. 37 (Banche, Poste Italiane e agenti della riscossione), dai soggetti non
titolari di partita IVA, nel caso in cui debbano versare, senza utilizzo di crediti in
compensazione, somme per un importo totale pari o inferiore a 1.000,00 euro.
La presentazione del modello F24 in forma cartacea è, inoltre, ammessa
nei seguenti casi particolari.
F24 precompilati dall’ente impositore
Per evitare complicazioni per i contribuenti e possibili errori nella
compilazione dei modelli F24, i contribuenti che utilizzano deleghe di pagamento
precompilate, inviate dagli enti impositori (ad esempio Agenzia delle entrate,
Comuni, etc.), con saldo finale superiore a 1.000,00 euro, possono presentare
detti modelli in formato cartaceo presso gli sportelli degli intermediari della
riscossione convenzionati con l’Agenzia, a condizione che non siano indicati
crediti in compensazione.

Versamenti rateali in corso
Tenuto conto che per numerosi contribuenti non titolari di partita IVA,
alla data di entrata in vigore della disposizione in commento (1° ottobre 2014),
sono in corso, per il corrente anno, versamenti rateali di tributi, contributi e altre
entrate tramite modello F24 cartaceo, sarà possibile continuare a effettuare i
versamenti delle rate successive utilizzando la medesima modalità, fino al 31
dicembre 2014, anche per importi superiori a 1.000,00 euro e/o utilizzando
crediti in compensazione, oppure se il saldo del modello è pari a zero.
Utilizzo di crediti d’imposta fruibili in compensazione esclusivamente
presso gli agenti della riscossione
I soggetti che hanno diritto ad agevolazioni fiscali, nella forma di crediti
d’imposta, utilizzabili in compensazione esclusivamente presso gli agenti della
riscossione, per tale finalità possono continuare a presentare il modello F24
cartaceo presso gli sportelli degli agenti medesimi.


4. CONTRIBUENTI IMPOSSIBILITATI A DETENERE UN CONTO
CORRENTE
Con riferimento, infine, ai versamenti dovuti da contribuenti
oggettivamente impossibilitati a detenere un conto corrente si precisa che:
a) i modelli F24 con saldo superiore a 1.000,00 euro, senza l’utilizzo di
crediti in compensazione, potranno essere inviati telematicamente
rivolgendosi ad un intermediario abilitato a Entratel ex articolo 3,
comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n.
322, disponibile all’addebito del pagamento sul proprio conto corrente,
ovvero ad intermediari della riscossione che consentono di presentare il
modello F24 con modalità telematiche anche a soggetti non titolari di
conto corrente in quanto, in tali ultimi casi, il pagamento è eseguito con modalità diverse rispetto all’addebito in conto, ad esempio tramite
addebito di carte prepagate. In via residuale, nel caso in cui non fossero
disponibili tali canali, potrà essere utilizzato anche il modello F24
cartaceo;
b) i modelli F24 contenenti crediti utilizzati in compensazione, con saldo
finale maggiore di zero, potranno essere presentati con le modalità
telematiche richiamate alla precedente lettera a). In via residuale, nel
caso in cui non fossero disponibili tali canali, potrà essere presentato,
esclusivamente tramite i servizi telematici messi a disposizione
dall'Agenzia delle entrate, un modello F24 a saldo zero nel quale
compensare il totale dei crediti a disposizione con una parte del debito
da versare; il versamento del restante debito potrà essere effettuato
anche con modello F24 cartaceo.


Fonte: Circolare Agenzia Entrate 27/E del 19/09/2014

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"@e.bollo": le marche da bollo si pagano online.

Prende il via il progetto “@e.bollo”, grazie al quale i contribuenti potranno pagare online le marche da bollo, anche con carte di credito, di debito o prepagate, sulle richieste trasmesse in via telematica alla Pubblica Amministrazione e sui relativi atti.

Lo stabilisce il provvedimento del 19 settembre 2014 del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, d’intesa con il Capo Dipartimento della Funzione Pubblica. Il servizio sarà disponibile nei prossimi mesi: nella prima fase, il pagamento sarà possibile solo sui siti internet delle PA che offriranno servizi interattivi di dialogo con gli utenti per la richiesta e il rilascio dei documenti elettronici.

Nella seconda fase, saranno attivate procedure di pagamento della marca da bollo digitale anche per le richieste e gli atti scambiati tra cittadini e PA via posta elettronica. Prossimamente l’Agenzia delle Entrate e l’Agenzia per l’Italia Digitale pubblicheranno gli elenchi delle Amministrazioni e degli intermediari che via via attiveranno il servizio.

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Moss: al via la registrazione al mini sportello unico Iva.

Le aziende che operano nei settori del commercio elettronico, delle telecomunicazioni e dei servizi radiotelevisivi possono scegliere di registrarsi sul Moss - Mini one stop shop, il mini sportello unico che, dal prossimo anno, permetterà agli operatori economici di dichiarare e versare in Italia le imposte dovute sui servizi di telecomunicazione, teleradiodiffusione ed elettronici prestati a persone che non sono soggetti passivi Iva (B2C), resi in altri Stati Ue, senza doversi identificare negli stessi.

Le modalità di registrazione al servizio sono state fissate con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 30 settembre 2014 e la registrazione è possibile già dal 1° ottobre. Scegliendo questo regime, dal 1° gennaio 2015, il fornitore non sarà più obbligato a identificarsi in ciascuno Stato membro in cui effettua le operazioni Iva: registrandosi al Moss, dopo aver trasmesso telematicamente le dichiarazioni Iva trimestrali ed effettuato i versamenti, questi saranno inviati automaticamente ai rispettivi Stati membri di consumo, utilizzando una rete di comunicazioni sicura. Pur trattandosi di un regime facoltativo, se un contribuente sceglie di avvalersene dovrà applicarlo in tutti gli Stati membri.


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Monitoraggio: niente comunicazione se l’indirizzo è già nell’Ini-Pec.

Se l'indirizzo di posta elettronica certificata è presente nell'Indice nazionale degli indirizzi (Ini-Pec) delle imprese e dei professionisti presenti sul territorio italiano, viene meno, per intermediari e professionisti, l’obbligo di comunicarlo all’Agenzia delle Entrate entro il prossimo 31 ottobre.

Lo afferma la risoluzione n. 88/E del 14 ottobre, che fornisce un chiarimento sul provvedimento congiunto Entrate-Guardia di Finanza dell’8 agosto scorso, relativo alla normativa sull’antiriciclaggio, che aveva previsto, tra l'altro, l’utilizzo della Pec per lo scambio di informazioni tra contribuenti e uffici fiscali e/o militari della Guardia di Finanza. Attraverso l’Ini-Pec, infatti,l’Agenzia può acquisire direttamente gli indirizzi di posta elettronica certificata senza ulteriori obblighi da parte dei contribuenti.

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F24 online sopra i mille euro: istruzioni per l’uso.

Dal 1° ottobre l’F24 telematico è diventato obbligatorio per i versamenti superiori a 1000 euro, per quelli a saldo zero o con crediti in compensazione con saldo finale maggiore di zero (Dl n. 66 del 2014).

La circolare n. 27/E spiega come presentare la delega di pagamento e illustra i casi in cui è ancora possibile utilizzare il cartaceo. I modelli F24 a saldo zero potranno essere presentati esclusivamente attraverso i servizi online dell’Agenzia (“F24web”, “F24online” o tramite un intermediario abilitato), mentre quelli con crediti utilizzati in compensazione con saldo finale maggiore di zero e quelli con saldo superiore a 1000 euro potranno viaggiare anche tramite internet banking (banche, Poste Italiane, Agenti della riscossione e prestatori di servizi di pagamento, convenzionati con l’Agenzia). I contribuenti (esclusi i titolari di partita Iva) potranno continuare a utilizzare il modello cartaceo anche dopo il 1° ottobre per il versamento di somme pari o inferiori a 1000 euro, a patto che non ci siano crediti in compensazione, in caso di F24 precompilati dell’ente impositore, e, fino al 31 dicembre, anche per i versamenti rateali in corso di tributi, contributi e altre entrate.


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Redditi 2014: la nuova Certificazione Unica sostituisce il Cud.

E' disponibile in bozza lo schema di Certificazione Unica, il nuovo modello che dal 2015 sostituirà il Cud, dove potranno confluire tutti i redditi corrisposti nel 2014, sia quelli da lavoro dipendente e assimilati, sia quelli finora certificati in forma libera. Dal prossimo anno i sostituti d’imposta avranno un solo modello per attestare sia i redditi: compileranno un solo frontespizio contenente i propri dati, le informazioni anagrafiche del contribuente e il prospetto dei figli e degli altri familiari a carico del dipendente o pensionato in relazione ai quali sono state riconosciute le detrazioni per carichi di famiglia. Tra le principali novità, anche lo spazio dedicato al bonus Irpef di 80 euro riconosciuto ai lavoratori dipendenti e ad alcune categorie assimilate.

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Tasi: locazione inferiore a sei mesi.

Ho preso in affitto un appartamento a partire dal mese di agosto. Sono tenuto al pagamento della Tasi?

La Tasi è dovuta da chiunque possieda o detenga a qualsiasi titolo fabbricati (compresa l'abitazione principale)e aree edificabili, come definiti ai fini dell'Imu. In caso di detenzione temporanea di durata non superiore a sei mesi nel corso dell'anno solare, la Tasi è dovuta soltanto dal possessore dei locali e delle aree a titolo di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e superficie (articolo 1, comma 673, legge 147/2013). Pertanto, in relazione a un immobile abitativo preso in affitto dal mese di agosto, la Tasi sarà dovuta soltanto dal proprietario (o titolare di altro diritto reale) e non anche dall’inquilino.


Fonte: Agenzia Entrate

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Il valore stabilito per il Registro è ok anche per le imposte dirette.

Nella fase di accertamento di una plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di azienda, l’Amministrazione finanziaria è legittimata a procedere in via presuntiva sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro, restando a carico del contribuente l’onere di superare la presunzione di corrispondenza del prezzo incassato col valore di mercato accertato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro (cfr Cassazione 14448/2000, 16700/2005, 19548/2005, 21055/2005, 12462/2010, 12171/2010 e 22869/2011).


Ordinanza n. 21294 dell’8 ottobre 2014 (udienza 10 luglio 2014)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Cicala Mario – Est. Conti Roberto Giovanni
Accertamento di plusvalenza a seguito di cessione d’azienda – L’Amministrazione finanziaria è legittimata a procedere in via presuntiva sulla base dell’accertamento effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro – Spetta al contribuente superare tale presunzione

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Usucapione: benefici prima casa possibili anche con atto integrativo.

Con risoluzione n. 90/E del 17 ottobre 2014, l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in ordine alla possibilità di beneficiare delle agevolazioni prima casa, nell’ipotesi di acquisto per usucapione di beni immobili, laddove nella sentenza e negli atti del procedimento non sono state rese le dichiarazioni necessarie per fruire delle agevolazioni.
Il dubbio interpretativo, che il documento di prassi ha risolto, è sorto sulla base di quanto dichiarato con la risoluzione n. 25/E del 2012, in cui era stato chiarito che l’applicabilità dei benefici in argomento è subordinata alla presenza di determinate condizioni, da attestare nell’atto introduttivo o nel corso del giudizio per la dichiarazione di intervenuta usucapione.

Innanzitutto, va ricordato che i provvedimenti che accertano l’acquisto della proprietà per usucapione di beni immobili o di diritti reali di godimento sui beni stessi sono soggetti a imposta di registro nella misura proporzionale prevista dall’articolo 1 della tariffa allegata al Dpr 131/1986 (articolo 8, parte prima, nota II-bis della tariffa).
Tale disposizione equipara, di fatto, la tassazione delle sentenze che accertano l’acquisto di beni immobili per usucapione a quella degli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà.
Pertanto, i benefici fiscali per l’acquisto della prima casa si applicano anche alle sentenze dichiarative dell’acquisto per usucapione.

Come anticipato, in occasione della risoluzione 25/2012, l’Agenzia ha già concordato sull’applicabilità delle agevolazioni prima casa, condizionata dalla presenza delle “clausole” previste dalla nota II-bis all’articolo 1 della tariffa, che gli interessati devono dedurre nell’atto introduttivo o nel corso del giudizio promosso per la dichiarazione di intervenuta usucapione.
Tuttavia, tali chiarimenti devono essere coordinati con i principi già affermati dall’Amministrazione finanziaria facendo riferimento a ipotesi di agevolazioni prima casa richieste per i trasferimenti immobiliari disposti con atti giudiziari.

Al riguardo, con risoluzione 370/2008, è stato precisato che, nel caso in cui il contribuente non abbia chiesto di godere delle agevolazioni prima casa nella domanda di partecipazione a un’asta immobiliare, le dichiarazioni riguardanti il possesso dei requisiti per godere dei benefici possono essere rese nelle more della registrazione del decreto di trasferimento.
La Cassazione ha, inoltre, affermato che il termine finale entro il quale il destinatario della agevolazione può far valere il suo diritto a chiedere le agevolazioni prima casa è costituito dalla registrazione dell’atto davanti all’Amministrazione fiscale.
Tale principio è stato ribadito in diverse pronunce. In particolare, nella sentenza 9569/2013, la Cassazione ha precisato che le manifestazioni di volontà di fruire delle agevolazioni vanno rese anche in sede di vendita forzata: in tal caso, l’acquirente dovrà rendere le dichiarazioni prima della registrazione del decreto di trasferimento del giudice dell’esecuzione, che costituisce l’atto al quale va riconosciuta efficacia traslativa della proprietà del bene.
Il principio è stato confermato dalla Corte (cfr sentenza 2261/2014) anche in relazione al trasferimento di immobile effettuato con sentenza (ex articolo 2932 cc - esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto) avente natura costitutiva. In tale ipotesi, le manifestazioni di volontà vanno rese, anche quando il contribuente intende far valere il proprio diritto alla applicazione dei benefici rendendosi acquirente in sede di domanda ex articolo 2932 cc. Anche in questo caso, le dichiarazioni andranno rese prima della registrazione della sentenza sostitutiva del contratto non concluso.

E ancora, con specifico riferimento alle agevolazioni prima casa (come disciplinate dal previgente articolo 16 del Dl 155/1993) relative a un immobile acquisito per usucapione, l’Amministrazione (circolare 267/1997) aveva precisato che la richiesta di agevolazione doveva essere contenuta, a pena di decadenza, nello stesso atto ovvero, nel caso in cui tale dichiarazione era stata omessa, veniva consentito al contribuente di conseguire il trattamento agevolato sulla prima casa, mediante integrazione dell’atto giudiziario, con dichiarazione autenticata nelle firme da autorità anche diversa da quella che aveva redatto il provvedimento giudiziario, da allegare al provvedimento stesso nelle more della sua registrazione.

Tanto premesso, in linea con i principi affermati dall’Agenzia delle Entrate e con le interpretazioni fornite dalla giurisprudenza di legittimità, nel caso in cui le dichiarazioni necessarie per fruire delle agevolazioni prima casa non siano state rese nella sentenza e negli atti del procedimento, i contribuenti potranno comunque fruire dei benefici nel modo appena descritto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rivalutazione-bis di partecipazioni.

In caso di donazione di una partecipazione il cui valore è stato già rideterminato dal donatario, l’imposta sostitutiva non può essere scomputata da quella dovuta dai beneficiari in occasione di una successiva rideterminazione.
Il chiarimento arriva dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 91/E del 17 ottobre 2014.

Il caso
Due soci detenevano, all’1 luglio 2011, una quota di partecipazione in una società pari al 50% ciascuno della loro società.
In un primo momento, hanno rideterminato il valore di una quota pari al 20% della partecipazione, effettuando i previsti adempimenti (redazione di una perizia giurata e versamento della prima rata dell’imposta sostitutiva del 4%) entro il 30 giugno 2012 (articolo 7, comma 2, lettera dd), del Dl 70/2011).
Successivamente, hanno deciso di rivalutare l’intera quota di partecipazione posseduta, portando a termine i correlati adempimenti entro il 30 giugno 2013 (articolo 1, comma 473, legge 228/2012).
A luglio 2013 hanno trasferito a titolo gratuito ai propri coniugi e figli la proprietà di alcune quote e la nuda proprietà di altre; i coniugi, a loro volta, hanno trasferito ai figli quanto ricevuto.
Coniugi e figli, che detenevano la proprietà delle quote, hanno rideterminato il valore delle partecipazioni e dei relativi diritti, alla data dell’1 gennaio 2014.
È in questa circostanza, quella della ulteriore rideterminazione delle partecipazioni ora detenute dai donatari, che questi ultimi chiedono all’Amministrazione finanziaria se sia possibile scomputare l’imposta sostitutiva pagata dai donanti nel corso delle precedenti rideterminazioni.

Il parere dell’Agenzia
Per rispondere al quesito, i tecnici dell’Agenzia esaminano innanzitutto la norma sulle modalità di calcolo dei redditi diversi di natura finanziaria realizzati per effetto della cessione di attività ricevute in donazione (articolo 68, comma 6, del Tuir), secondo cui si assume come costo fiscale quello sostenuto dal donante, aumentato dell’eventuale imposta di donazione (a carico del donatario). In pratica, per evitare salti di imposta, si deve tener conto del costo che il donante avrebbe assunto come costo o valore di acquisto se, invece di donare l’attività finanziaria, l’avesse ceduta a titolo oneroso.
In caso di donazione, pertanto, il donatario deve considerare lo stesso costo o valore di acquisto che avrebbe assunto il donante, compreso quello rideterminato.
Tuttavia, l’imposta sostitutiva pagata dal donante, trattandosi di un’imposta personale, serve a rideterminare il costo di acquisto della partecipazione, producendo l’effetto di realizzare una minore plusvalenza in caso di cessione della partecipazione da parte dello stesso soggetto che ha effettuato la rideterminazione.

Va poi evidenziato che lo scomputo dell’imposta in caso di successive rideterminazioni (articolo 7, comma 2, lettera ee) del Dl 70/2011) è possibile solo se effettuato dallo stesso soggetto che ha versato l’imposta sostitutiva in occasione di precedenti rideterminazioni; lo scopo, infatti, è quello di consentirgli il recupero dell’imposta pagata ed evitare duplicazioni di imposta.
Pertanto, in caso di rideterminazione del costo di acquisto della partecipazione posseduta all’1 gennaio 2014, i donatari non possono scomputare l’imposta sostitutiva versata dai donanti.


Fonte: Agenzia Entrate

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Erogazioni liberali alle Onlus: detrazione confermata per gli Enc.

In tema di detraibilità delle erogazioni liberali alle Onlus, non cambia nulla per gli enti non commerciali a seguito delle novità introdotte in materia dalla legge 96/2012. La norma, infatti, è intervenuta solo sull’agevolazione per le persone fisiche, senza alcun intento di escludere gli enti in questione dal beneficio fiscale.
È quanto precisa l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 89/E del 17 ottobre.

In particolare, l’articolo 15, commi 2 e 3, della legge 96/2012, ha modificato esclusivamente l’articolo 15 del Tuir nella parte in cui disciplina la detrazione Irpef degli importi devoluti dalle persone fisiche alle organizzazioni non lucrative di utilità sociale.
Per incentivare le erogazioni liberali in denaro in favore delle Onlus, infatti, il Testo unico delle imposte sul reddito (Dpr 917/1986) prevede agevolazioni fiscali sia quando sono effettuate da persone fisiche (articolo 15) sia quando sono effettuate da soggetti titolari di reddito d’impresa (articolo 100) o da enti non commerciali (articolo 147).

La legge 96/2012 ha disposto l’incremento della percentuale di detraibilità di tali oneri (prima fissata al 19%) esclusivamente per i contribuenti Irpef: possono “recuperare”, per il 2013, il 24% delle erogazioni liberali effettuate (per un importo non superiore a 2.065 euro) e, a partire dal 2014, il 26 per cento. La novità è stata trasposta nel comma 1.1 (di nuova introduzione) dell’articolo 15 del Tuir.
Tuttavia, è mancato l’espresso coordinamento del testo dell’articolo 147 del Tuir, il quale stabilisce che gli enti non commerciali residenti possono detrarre “dall’imposta lorda (…) fino alla concorrenza del suo ammontare, un importo pari al 19 per cento degli oneri indicati”, tra l’altro, alla lettera i-bis) dell’articolo 15, comma 1, del Tuir. Lettera che, dopo l’intervento della legge 96/2012, non comprende più le erogazioni liberali alle Onlus, “traslocate” – come ricordato – nel nuovo comma 1.1.

La risoluzione 89/2014 chiarisce che non era intento del legislatore escludere, per i soli enti non commerciali, la detraibilità delle erogazioni alle Onlus. Di conseguenza, il richiamo operato dall’articolo 147 del Tuir alla lettera i-bis) dell’articolo 15, comma 1, deve ora intendersi riferito anche agli oneri trasposti nel comma 1.1 dello stesso articolo 15.
In conclusione, le erogazioni liberali in denaro erogate in favore delle Onlus continuano a essere detraibili dall’imposta dovuta dagli enti non commerciali nella misura del 19%, come fissata dallo stesso articolo 147.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 15 ottobre 2014

Quesito: detrazioni.

ho pagato la tassa di successione per una proprietà di mia madre il commercialista mi ha detto che non posso presentarla nella contabilità di mia marito artigiano, io non ho redditi

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Su aiuti di stato no all’esenzione se l’operazione lede la concorrenza.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 107, paragrafo 1 Tfue, relativo al divieto degli aiuti di Stato cosiddetti selettivi. La questione riguarda la disciplina di uno Stato membro che prevede l’esenzione dall’imposta di un lotto di terreno di sua proprietà, ceduto a un’impresa privata con capitale interamente pubblico, che produce beni e servizi suscettibili di scambi tra gli Stati membri. Il problema che si pone è quello di stabilire, se tale esenzione fiscale possa essere considerata un aiuto di Stato vietato dall’articolo 107, paragrafo 1 Tfue.

I protagonisti della controversia
La controversia contrappone da una parte il ministero spagnolo della Difesa e una società spagnola e dall’altra un Comune spagnolo, in merito all’esenzione dall’imposta di un bene immobile relativamente a un terreno messo a disposizione di tale società.
La società oggetto del procedimento, è una società il cui capitale è interamente detenuto dallo Stato spagnolo, e si occupa della costruzione e della manutenzione di navi da guerra per conto di quest’ultimo e di altri Stati, nonché della fabbricazione e manutenzione di vari prodotti per il settore privato, principalmente in ambito navale ed energetico. Per lo svolgimento di tale attività, l’impresa adopera un cantiere navale situato nel territorio di un Comune spagnolo di proprietà dello Stato spagnolo. Con un accordo concluso il 6 settembre 2001, lo Stato spagnolo metteva tale lotto di terreno a disposizione della società con la cessione del diritto d’uso a fronte di un prezzo simbolico. Lo Stato spagnolo, quale proprietario di detto lotto, rimaneva il soggetto passivo dell’imposta e in virtù dell’accordo del 2001 ripercuoteva l’importo di tale imposta sulla società che ne doveva sostenere l’onere.
L’imposta sui beni immobili relativa al lotto di terreno in questione, veniva versata al Comune spagnolo per gli esercizi anteriori all’anno 2008, mentre dall’esercizio 2008 in poi, lo Stato spagnolo e l’impresa chiedevano l’esenzione da tale imposta ai sensi dell’art. 62, paragrafo1, lettera a) della legge 2/2004 regio decreto legislativo spagnolo. Tale richiesta veniva respinta e, successivamente, veniva presentato ricorso davanti al giudice amministrativo competente.

Il ricorso al giudice amministrativo
Il giudice amministrativo rigettava la domanda fondando il diniego sulla circostanza che il beneficio dell’esenzione fiscale, a favore della società spagnola, potesse configurare un aiuto di Stato contrario all’articolo 107, paragrafo 1, Tfue, in quanto, concessa  mediante risorse pubbliche a una impresa appartenente allo Stato e, quindi, idonea a falsare la concorrenza, nonché idonea ad apportare un beneficio per la società a discapito di altre imprese private operanti nello stesso settore.
Tale decisione veniva, successivamente, annullata con una sentenza del Tribunale superiore di giustizia della Galizia, il quale disponeva che l’esenzione fiscale richiesta doveva essere ammessa e di fatto trasmetteva la causa al giudice del rinvio.
Il giudice del rinvio, in virtù di quanto sopra espresso, decideva di sospendere il procedimento e di sollevare la questione dinanzi alla Corte di Giustizia europea.

La questione pregiudiziale
La questione pregiudiziale trattata dalle Corte riguarda essenzialmente il seguente aspetto.
In particolare mira a chiarire “se l’articolo 107, paragrafo 1, TFUE debba essere interpretato nel senso che costituisce aiuto di Stato, vietato ai sensi di tale disposizione, l’esenzione dall’imposta sui beni immobili di un lotto di terreno appartenente allo Stato e messo a disposizione di una impresa di cui quest’ultimo detiene la totalità del capitale e che produce, a partire da tale lotto, beni e servizi che possono essere oggetto di scambi tra gli Stati membri in mercati aperti alla concorrenza”.

L’interpretazione degli eurogiudici
In merito alla questione pregiudiziale, secondo costante giurisprudenza della Corte, la qualificazione di “aiuto”, ai sensi dell’articolo 107, paragrafo 1, Tfue, richiede che sussistano tutti i presupposti menzionati in tale disposizione. In primo luogo, deve trattarsi di un intervento dello Stato o effettuato mediante risorse statali. Inoltre, tale intervento deve essere idoneo ad incidere sugli scambi tra gli Stati membri, deve concedere un vantaggio selettivo al suo beneficiario e, infine, deve falsare o minacciare di falsare la concorrenza.
Occorre esaminare, in primis, la terza di tali condizioni, secondo cui la misura in questione deve intendersi come la concessione di un vantaggio per il suo beneficiario. A tale proposito, occorre ricordare che, secondo giurisprudenza parimenti costante della Corte, sono considerati aiuti di Stato gli interventi che, sotto qualsiasi forma, sono atti a favorire direttamente o indirettamente determinate imprese, o che devono essere considerati come un vantaggio economico che l’impresa beneficiaria non avrebbe ottenuto in condizioni normali di mercato.
In tal modo, l’impresa riceve un trattamento fiscale vantaggioso, che pur non implicando un trasferimento di risorse statali, colloca i beneficiari in una situazione finanziaria più favorevole rispetto agli altri contribuenti. Per contro, i vantaggi fiscali risultanti da una misura generale, applicabile senza distinzione a tutti gli operatori economici, non costituiscono aiuti di Stato ai sensi dell’articolo 107 Tfue .
I giudici europei precisano che, nel caso di specie, la società è tenuta, ai sensi dell’accordo del 2001, a rimborsare allo Stato spagnolo l’imposta sugli immobili, per il lotto di cui ha la
disponibilità e sul quale è ubicato il suo cantiere navale.  Tale obbligo discende anche dal dettato dell’articolo 61, paragrafo 1, della legge del 2004, che assoggetta all’imposta ogni impresa che operi su un terreno privato o pubblico e che soddisfi almeno una delle condizioni elencate da tale disposizione, cioè sia titolare di un diritto reale, di proprietà o di una concessione amministrativa sui beni immobili.
L’articolo 63, paragrafo 2, di detta legge prevede che, nei casi atipici, come quello di cui al procedimento principale, nei quali l’utilizzo di un terreno non è accompagnato da almeno uno dei diritti che costituiscono il fatto generatore dell’imposta sui beni immobili, esiste un obbligo giuridico per lo Stato spagnolo di trasferire tale imposta sull’utilizzatore del terreno che, pur non essendo il soggetto passivo, effettivamente ne sostiene l’onere.

Il caso specifico
Nella fattispecie, il governo spagnolo ha sostenuto che, l’esenzione dei beni immobili dello Stato destinati alla difesa nazionale ai sensi dell’art. 62, paragrafo 1, lettera a), dovrebbe essere considerata come una compensazione dovuta alla società in oggetto per le prestazioni da essa effettuate per adempiere ad obblighi di servizio pubblico e quindi non comporterebbe vantaggi per tale impresa. In merito, la Corte ha ritenuto che dagli atti processuali non risulterebbe provata l’esistenza di un legame tra tale esenzione e i servizi di interesse pubblico resi dalla società.
A giudizio della Corte, considerate tali circostanze e il dettato normativo delle disposizioni richiamate sopra, la società oggetto del procedimento è tenuta a versare l’imposta sui beni immobili, mentre l’esenzione dall’imposta di cui beneficia comporterebbe un vantaggio fiscale ed economico a favore della stessa.
Nel caso di specie, inoltre la Corte ritiene che sia soddisfatta anche la condizione, prevista dall’articolo 107 Tfue, relativa all’intervento dello Stato per mezzo delle proprie risorse.
La Corte, sottolinea, che l’esenzione fiscale richiesta è stata instaurata dallo Stato spagnolo ed essa costituisce pertanto un intervento di quest’ultimo rientrante nella nozione di aiuti ai sensi dell’art. 107 Tfue. Inoltre, è evidente che in questo caso il vantaggio fiscale, riconosciuto alla beneficiaria, comporterebbe come contropartita un onere supplementare per lo Stato.
Infine, i togati europei sostengono che, nel caso di specie, l’esenzione fiscale richiesta è idonea a pregiudicare gli scambi tra gli Stati membri ed a falsare la concorrenza. In particolare, tale pregiudizio può verificarsi quando l’aiuto concesso da uno Stato membro rafforza la posizione di un’impresa rispetto ad altre imprese concorrenti nell’ambito degli scambi intracomunitari.

La decisione finale della Corte
I giudici, in merito alla questione sollevata, concludono, che nel caso in cui lo Stato sia proprietario di un lotto di terreno e lo metta a disposizione di una impresa di cui detiene la totalità del capitale, l’articolo 107, paragrafo 1, Tfue deve essere interpretato nel senso che costituisce aiuto di Stato vietato ai sensi di tale disposizione l’esecuzione fiscale dell’imposta sugli immobili. Nel caso di specie, l’esenzione fiscale rappresenterebbe un vantaggio fiscale idoneo a pregiudicare la concorrenza e gli scambi tra gli Stati membri.
Spetta tuttavia al giudice del rinvio verificare se, alla luce dell’insieme degli elementi emersi dalla controversia di cui è investito, valutati tutti gli elementi interpretativi forniti dalla Corte, se tale esenzione fiscale debba essere qualificata come aiuto di Stato ai sensi della medesima disposizione.
                   
Data della sentenza
9 ottobre 2014
Numero della causa
Causa C-522/13


Fonte: Agenzia Entrate

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Ristrutturare casa e pertinenze: limite massimo detraibile.

Ho compiuto nel 2013 degli interventi di ristrutturazione edilizia riguardanti sia la mia casa che le pertinenze della stessa. Come si calcola il limite massimo detraibile?

Per gli interventi di ristrutturazione edilizia sostenuti dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2015 l’ammontare massimo delle spese ammesse in detrazione, riferito alla singola unità immobiliare sulla quale sono stati effettuati i lavori, non può superare i 96.000 euro. Per gli interventi di recupero eseguiti contemporaneamente sull’abitazione e sulle pertinenze, anche se accatastate separatamente, tale limite deve essere considerato unitariamente. Non è quindi possibile computare un autonomo tetto massimo di spesa per gli interventi relativi alle pertinenze (risoluzioni 124/E del 2007 e 181/E del 2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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Per essere start-up innovativa la forza lavoro si conta “per teste”.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 87/E del 14 ottobre, ha fornito chiarimenti in merito al requisito “alternativo” previsto, ai fini della qualifica di start-up innovativa, dall'articolo 25, comma 2, lettera h), n. 2), del Dl 179/2012 (decreto crescita-bis).

In via preliminare, si ricorda che un’impresa, per poter essere definita start-up innovativa, deve soddisfare precisi requisiti, stabiliti dall’articolo 25, comma 2, del citato decreto legge, e provvedere agli adempimenti previsti dai successivi commi dello stesso articolo 25.
In particolare, la start-up innovativa deve essere costituita sotto forma di società di capitali, anche cooperativa, ovvero come “societas europaea” residente fiscalmente in Italia, e le azioni o quote rappresentative del capitale sociale non devono essere quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione.
Inoltre, la società, per potersi qualificare start-up innovativa e accedere alla disciplina di favore prevista dalla sezione IX del decreto crescita-bis, deve possedere tutti i requisiti “obbligatori” previsti dalle lettere da b) a g) del comma 2 del citato articolo 25, nonché almeno uno dei requisiti “alternativi” previsti dalla successiva lettera h).

Nello specifico, la start-up innovativa deve obbligatoriamente:
essere costituita ed esercitare un’attività d’impresa da non più di 48 mesi
avere la sede principale dei propri affari e interessi in Italia
avere, a partire dal secondo anno di attività, un valore della produzione annua non superiore a 5 milioni di euro
non distribuire, né aver distribuito, utili
avere come oggetto sociale esclusivamente o prevalentemente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico (la decisione di autorizzazione della Commissione europea C(2013) 8827 final del 5 dicembre 2013, precisa che la start-up innovativa deve svolgere attività necessarie per sviluppare e introdurre prodotti, servizi o processi produttivi innovativi ad alto valore tecnologico)
non essere stata costituita per effetto di una operazione straordinaria (cfr circolare n. 16/2014).
Inoltre, la start-up innovativa deve alternativamente (è sufficiente il possesso di almeno uno):
sostenere spese in ricerca e sviluppo per un ammontare almeno pari al 15% del maggior valore fra costo e valore totale della produzione
impiegare dipendenti, o collaboratori a qualsiasi titolo, “altamente qualificati”
essere proprietaria, o comunque utilizzatrice, di almeno una privativa industriale relativa a un’invenzione direttamente afferente all’oggetto sociale o all’attività d’impresa.
La risoluzione in esame nasce proprio da una richiesta d’aiuto formulata da una società in merito alla corretta interpretazione del secondo requisito “alternativo”, quello relativo all’impiego di personale altamente qualificato.

In particolare, l’istante ha chiesto di sapere se gli amministratori-soci, anche non retribuiti, possano considerarsi come forza lavoro; se tra i “collaboratori” possono essere annoverati anche i consulenti esterni titolari di partita Iva, gli stagisti e ogni categoria percipiente un reddito assimilato a quello di lavoro dipendente; e se ai fini della verifica della percentuale di un terzo o di due terzi della forza lavoro, si debba effettuare un calcolo “per teste” o in base alla remunerazione.

Il requisito “alternativo” in questione richiede che l’impresa impieghi, in percentuale almeno pari a un terzo della forza lavoro complessiva, personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o che sta svolgendo un dottorato di ricerca presso un’università italiana o straniera, oppure in possesso di laurea e che abbia svolto, da almeno tre anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati, in Italia o all'estero.
Tale requisito, inoltre, si considera soddisfatto se l’impresa impiega personale in possesso di laurea magistrale (articolo 3 del regolamento di cui al decreto 270/2004 del Miur) in percentuale uguale o superiore ai due terzi della forza lavoro complessiva.

Al riguardo, l’Agenzia delle Entrate, dopo avere acquisito il parere del ministero dello Sviluppo Economico al fine di condividere la soluzione al quesito, ha chiarito che, in linea generale, qualsiasi lavoratore percipiente un reddito di lavoro dipendente, ovvero a questo assimilato, può essere ricompreso tra la forza lavoro rilevante per la verifica della sussistenza del requisito “alternativo” in esame. Tale principio di carattere generale deriva, infatti, dall’intenzione originaria del legislatore.
Con particolare riferimento, poi, alla figura degli amministratori-soci, la risoluzione, richiamando un precedete parere fornito dal Mise in risposta a uno specifico quesito posto da una Camera di commercio, fa presente che la norma consente, in armonia con l’attuale disciplina giuslavoristica, l’impiego di personale qualificato sia in forma di lavoro dipendente sia a titolo di parasubordinazione o, comunque, “a qualunque titolo” e, sicuramente, rientra nel novero anche la figura del socio amministratore.
Tuttavia, la risoluzione precisa che la locuzione “collaboratore a qualsiasi titolo” non può scindersi dall’altra “impiego” (presso la start-up innovativa).
Pertanto, gli amministratori-soci possono essere considerati forza lavoro, soltanto se anche soci-lavoratori o comunque aventi un impiego retribuito nella società “a qualunque titolo”, diverso comunque da quello organico.
Diversamente, qualora i soci avessero l’amministrazione della società, ma non fossero in essa impiegati, gli stessi non potrebbero essere “contati”, atteso che la condizione relativa “all’impiego” nella società non risulterebbe verificata.

Inoltre, con particolare riferimento alla figura degli stagisti, il documento di prassi chiarisce che gli stessi possono essere considerati forza lavoro solo se retribuiti, mentre esclude – sempre e in ogni caso – i consulenti esterni titolari di partita Iva, poiché gli stessi non possono essere annoverati tra i dipendenti né possono considerarsi collaboratori “impiegati” nella società.

Infine, per quanto riguarda la verifica della percentuale di un terzo o due terzi della forza lavoro, il calcolo deve essere eseguito “per teste”.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 13 ottobre 2014

La buona fede del contribuente dribbla la sanzione e non l’imposta.

Come già più volte chiarito dalla Suprema Corte, gli atti dell’amministrazione finanziaria e segnatamente le circolari “non costituiscono fonte di diritti ed obblighi, per cui, qualora il contribuente si sia conformato ad un’interpretazione erronea fornita dall’amministrazione, è esclusa soltanto l’irrogazione delle relative sanzioni, in base al principio di tutela dell’affidamento, come ora espressamente sancito dalla Legge n. 212 del 2000, articolo 10, comma 2, (c.d. Statuto del contribuente), senza alcun esonero dall’adempimento dell’obbligazione tributaria, secondo le modalità stabilite dalla legge che la disciplina” (cfr. Cass. 16692/2013; 3757/2012; 21070/2011).

Sentenza n. 20710 dell’1 ottobre 2014 (udienza 24 giugno 2014)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Bielli Stefano - Est. Marulli Marco
Articolo 10, comma 2, della legge n. 212 del 2000 – Errori del contribuente a seguito di un’interpretazione erronea fornita dall’amministrazione finanziaria – Esclusione dell’applicazione delle sanzioni, ma non dell’obbligazione tributaria

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Tasi: chi paga in caso di divorzio.

Sono divorziata, la casa è al 50%. Per il calcolo della Tasi, qual è la rendita catastale di riferimento? Va considerata al 50%? L’assegnazione dell’immobile cambia la ripartizione?

È tenuto a versare la Tasi il contribuente che ha il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di fabbricati, compresa l'abitazione principale. In caso di possesso condiviso tra più soggetti, ognuno è tenuto in solido all'adempimento dell'unica obbligazione tributaria; pertanto, se uno dei proprietari non versa la propria quota, il Comune ne può chiedere il pagamento agli altri proprietari. Per gli immobili abitativi, la base imponibile si determina, come per l'Imu, rivalutando la rendita catastale del 5% e applicando il moltiplicatore 160. In caso di comproprietà (ad esempio, al 50% tra marito e moglie), la rendita catastale cui fare riferimento per il calcolo dell'imposta è quella risultante al Catasto, presa per intero; l'imposta dovuta va poi rapportata alla quota e ai mesi di possesso. In caso di divorzio, si applica lo stesso principio dettato per l'Imu: il coniuge assegnatario è titolare del diritto di abitazione e, indipendentemente dalla quota di possesso, è il solo che paga il tributo con l'aliquota (e l'eventuale detrazione) prevista per l'abitazione principale (dipartimento delle Finanze, faq del 4 giugno 2014).


Fonte: Agenzia Entrate

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No a base forfetaria per il calcolo della tassazione di rendite sui fondi.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sulla compatibilità di norme nazionali, come gli articoli 5 e 6 della legge tedesca sulla tassazione degli investimenti, con le norme del Trattato FUE in materia di libera circolazione dei capitali. In base alle disposizioni nazionali di cui trattasi, le rendite da fondi di investimento percepite da un investitore sono tassate su base forfettaria ove la società di gestione del fondo non abbia adempiuto gli obblighi di trasparenza e di comunicazione previsti dalla suddetta legge.

La fattispecie principale
Le parti ricorrenti con cittadinanza belga ma residenti in Germania, possiedono partecipazioni in fondi di investimento di capitalizzazione in uno Stato membro diverso dalla Repubblica federale di Germania. I redditi derivanti dalle loro partecipazioni nei fondi di investimenti venivano quantificati a norma dell’articolo 6 della normativa nazionale, in base al quale la tassazione doveva essere fissata forfettariamente almeno al 6% dell’ultimo prezzo di riacquisto stabilito nell’anno di calendario. Tale modalità di calcolo era contestata sulla base del fatto che le disposizioni dell’articolo 6, applicabili a partire dal 2004, erano contrarie al diritto dell’Unione europea, in particolare alle disposizioni del Trattato FUE sulla libera circolazione dei capitali. In occasione dell’udienza dinanzi al giudice del rinvio, le parti del procedimento principale si accordavano nel merito per l’anno 2003 quantificando i redditi per tale anno mentre, per quanto attiene agli anni compresi tra il 2004 e il 2008, veniva chiesto al giudice del rinvio di modificare gli avvisi di accertamento affinché la base imponibile per la tassazione dei redditi in parola fosse determinata sulla base degli importi dichiarati. Il ricorso presentato, però, veniva rigettato con la motivazione che la normativa nazionale in considerazione l’articolo 6, deve ritenersi compatibile con il diritto dell’Unione. Ecco che allora,  il giudice nazionale decideva di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la questione pregiudiziale sulla tassazione delle rendite da fondi di investimento.

La questione pregiudiziale
Il giudice del rinvio chiede di stabilire se la tassazione forfettaria delle rendite da fondi di investimento, nazionali ed esteri cosiddetti «opachi» ai sensi dell’articolo 6 della legge sulla tassazione degli investimenti violi il diritto dell’Unione europea, di cui all’articolo 56 CE, in quanto integrerebbe una situazione di restrizione dissimulata al libero movimento dei capitali come disciplinato all’articolo 58, paragrafo 3, CE.

Sulla questione pregiudiziale
I giudici della prima sezione della Corte di giustizia europea come premessa sottolineano come In termini generali, gli articoli 5 e 6 della normativa tedesca controversa, si applicano senza distinzioni alle società di investimenti tedesche e straniere, ad eccezione, da una parte, dell’obbligo di calcolare e comunicare, unitamente al prezzo di riacquisto, l’importo delle rendite che si considerano liquidate dopo il 31 dicembre 1993 al titolare delle partecipazioni negli investimenti esteri nonchè, dell’obbligo di dimostrare in modo esaustivo all’ufficio federale centrale delle imposte la correttezza dei dati. Ecco che allora, le parti ricorrenti, in conformità a quanto emerge dalla posizione assunta dal giudice del rinvio secondo cui, sostengono come l’articolo 5 anche se si applica indistintamente alle società di investimenti nazionali e a quelle straniere, cela una discriminazione dissimulata o di fatto a danno di queste ultime. Questo in quanto mentre le società di investimenti tedesche soddisfano pressoché tutte i requisiti di cui al richiamato articolo 5, le società di investimenti straniere in molte fattispecie non necessariamente hanno motivo di farlo. Per altro verso, nella fattispecie in esame, inoltre, l’applicazione dell’articolo 6 comporterebbe un incremento dei redditi imponibili delle stesse parti ricorrenti che vedrebbero tassarsi non più sulla base di un valore reale o stimato ma facendo riferimento a un importo stabilito in modo forfettario. A tal riguardo la stessa amministrazione finanziaria centrale ha affermato come sarebbe inutile permettere all’investitore‑contribuente di fornire esso stesso le informazioni richieste nell’articolo 5, paragrafo 1, in quanto non si tratta di informazioni di cui esso di norma dispone. Ma allo stesso modo tale possibilità non deve essere esclusa a priori, e nulla impedisce che un investitore‑contribuente possa chiedere e ricevere tali informazioni da parte della società di gestione del fondo. In tal caso, le autorità fiscali tedesche non possono non prendere in considerazione le suddette informazioni.

La pronuncia
Una normativa di uno Stato membro, come quella delineata dagli articoli 5 e 6 della legge tedesca sulla tassazione degli investimenti, di cui alla causa principale, il cui combinato disposto comporti, in caso di mancato rispetto degli obblighi di trasparenza e di comunicazione previsti da tale legge, l’assoggettamento dei redditi tratti da residenti di tale Stato membro da fondi di investimento esteri a una tassazione forfettaria invece che a una tassazione basata sul valore reale o stimato, integra una restrizione alla libera circolazione dei capitali vietata dall’articolo 63 TFUE e non consente di stabilire il reale valore delle rendite stesse.


Data della sentenza
9 ottobre 2014
Numero della causa
Causa C-326/12


Fonte: Agenzia Entrate

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No alla tassazione su conversione dovuta di titoli.

La Corte di giustizia europea è stata chiamata a pronunciarsi sulla direttiva 2008/7, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali. Al centro della controversia l’interrogativo se l’articolo 5, paragrafo 2, debba essere interpretato nel senso che lo stesso osta all’applicazione di un’imposta sulla conversione obbligatoria ex lege di titoli al portatore in titoli nominativi o in titoli dematerializzati, e, in caso di risposta affermativa, se un’imposta siffatta possa essere giustificata sulla base dell’articolo 6 della medesima direttiva 2008/7.

I protagonisti del contenzioso
La controversia vede contrapposti una contribuente belga ed il Consiglio dei Ministri del proprio paese. A seguito della soppressione dei titoli al portatore, operata con la legge belga del 14 dicembre 2005, la contribuente, che era proprietaria di diversi di tali titoli emessi da una società con sede in Belgio, provvedeva a convertirli in titoli nominativi anche se tale conversione non potè essere conclusa prima dell’entrata in vigore dell’imposta proprio sulla trasformazione o dematerializzazione dei titoli al portatore, istituita con legge del 28 dicembre 2011.
Proprio tale imposizione di recente istituzione è al centro della controversia scaturita tra la contribuente e l’amministrazione belga. La signora ha infatti proposto un ricorso giurisdizionale volto a chiedere l’annullamento delle disposizioni che introducono la detta imposta, per violazione della direttiva comunitaria 2008/7, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, sostenendo che poiché la conversione dei titoli al portatore presenta natura obbligatoria, la stessa fa parte delle «operazioni globali» per la raccolta di capitali e non può quindi essere assoggettata ad imposizione.

La posizione del Fisco
Tale ragionamento è invece contrastato dall’amministrazione fiscale belga secondo la quale la finalità dell’imposizione è quella di evitare comportamenti elusivi/abusivi da parte di società e non quella di gravare con una tassazione indiretta le transazioni economiche e finanziarie. Inoltre, sempre a giudizio del fisco belga, la conversione obbligatoria dei titoli al portatore prevista dalla legge del 2005 non avrebbe alcun legame con la raccolta dei capitali e per tale motivo non sarebbe interessata dalle disposizioni della direttiva 2008/7.
Investito di tale controversia, il giudice belga ha preferito sospendere il procedimento dinanzi a lui pendente per interessare i giudici europei al fine di sapere se, considerato quello che è l’obbligo della conversione dei titoli al portatore entro la fine del 2013, l’imposta su tale conversione debba essere considerata un’imposizione indiretta ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 2008/7, e se possa o meno essere considerata legittima.

La normativa comunitaria
Esaminando il contesto normativo di riferimento rileviamo come la direttiva 2008/7 disciplini l’applicazione di imposte indirette ai conferimenti di capitale a società di capitali, alle operazioni di ristrutturazione relative a società di capitali ed all’emissione di taluni titoli e obbligazioni chiarendo come di norma l’imposizione indiretta sulla raccolta di capitali, eccezion fatta per l’imposta sui conferimenti, rischia di creare discriminazioni, doppie imposizioni e disparità che ostacolano la libera circolazione dei capitali.
L’articolo 5 della direttiva in parola riporta una ampia elencazione delle operazioni per le quali è fatto divieto agli Stati membri di applicare tassazioni indirette, tra le quali ricordiamo i conferimenti di capitale, le trasformazioni societarie, la modifica dell’oggetto sociale, l’emissione di azioni, obbligazioni, quote sociali o titoli societari similari.
Il successivo articolo 6 riporta invece un’elencazione delle imposte che, in deroga a quanto previsto dall’articolo 5, gli stati membri sono legittimati a prevedere e tra queste vi sono imposte sui trasferimenti di valori mobiliari e l’imposta sul valore aggiunto.
Per quanto concerne il diritto nazionale, la ricordata legge belga del 14 dicembre 2005, con il precipuo fine di contrastare possibili frodi finanziarie, ha previsto la totale soppressione, entro il 31 dicembre 2013, di tutti i titoli al portatore con contestuale riconversione degli stessi in titoli nominativi o dematerializzati.
L’articolo 167 del codice belga in materia di diritti e imposte vari, introdotto con legge del dicembre 2011, ha previsto un’imposizione fiscale proprio sulla conversione dei titoli al portatore pari all’ 1% per le conversioni effettuate nell’anno 2012 e al 2% per quelle fatte nel 2013. Proprio tale disposizione è stata impugnata dalla contribuente belga che ne ha chiesto l’annullamento.

L’interpretazione degli eurogiudici
Chiamata a pronunciarsi sulla questione, la Corte di Giustizia ha ricordato preliminarmente come obiettivo primario della direttiva 2008/7 sia quello di favorire la libera circolazione dei capitali, mediante l’abrogazione delle imposte statali in materia e la loro sostituzione con un’imposta riscossa una sola volta nel mercato comune.
Richiamando poi la propria precedente giurisprudenza (sentenza FECSA e ACESA) i giudici sovranazionali hanno chiarito che se anche la direttiva menziona espressamente l’emissione di un prestito obbligazionario quale fattispecie per la quale è fatto divieto agli stati di istituire imposte e non il rimborso dello stesso, sarebbe quantomeno illogico esentare solo l’emissione e non il rimborso, dato che comunque è l’intera fattispecie obbligazionaria ad essere un’operazione globale di raccolta di capitali. Stesso ragionamento ha seguito la Corte nella  sentenza Commissione/Belgio EU:C:2004:450 in materia di primo acquisto di azioni o rilascio di titoli al portatore chiarendo quindi che il divieto di assoggettare ad imposta le operazioni di raccolta capitali si applica anche a tutte quelle operazioni la cui tassazione non è espressamente vietata, tutte le volte che tale tassazione si traduce in un’imposta su un’operazione globale per la raccolta di capitali.
Per ciò che concerne il caso di specie, i giudici di Strasburgo hanno evidenziato che sebbene non nominata espressamente, la conversione di titoli al portatore rientra sicuramente nell’emissione di azioni, obbligazioni, quote sociali o titoli societari similari di cui all’articolo 5, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2008/7 con la diretta conseguenza che l’imposizione prevista dall’art. 167 del codice belga si rileva una tassa sulla stessa emissione di tali titoli, vanificando cosi le ricordate finalità della direttiva 2008/7.
Per tali ragioni gli eurogiudici hanno concluso chiarendo che “l’articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 2008/7 osta all’applicazione di un’imposta sulla conversione di titoli al portatore in titoli nominativi o in titoli dematerializzati, come quella di cui al procedimento principale”, chiarendo, inoltre, che, “Un’imposta siffatta non può essere giustificata sulla base dell’articolo 6 di detta direttiva”.




Data della sentenza
9 ottobre 2014
Numero della causa
Causa C-299/13

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Inoltro delle istanze di ammissione agli incentivi all’assunzione.

Con la circolare n. 118 del 3 ottobre 2014 sono state fornite le prime indicazioni per l’applicazione dell’incentivo all’assunzione, previsto dal Decreto Direttoriale del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali 8 agosto 2014 per i giovani ammessi al “Programma Operativo Nazionale per l’attuazione dell’Iniziativa Europea per l’Occupazione dei Giovani” (in breve Programma “Garanzia Giovani”).

A scioglimento della riserva contenuta nel paragrafo 6 della circolare citata, con il presente messaggio si comunica che, a decorrere da domani, 10 ottobre  2014, è accessibile il modulo telematico “GAGI” per inoltrare la domanda preliminare di ammissione al beneficio e chiedere la prenotazione dell’importo spettante.

Pertanto - in conformità alle indicazioni contenute nel paragrafo 7 della circolare citata - le istanze relative alle assunzioni effettuate tra il 3 e il 9 ottobre 2014 (rispettivamente, giorno di decorrenza dell’incentivo e giorno anteriore al rilascio del modulo GAGI) dovranno essere inviate entro sabato 25 ottobre 2014.
Per tali istanze la verifica delle disponibilità dei fondi sarà effettuata secondo l’ordine cronologico di decorrenza dell’assunzione.
Per le istanze relative alle assunzioni effettuate a decorrere dal  10 ottobre 2014 la verifica delle disponibilità dei fondi sarà effettuata secondo il criterio generale, costituito dall’ordine cronologico di presentazione dell’istanza stessa.

Dopo il 25 ottobre 2014 sarà comunque possibile inviare istanze per assunzioni effettuate tra il 3 e il 9 ottobre 2014; per tali istanze la verifica delle disponibilità dei fondi sarà effettuata secondo il criterio generale, costituito dall’ordine cronologico di presentazione dell’istanza stessa.

Come illustrato più estesamente nel paragrafo 7 della circolare 118/2014,  le istanze che perverranno nelle prime settimane dal rilascio del modulo non verranno elaborate entro il giorno successivo all’inoltro, ma saranno oggetto di un’unica elaborazione cumulativa posticipata; tale elaborazione riguarderà sia le istanze cui si applica il criterio speciale di priorità secondo l’ordine cronologico di decorrenza dell’assunzione sia le istanze cui si applica il criterio generale di priorità secondo l’ordine cronologico di invio dell’istanza stessa; per i dettagli si rinvia al paragrafo 7 citato.

Come di consueto, per ogni dubbio o segnalazione i datori di lavoro potranno inviare un quesito alla Sede presso cui assolvono gli obblighi contributivi, avvalendosi della funzionalità  “Contatti”  del Cassetto previdenziale aziende; ove non riesca a evadere il quesito ovvero per problematiche sorte a prescindere da un quesito esterno - la Sede potrà interpellare la Direzione generale, preferibilmente attraverso gli uffici regionali previsti dalla circolare 135/2011,  utilizzando l’indirizzo di posta elettronica info.diresco@inps.it per problematiche di carattere giuridico o amministrativo e l’indirizzo supporto.diresco@inps.it  per problematiche di carattere informatico.


Fonte: Messaggio INPS n. 7598 del 09/10/2014

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Ammortizzatori sociali in deroga. Anno 2014.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, in data 1 agosto 2014 ha emanato il D.I. n.83473, con cui vengono disciplinati i criteri per la concessione di ammortizzatori sociali in deroga alla normativa vigente, ai sensi dell’art.4, comma 2, del decreto legge 21 maggio 2013, n.54, convertito con modificazioni dalla legge 18 luglio 2013, n.85.

L’art.40 del decreto legge 12 settembre 2014, n.133 prevede il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga destinato alla copertura dei trattamenti autorizzati secondo i criteri di cui al suddetto decreto interministeriale.

Nelle more della conversione in legge del citato decreto legge n.133 del 12 settembre 2014, con le note n.902 del 2 ottobre 2014 e n. 1250 del 6 ottobre 2014, il Ministero del lavoro e delle Politiche sociali ha stabilito che, ai fini dell’erogazione dei trattamenti in deroga relativi all’anno 2014, le Regioni e Province autonome sono invitate ad inviare all’INPS – improrogabilmente entro la data del 15 novembre p.v. per il tramite del Sistema Informativa Percettori – i decreti di concessione che recepiscono gli accordi stipulati dal 1 gennaio 2014 al 3 agosto 2014, secondo la disciplina previgente all’entrata in vigore del D.I. 83473 del 1 agosto 2014.

Con l’occasione si rammenta, come da messaggio hermes n.372 del 9 gennaio 2014, che per i suddetti provvedimenti concessori relativi all’anno 2014, che recepiscono gli accordi stipulati dal 1 gennaio 2014 al 3 agosto 2014, le Regioni e le province autonome dovranno utilizzare come decreto di finanziamento il numero fittizio di decreto “33334”, e come codice di intervento per l’emissione delle relative autorizzazioni il cod. “699”.

L’istituto provvederà all’erogazione dei relativi trattamenti, previa verifica delle risorse finanziarie disponibili.

Con successivo messaggio verranno fornite istruzioni operative relative alla gestione dei decreti di concessione che recepiscono gli accordi stipulati in data successiva al 3 agosto 2014 e verrà indicato l’istituendo numero di decreto da utilizzare per le autorizzazioni di CIG in deroga ed i codici intervento per la mobilità in deroga per i periodi di competenza 2014, nel rispetto dei criteri di cui al D.I. 83473 del 1 agosto 2014.


Fonte: Messaggio INPS n.7532 del 08/10/2014

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giovedì 9 ottobre 2014

Movimenti bancari senza “motivo” di soci e parenti.

Può dirsi ormai stabilmente affermato l’orientamento giurisprudenziale, secondo cui lo stretto rapporto familiare o i particolari legami di tipo contrattuale sono sufficienti a giustificare, salva prova contraria, la riferibilità al contribuente accertato delle operazioni riscontrate su conti correnti bancari di quei soggetti che, rivestendo specifiche posizioni, vengono a porsi in una relazione di stretta contiguità con l’attività economica svolta dal contribuente. Così la qualità di amministratore unico e rappresentante legale così come quella di gestore di fatto di una società evidenzia una posizione di entrambi i soggetti direttamente coinvolti nell’esercizio dell’attività economica imprenditoriale. Questi elementi indiziari non giustificano ex se la riferibilità delle movimentazioni bancarie dei conti correnti intestati a tali soggetti immediatamente alla società, ma possono pervenire ad assumere consistenza di prova presuntiva legale, ai sensi del Dpr n. 633 del 1972, art. 51, comma 2, n. 2), laddove non vengano fornite giustificazioni delle operazioni riportate sui conti correnti. In definitiva, il soggetto formalmente titolare del conto bancario, che non è in grado di fornire indicazioni sulle somme prelevate o versate, e che non dispone di proventi diversi ed ulteriori rispetto a quelli conseguiti dalla gestione di attività societaria, legittima la inferenza - propria dello schema logico presuntivo ex artt. 2727 e 2729 c.c. - della riferibilità delle somme movimentate ad operazioni di acquisto e di cessione effettuate dalla società, con conseguente ulteriore applicazione, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, comma 2, n. 2, della presunzione legale di maggiori ricavi non dichiarati, venendo a gravare pertanto interamente sulla società contribuente l’onere della prova contraria.

Sentenza n. 20668 dell’1 ottobre 2014 (udienza 11 febbraio 2014)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Bielli Stefano - Est. Olivieri Stefano
Accertamento – Amministratore unico e rappresentante legale – Gestore di fatto di società – Operazioni riscontrate su conti correnti bancari di tali soggetti – Assenza di giustificazioni – Possibilità di riferirle alla società – Sussiste a determinate condizioni

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Registro: irrilevante la richiesta tramite avviso anziché con cartella.

La Corte di cassazione, con la sentenza 12505/2014, fa proprio quanto stabilito dalla pronuncia dello stesso Collegio, citata da questa in commento, 29 gennaio 2008, n. 1921, in tema di decadenza dall'azione accertatrice dell'ufficio finanziario applicando il principio stabilito non riguardo all'imposta sull'incremento di valore degli immobili, ma a quella di registro.
Infatti, la cennata sentenza della Suprema corte aveva affermato come, nel quadro della nuova disciplina della riscossione dei tributi introdotta dal Dpr 28 gennaio 1988, n. 43, il disposto dell'articolo 17, comma 3, del Dpr 29 settembre 1973, n. 602 (secondo cui le imposte, le maggiori imposte e le ritenute alla fonte liquidate in base agli accertamenti degli uffici debbono essere iscritte in ruoli formati e consegnati all'Intendente di finanza, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre dell'anno successivo a quello in cui l'accertamento è divenuto definitivo) si applica anche alle imposte diverse da quelle sul reddito e quindi, oltre all'Iva, anche agli altri tributi indiretti specificamente richiamati dall'articolo 67 del Dpr 43/1988, tra i quali è ricompresa anche l'Invim.

La questione oggetto dell'intervento della Corte regolatrice del diritto in nota concerne, invece, la richiesta dell'ufficio finanziario di pagamento dell'imposta di registro dovuta dalle parti contrattuali a seguito di acquisto di un immobile, per il quale, peraltro, l'Agenzia del Territorio aveva rettificato la rendita catastale, innalzando il relativo valore.
In primo luogo, la pronuncia del Supremo collegio in rassegna si segnala nell'aver ritenuto corretto che l'ente impositore, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza della Commissione tributaria regionale, avesse notificato un avviso di liquidazione invece di formare un ruolo, conformemente al nuovo sistema di riscossione dettato nell'articolo 17, comma 1, del Dpr 29 settembre 1973, n. 602, dal Dlgs 26 febbraio 1999, n. 46, il cui articolo 23 aveva statuito che le somme dovute dai contribuenti sono iscritte in ruoli resi esecutivi a pena di decadenza:
entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, per le somme che risultano dovute a seguito dell'attività di liquidazione prevista dall'articolo 36-bis del Dpr 600/1973
entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, per le somme che risultano dovute a seguito dell'attività di controllo formale prevista dall'articolo 36-ter del Dpr 600/1973
entro il 31 dicembre dell'anno successivo a quello in cui l'accertamento è divenuto definitivo, per le somme dovute in base agli accertamenti dell'ufficio.
La giurisprudenza di legittimità è unanime, come risulta anche dalla citata sentenza della Cassazione del 2008, nel considerare applicabile tale disciplina anche ai tributi diversi da quelli "diretti", regolamentati - in tema di riscossione - dal suddetto decreto presidenziale del 1973, quali l'Iva e altri tributi indiretti che, anteriormente alla disciplina unica sulla riscossione, presentavano modalità diverse di richiesta al contribuente.
La pronuncia di legittimità in nota reputa irrilevante (e comunque "non ha comportato alcuna violazione del diritto di difesa e replica") la circostanza che, invece di procedere alla fase della riscossione coattiva mediante emissione del ruolo e notifica della relativa cartella di pagamento, l'ufficio avesse notificato un avviso di liquidazione, ritenuta necessaria per evidenziare che la sentenza di appello aveva mutato la base imponibile.

La rilevanza della decisione della Suprema corte emerge, in secondo luogo, dall'affermazione che, ai fini della tempestività della riscossione, "Tuttavia la definitività dell'accertamento deve essere riferita all'atto dell'Ufficio e non alla decisione giurisdizionale", con l'effetto di ritenere applicabile l'articolo 76, comma 2, del Dpr 26 aprile 1986, n. 131 (Testo unico dell'imposta di registro"), secondo il quale l'imposta deve essere richiesta a pena di decadenza entro il termine di tre anni decorrenti dalla notificazione della decisione delle commissioni tributarie ovvero dalla data in cui la stessa è divenuta definitiva.
In tal modo, il giudice di legittimità afferma, forse inconsciamente o dandolo per scontato, che la cennata previsione risulta derogatoria dell'efficacia del termine decennale di prescrizione del diritto sancito dall'articolo 2946 del codice civile, ritenuto - invece - applicabile a ogni tributo dalla recente giurisprudenza di legittimità come, ad esempio, nella sentenza 17 gennaio 2014, n. 842.

Nello stesso senso, la sentenza della Suprema corte 5 aprile 2013, n. 8380, ove si affermava che, in tema di imposta di registro, qualora la pretesa erariale si fondi su di una sentenza passata in giudicato, la relativa cartella esattoriale, avendo a oggetto un credito definitivamente accertato a seguito di contenzioso, e come tale avente titolo nella sentenza, va emessa entro il termine decennale di prescrizione previsto dall'articolo 78 della citata legge di registro del 1986, non trovando applicazione né il termine triennale di decadenza di cui all'articolo 76 del Dpr n.131, che concerne, invece, l'esercizio del potere di imposizione, né il termine annuale di decadenza sancito dall'articolo 17, lettera c), del Dpr 602/1972 (rilevante pro tempore), che attiene alle somme dovute in base agli accertamenti dell'ufficio divenuti definitivi per mancata impugnazione dell'atto impositivo che li contiene.
Infatti, viene ben evidenziato dalla citata decisione come la decadenza per la riscossione dei tributi richiesti con la notifica della cartella di pagamento prevista dall'articolo 17 del Dpr 602/1973 sia per le imposte dirette, sia per quelle indirette, concerne la sola ipotesi di pretesa fondata sulla notifica dell'atto amministrativo non impugnato e non anche in ipotesi di sentenza passata in giudicato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Universitari fuori sede: distanza chilometrica.

Vorrei detrarre il canone di locazione sostenuto per mio figlio universitario fuori sede. Come viene calcolata esattamente la distanza di cento chilometri tra l’università e il comune di residenza?

L'importo dei canoni di locazione, derivante da contratti stipulati o rinnovati ai sensi della legge 431/1998 da studenti universitari, è detraibile nella misura del 19%, su un importo non superiore a 2.633 euro, a condizione che la sede universitaria sia ubicata in un comune diverso da quello di residenza, disti da quest'ultimo almeno cento chilometri e sia comunque situata in una provincia diversa (articolo 15, lettera i-sexies, del Tuir). L'agevolazione spetta anche nel caso in cui l'onere sia sostenuto nell'interesse di familiari a carico. Per verificare se il requisito dei cento chilometri è rispettato, occorre fare riferimento alla distanza chilometrica più breve tra il comune di residenza e quello in cui ha sede l’università, calcolata in riferimento a una qualsiasi delle vie di comunicazione esistenti, ad esempio ferroviaria o stradale. Il diritto alla detrazione sussiste se almeno uno di tali collegamenti è pari o superiore a cento chilometri (circolare 34/E del 2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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