venerdì 19 settembre 2014

Dichiarazione dei redditi emendabile.

La Corte richiama il proprio orientamento in base al quale la dichiarazione dei redditi del contribuente è in linea di principio emendabile e ritrattabile, quando dalla medesima possa derivare l’assoggettamento del dichiarante ad oneri contributivi diversi e più gravosi di quelli che, sulla base della legge, devono restare a suo carico. Ciò in quanto la dichiarazione dei redditi non ha natura di atto negoziale e dispositivo, ma reca una mera esternazione di scienza e di giudizio, modificabile in ragione dell’acquisizione di nuovi elementi di conoscenza e di valutazione sui dati riferiti, e costituisce un momento dell’iter procedimentale volto all’accertamento dell’obbligazione tributaria (Cfr. Cass. S.U. 15063/02). Il principio valido in linea generale non lo è peraltro in senso assoluto, dal momento che esso non consente la riformulazione ex novo della dichiarazione, non attribuisce al contribuente un potere illimitato di modificare e financo di revocare e sostituire la precedente dichiarazione. Esso deve più correttamente circoscriversi alla indicazione di quei dati, relativi alla quantificazione delle poste reddituali positive o negative, che integrino errori tipicamente materiali (ad es. errori di calcolo od anche errata liquidazione degli importi), ovvero anche formali (concernenti la esatta individuazione della voce del modello da compilare nella quale collocare la posta) (cfr. Cass. 7294/14).

Sentenza n. 18757 del 5 settembre 2014 (udienza 10 giugno 2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Piccininni Carlo – Est. Marulli Marco
Emendabilità e ritrattabilità della dichiarazione dei redditi – Principio non valido in senso assoluto – Impossibilità di riformulare ex novo la dichiarazione – Individuazione dei limiti entro i quali è consentita l’emendabilità della dichiarazione

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A ogni operazione il suo tributo.

Con la sentenza 178764 del 5 settembre 2014, la Cassazione ribadisce che un’operazione considerata per errore imponibile non dà diritto alla detrazione della relativa imposta.

La vicenda processuale di merito
L’Amministrazione finanziaria, con avviso di accertamento emesso per l’anno d’imposta 1999, contestava alla società E – già B – l’indebita detrazione dell’Iva assolta per rivalsa su una fattura, la n. 1, emessa il 28 dicembre 1999 dal fallimento di un’altra società, a fronte della percezione della somma di 450 milioni di lire avvenuta in conformità a una scrittura privata di transazione, sottoscritta l’11 gennaio 2000.
Con l’accordo, i contraenti erano giunti alla definizione di un ampio contenzioso inter partes inerente clausole, adempimenti e danni relativi a un pregresso rapporto commerciale.
L’ufficio, con l’atto impositivo, sosteneva, invece, che la suindicata erogazione di danaro non potesse essere considerata imponibile e di natura risarcitoria.

La società E presentava ricorso in Ctp, che respingeva; tale decisione veniva completamente riformata in sede di appello con sentenza dell’11 febbraio 2008.
La Commissione tributaria regionale del Piemonte, in via preliminare, sosteneva che l’Iva, se non dovuta e, per di più, erroneamente fatturata, non può essere detratta; ma, d’altro canto, riteneva che, nel caso concreto, la somma oggetto di accordo dovesse considerarsi imponibile, in quanto scaturiva da una transazione novativa, con la quale era stato pattuito, tra l’altro, l’abbandono dei giudizi pendenti tra le due società e, dunque, un obbligo di non fare, come tale rilevante ai fini Iva.
In particolare, il giudice di secondo grado osservava che:
era proprio la scheda negoziale a definire espressamente la transazione raggiunta quale “generale novativa di ogni e qualsiasi rapporto intercorso, senza ammissione alcuna di risarcimento dei danni”
essendo stata convenuta, altresì, la conseguente rinunzia alle azioni giudiziarie già intraprese, quella convenuta doveva essere considerata quale prestazione di non fare, da qualificarsi come attività di servizi fiscalmente rilevante ai fini dell’articolo 3 del Dpr 633/1972
stante la situazione di obiettiva incertezza, circa la portata interpretativa della norma, la condotta della società E non poteva essere punita.
Per la cassazione di tale pronunzia, l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso affidato a un unico motivo, per violazione degli articoli 3, 19 e 40 del Dpr 633/1972, e 29 del Dpr 131/1986 (Testo unico del registro).
La società E ha resistito con controricorso e ricorso incidentale condizionato affidato, anch’esso, a un unico motivo per inosservanza degli articoli 3 e 19 del Dpr 633/1972, e 10 della legge 212/2000 (Statuto del contribuente).

La decisione
La Cassazione, con la sentenza in esame, osservava che l’Agenzia delle Entrate, nel denunziare, come sopra riportato, la violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli articoli 3, 19 e 40 del Dpr 633/1972, e 29 del Dpr 131/1986, faceva rilevare che, contrariamente a quanto statuito dal giudice di appello, le obbligazioni concordate nell’ambito di un negozio di transazione, laddove circoscritte alla rinunzia a contenziosi pendenti, dovevano essere escluse dal campo di applicazione dell’Iva, in quanto soggette a differente imposta (nel caso di specie, il Registro).
Sempre secondo l’ufficio, ciò si verifica quando le pretese estinte per transazione sono inerenti a obbligazioni – quali quelle aventi contenuto risarcitorio – che non hanno per oggetto prestazioni di servizi o cessioni di beni imponibili ai fini Iva. Di conseguenza, non poteva essere riconosciuta la detrazione Iva erroneamente fatturata dal destinatario del presunto servizio.

La Corte di cassazione riteneva fondato il motivo di ricorso e, quindi, meritevole di accoglimento.
I giudici di legittimità partono dalla disamina della normativa europea contenuta nella sesta direttiva 77/388/Cee – in particolare gli articoli 6, n.1 e 11, sub A, n.1, lettera a) – nell’interpretazione che di essa è stata data dalla Corte di giustizia in due sentenze del 29/2/1996 e 18/12/1997.
Con tali decisioni, la Corte del Lussemburgo ha stabilito che un’obbligazione di non fare, convenuta dall’imprenditore, non può configurarsi quale prestazione di servizi. Infatti, la pattuizione di un obbligo negativo si ritiene non imponibile in quanto, al contrario, l’assoggettabilità all’Iva snaturerebbe l’archetipo di quella che è considerata come un’imposta generale sul consumo.
Non è, pertanto, sufficiente l’assunzione di un’obbligazione dietro corrispettivo, ma è anche necessario che la stessa comporti un consumo. Si richiama, in questa sede, l’articolo 2 della prima direttiva (67/227/Cee) in tema di armonizzazione delle imposte sulla cifra d’affari, il quale prevede che “Il principio del sistema comune di imposta sul valore aggiunto consiste nell’applicare ai beni ed ai servizi un’imposta generale sul consumo esattamente proporzionale al prezzo dei beni e servizi…”. A tale prescrizione va ricondotta la dizione contenuta nell’articolo 3 del Dpr 633/1972.

Questa premessa ermeneutica risulta coerente con il dettato sia dell’articolo 29 del Dpr 131/1986 (“Per le transazioni che non importano trasferimento di proprietà o trasferimento o costituzione di diritti reali l’imposta si applica in relazione agli obblighi di pagamento che ne derivano senza tenere conto degli obblighi di restituzione né di quelli estinti per effetto della transazione”) sia del successivo articolo 40 del medesimo Dpr (“Per gli atti relativi a cessioni di beni e prestazioni di servizi soggetti all’imposta sul valore aggiunto, l’imposta si applica in misura fissa”).

Nel caso di specie, continua la Cassazione, è lampante che si tratti di ipotesi di transazione non traslativa alla quale si applica l’imposta proporzionale di registro, in relazione agli obblighi di pagamento che ne scaturiscono. L’operazione, erroneamente considerata imponibile dal giudice di appello, non può essere considerata tale per il solo fatto che la relativa imposta sia indicata in fattura.
In senso conforme, i giudici di legittimità richiamano ancora una sentenza della Corte di giustizia (13/12/1989 – Causa Genius Holding BV), nella quale si precisa che l’esercizio del diritto alla detrazione Iva è consentita solo qualora siano compresenti due requisiti: che il soggetto passivo sia in possesso di una fattura e che l’imposta, esposta in fattura, si riferisca a un’operazione imponibile.
Tale impostazione è stata concepita anche nell’ottica di prevenire frodi fiscali.

Vertendosi, inoltre, in ipotesi di imposizione alternativa, non può rilevare il fatto che, comunque, sia stato corrisposto un tributo, in quanto il contribuente ha l’obbligo di pagare l’imposta prevista dalla legge e non quella scelta in base a elementi puramente soggettivi (Cassazione, sentenza 1405/2013). Pertanto, non è stato violato alcun principio basilare del sistema tributario – alternatività dell’imposta, consolidamento del criterio impositivo, divieto di doppia imposizione – allorché l’ufficio si limiti a disconoscere la detraibilità dell’Iva erroneamente versata dall’acquirente, indicando l’imposta di registro quale unico tributo dovuto (Cassazione, sentenze 2021/1996 e 18524/2010).

La Cassazione, passando al vaglio, poi, il ricorso incidentale presentato dalla società E (violazione degli articoli 3 e 19 del Dpr 633/1972, e 10 della legge 212/2000, laddove la sentenza di appello aveva disatteso la tesi secondo cui il destinatario non era tenuto a modificare la valutazione giuridica dell’emittente sull’imponibilità dell’operazione) faceva rilevare, in via preliminare, che detto ricorso era irrimediabilmente viziato per assoluta inosservanza dell’articolo 366-bis cpc, nella parte in cui prevede che, nei casi di cui all’articolo 360, numeri 3) e 4), cpc, “…l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena d’inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto”.

Nel ricorso de quo non solo era assente la prescritta formulazione conclusiva ma, anche dalla veste grafica dello stesso, mancava qualsivoglia riferimento a un quesito di diritto propriamente qualificato. Né quest’ultimo poteva essere desunto dal contenuto del motivo di ricorso e ciò a detrimento della funzione nomofilattica riconosciuta alla Corte di legittimità (Cassazione, sentenza 20409/2008). Inoltre, il quesito di diritto deve essere presente anche nell’ipotesi di unico motivo di impugnazione – come nel caso di specie – trattandosi di obbligo non connesso all’unicità e/o pluralità dei motivi (Cassazione, sezioni unite, sentenza 19444/2009).

Infine, nel medesimo ricorso incidentale, la società prospetta l’assenza di colpa nella condotta accertata, con conseguente non applicabilità di sanzioni e interessi. La Corte di cassazione – sul punto, decidendo nel merito a norma dell’articolo 384, comma 2, cpc, in quanto si pronunciava su una questione di diritto che non richiedeva nuovi accertamenti di fatto – non ravvisava alcuna incertezza sulla portata e sull’ambito applicativo della norma facendo riferimento alla costante e risalente giurisprudenza, formatasi in ambito comunitario, nel corso degli anni.

Osservazioni conclusive
L’esito della disamina della sentenza in argomento conduce a sostenere che il raccordo tra la normativa e giurisprudenza comunitarie e le disposizioni interne, in tema di Iva, disegna una cornice all’interno della quale deve essere inquadrata la possibilità di detraibilità o meno dell’imposta.
L’operazione erroneamente considerata come imponibile non conferisce il diritto alla detrazione della relativa imposta anche quando l’errore consiste in una sbagliata valutazione logico-giuridica della medesima operazione posta in essere.
Ciò, per evitare di conferire ai momenti di interpretazione delle leggi quella eccessiva libertà di azione che ne svilirebbe la funzione, rendendone incerto e indeterminato il perimetro di riferimento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Pensione di invalidità Inarcassa.

Percepisco una pensione d'invalidità dall’Inarcassa per una riduzione quasi totale della mia capacità lavorativa a seguito di un'ischemia celebrale. La devo dichiarare?

La pensione di invalidità Inarcassa spetta al professionista (ingegnere o architetto) iscritto, la cui capacità di esercitare la professione sia ridotta in modo continuativo, per infermità o difetto fisico o mentale, a meno di un terzo, e sia in possesso di almeno tre anni di anzianità contributiva anche non continuativa. Le pensioni ordinarie di invalidità riconosciute a coloro che hanno maturato i requisiti necessari in base a un determinato rapporto assicurativo, essendo corrisposte in sostituzione di mancati guadagni sia presenti che futuri di chi le percepisce, sono imponibili e vanno regolarmente denunciate. Ciò, in quanto i redditi da pensione rientrano nella categoria dei redditi di lavoro dipendente (articolo 49, comma 2, del Tuir).


Fonte: Agenzia Entrate

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730: i ritocchi all’acconto Irpef vanno comunicati entro fine mese.

Scade martedì 30 settembre il termine per richiedere al datore di lavoro o all’ente pensionistico, sotto la propria responsabilità, di annullare o ridurre il secondo o unico acconto dell’Irpef e/o della cedolare secca.
L’opportunità riguarda i contribuenti che, per il 2014, prevedono di conseguire redditi inferiori a quelli dell’anno scorso o di sostenere maggiori spese detraibili o deducibili.
Chi, dunque, si rende conto di avvicinarsi alla fine dell’anno con una situazione reddituale sostanzialmente differente – in negativo – rispetto a quella avuta nel 2013, può comunicare al proprio sostituto d’imposta gli importi che intende versare in acconto e che saranno addebitati sulla retribuzione/pensione di novembre.

La richiesta da consegnare al datore di lavoro o all’ente pensionistico deve riportare, come oggetto, che si tratta della comunicazione di annullamento o riduzione del secondo o unico acconto dell’Irpef e/o della cedolare secca e, a seguire, i dati del dichiarante e i nuovi importi (eventualmente, anche zero) da trattenere a titolo di seconda rata di acconto.
Nel caso di dichiarazione congiunta, è opportuno specificare se l’annullamento (o la riduzione) riguarda solo le somme del dichiarante o anche quelle del coniuge, indicando i rispettivi importi da trattenere.

Attenzione agli errori, però. Qualora le previsioni risultassero sbagliate e, quindi, venisse pagato un acconto inferiore al dovuto, scatterebbe, oltre agli interessi, la sanzione per versamento insufficiente, pari al 30% delle somme omesse (ridotta al 10%, se la conseguente comunicazione di irregolarità viene pagata nei trenta giorni successivi al suo ricevimento).
È comunque possibile rimediare prima che giunga la comunicazione, ricorrendo al ravvedimento operoso, cioè versando: la differenza d’imposta dovuta; gli interessi legali nella misura dell’1% annuo, calcolati per ogni giorno di ritardo dalla scadenza del 1° dicembre (quest’anno, il 30 novembre cade di domenica); la sanzione ridotta allo 0,2% giornaliero se si regolarizza nei primi 14 giorni dalla scadenza, al 3% se si paga entro 30 giorni, al 3,75% se si provvede entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno nel corso del quale è commessa la violazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 18 settembre 2014

Modello 730: correzione a sfavore.

Inviato il modello 730, mi sono accorto di aver portato in detrazione maggior oneri, con conseguente credito superiore a quanto spettante. Posso presentare il 730 integrativo?

Quando l’integrazione o la rettifica da apportare al 730 presentato comporta un minor credito o un maggior debito, va necessariamente utilizzato il modello Unico Persone fisiche; in tale ipotesi, infatti, non è possibile avvalersi del 730 integrativo. Il modello Unico potrà essere presentato entro il 30 settembre (correttiva nei termini) oppure entro il termine previsto per l'Unico relativo all’anno successivo (dichiarazione integrativa). In entrambi i casi, se dall’integrazione emerge un importo a debito, il contribuente dovrà procedere al contestuale pagamento del tributo dovuto, degli interessi calcolati al tasso legale con maturazione giornaliera e della sanzione in misura ridotta (articolo 13 del Dlgs 472/1997 - ravvedimento operoso).


Fonte: Agenzia Entrate

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Tfm: accantonamenti deducibili se il diritto all’indennità è “datato”.

In tema di imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione del reddito d’impresa, la deducibilità degli accantonamenti ai fondi per le indennità di fine rapporto degli amministratori sociali richiede che il diritto all’indennità risulti da atto di data certa anteriore all’inizio del rapporto.
Lo ha affermato la Cassazione, con la sentenza 18752 del 5 settembre 2014.

I fatti di causa
Con avvisi di accertamento relativi agli anni 2000, 2001 e 2002, l’ufficio ha recuperato a tassazione, tra le altre, le somme accantonate da una società a responsabilità limitata per il trattamento di fine mandato (Tfm) dell’amministratore.

Sul punto, mentre i giudici di primo grado hanno respinto il ricorso della contribuente ritenendo che l’accantonamento non era stato documentato in modo idoneo, la Commissione tributaria regionale delle Marche ha ritenuto che lo stesso accantonamento era deducibile annualmente da parte della società, non sussistendo una disposizione fiscale che lo escludeva espressamente.
A parere dei giudici del gravame, inoltre, l’indennità di fine mandato poteva essere tassata in modo ordinario nell’anno di percezione oppure poteva beneficiare della tassazione separata (articolo 16, comma 1, lettera c), del Tuir, ora articolo 17). Di conseguenza, siccome il diritto all’indennità poteva sorgere in qualsiasi momento della vita societaria, la presenza o la mancanza di un atto di data certa anteriore alla nomina dell’amministratore aveva effetto solo sulla diversa tassazione da applicare all’atto di cessazione della carica, senza alcun limite alla possibilità di dedurre le quote annualmente stanziate per l’accantonamento di detta indennità. Ciò in quanto l’articolo 70, comma 3, del Tuir (ora articolo 105), si limitava solo a individuare una determinata tipologia reddituale, e cioè quella prevista dell’articolo 16, comma 1, lettera c), dello stesso Testo unico.

Di diverso avviso l’Agenzia delle Entrate che, con ricorso in Cassazione, ha lamentato violazione e falsa applicazione degli articoli 70 (nel testo antecedente al Dlgs 344/2003) e 16 del Tuir, in quanto la Commissione regionale aveva ritenuto illegittimo il disconoscimento della deduzione operata dall’ufficio, nonostante l’incontestata mancanza del documento, avente data certa anteriore all’inizio del rapporto amministratore/società e attestante l’esistenza del diritto all’indennità di fine rapporto dell’amministratore.

La Corte ha accolto il ricorso e, richiamando il principio affermato in relazione a una vicenda nella quale si dibatteva della deducibilità ai fini Irpef e Irap, quali componenti negativi di reddito, degli accantonamenti effettuati dalla società in favore dei propri amministratori al fine del trattamento di fine mandato, ha chiarito che “il rinvio che l’art. 70, comma 3 T.U.I.R. nel testo vigente prima del D.Lgs. n. 344 del 2003, opera all’art. 16, comma 1, lett. c) T.U.I.R., è un rinvio pieno, nel senso che ai fini della deducibilità dei relativi accantonamenti si richiede che il diritto all'indennità risulti da atto di data certa anteriore all'inizio del rapporto”.

Osservazioni
La Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sul tipo di rinvio dell’articolo 70 all’articolo 16 del Tuir (vigenti all’epoca dei fatti) e, cioè, se tale rimando si limitava soltanto a individuare la tipologia di indennità alla quale sono riferiti gli accantonamenti deducibili (“indennità percepite per la cessazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di cui al comma secondo dell’art. 49…”, ora articolo 50, comma 1, lettera c-bis, che individua i redditi di lavoro autonomo, tra i quali rientra quello di amministratore sociale) oppure estendeva la previsione dell’onere formale della data certa dell’atto da cui risultava il diritto all’indennità, sia quale condizione per l’assoggettamento alla tassazione separata in capo al percettore (l’amministratore) sia quale presupposto inderogabile per legittimare la deducibilità da parte del soggetto erogante (l’impresa).
La problematica dell’indennità di fine mandato spettante agli amministratori ha rilievo, infatti, sia con riferimento alle quote accantonate dalla società sia in relazione alle somme percepite dagli amministratori alla scadenza del mandato.

Nella fattispecie sottoposta al suo vaglio, la Corte ha ritenuto che l’articolo 70 opera un rinvio “pieno” e cioè non solo ai fini dell’identificazione della categoria del rapporto sottostante cui si riferisce l’indennità (sarebbe stato sufficiente richiamare l’articolo 49), ma anche all’ulteriore condizione dell’atto di data certa anteriore (Cassazione, sentenza 10959/2007).
Atto che va individuato nel contratto con il quale la società ha conferito il mandato all’amministratore (di solito, la delibera dell’assemblea ordinaria dei soci) e che deve avere data certa anteriore all’assunzione dell’incarico. Circostanze che il contribuente deve poter provare in modo idoneo (circolare 10/E del 2007: ad esempio, formazione di un atto pubblico; apposizione di autentica, deposito del documento o vidimazione di un verbale, in conformità alla legge notarile; registrazione o produzione a norma di legge presso un ufficio pubblico; invio del documento a un organismo di controllo esterno, eccetera). E tale prova è di non poco rilievo.

Il trattamento fiscale delle indennità di fine mandato, secondo i giudici di piazza Cavour, dipende proprio dal rispetto di tale condizione. Se ciò si verifica, tali indennità sono soggette a tassazione separata – e non vengono sommate agli altri redditi conseguiti dall’amministratore (articolo 18 del Tuir) – e le quote annualmente messe da parte dalla società, maturate nell’esercizio, sono deducibili dal reddito d’impresa.
Se, invece, mancano le condizioni previste dalla norma, l’amministratore non potrà richiedere la tassazione separata e la società non potrà dedurre gli accantonamenti effettuati per competenza economica ma per cassa, nell’esercizio del loro effettivo pagamento.

La decisione della Corte trova giustificazione nel dato letterale delle norme, in quanto il rinvio dell’articolo 70, comma 3, del Tuir 1986, è agli accantonamenti relativi alle indennità di fine rapporto di cui all’articolo 16, lettera c|), e non alla specificazione di una sua parte e, inoltre, risulta in linea con l’orientamento espresso dall’Amministrazione finanziaria (risoluzioni 890/1992 e 211/2008).

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770/2014 ordinario e semplificato, ultimi giorni per la presentazione.

Il 19 settembre scade il termine per la trasmissione dei modelli 770/2014 ordinario e semplificato. I sostituti d’imposta dovranno inviarli utilizzando i canali Fisconline o Entratel, direttamente o avvalendosi di un intermediario abilitato.
L’adempimento dichiarativo, originariamente in scadenza il 31 luglio, è stato differito con Dpcm dello stesso giorno per andare incontro alle esigenze manifestate dalle categorie professionali che, entro l’ultimo giorno di luglio, devono far fronte a numerosi impegni per adempimenti fiscali, per conto dei contribuenti e dei sostituti d'imposta.

Gli appositi software messi a disposizione dall’Agenzia permettono ai sostituti d’imposta di predisporre le dichiarazioni e creare il relativo file da trasmettere. Al termine dell’operazione, l’Agenzia invia una comunicazione con la quale attesta l’avvenuta presentazione del file. Il documento è reperibile nella sezione “Ricevute” dell’area dedicata ai servizi telematici. In caso di scarto della domanda, il contribuente può effettuare una nuova trasmissione entro cinque giorni lavorativi dalla data di comunicazione del rifiuto.

770 semplificato
Contiene i dati delle certificazioni rilasciate ai contribuenti che hanno percepito redditi da lavoro dipendente (compresi equiparati e assimilati), da lavoro autonomo, Tfr, provvigioni, altri redditi e prestazioni in forma di capitale erogati da fondi pensionistici. Nel 770 semplificato vanno, inoltre, indicati i dati contributivi, previdenziali, assicurativi e quelli relativi all’assistenza fiscale prestata per il periodo d’imposta cui si riferisce la dichiarazione, e, se non si è obbligati a presentare anche il 770 ordinario, pure quelli di versamenti, crediti e compensazioni. Lo stesso modello, infine, accoglie i dati delle somme liquidate a seguito di procedure di pignoramento presso terzi e le ritenute operate sui bonifici fatti per usufruire di oneri deducibili o per i quali spetta la detrazione d’imposta.

770 ordinario
Nel 770 ordinario, invece, trovano spazio i dati delle ritenute su dividendi, redditi da capitale, operazioni finanziarie, indennità di esproprio e quelli relativi ai versamenti effettuati, compensazioni e crediti d’imposta utilizzati.

Ravvedimento operoso
L’omessa, insufficiente o tardiva presentazione della dichiarazione potrà essere regolarizzata tramite ravvedimento operoso entro il 18 dicembre prossimo (cioè, entro il novantesimo giorno dalla scadenza), versando, tramite modello F24 (codice tributo 8911), la sanzione ridotta pari a un decimo di 258 euro, ferma restando l’applicazione delle sanzioni relative alle eventuali violazioni riguardanti il pagamento dei tributi.


Fonte. Agenzia Entrate

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mercoledì 17 settembre 2014

No al doppio binario sulle imposte applicate ai redditi da fabbricati.

Il ricorso da cui trae origine la controversia, approdata dinanzi ai giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea, è stato presentato da due proprietari di un immobile, situato nel territorio francese, residenti in Belgio. Nell’anno successivo all’acquisto dell’immobile hanno regolarmente presentato la dichiarazione dei redditi, tenendo conto del reddito legato all’immobile non dato in locazione. A seguito di tale dichiarazione, i due proprietari ricevevano un avviso di rettifica ad opera dell’Amministrazione fiscale belga con cui veniva contestato il reddito da fabbricato indicato. L’avviso in parola era impugnato con ricorso al Tribunale di primo grado ma, in seguito al rigetto, portava a una nuova impugnazione dinanzi, però, questa volta, alla Corte di appello. Secondo quest’ultimo giudice, occorre rilevare che il trattamento riservato al reddito di fabbricato aveva come riferimento la convenzione contro la doppia imposizione tra Belgio e Francia.

Le disposizioni convenzionali
Secondo quanto stabilito in detta convenzione, i redditi dei beni immobili sono tassati solo nello Stato in cui si trova il bene.  Per contro, tali redditi, sarebbero esenti nello Stato di residenza dei proprietari con l’eccezione della cd. clausola di progressività. In considerazione di detta clausola, i redditi immobiliari dei beni situati in Francia possono essere presi in considerazione nel calcolo dell’aliquota applicabile ai redditi imponibili in Belgio. Il reddito degli immobili non concessi in locazione, pertanto, si determina sulla base della rendita catastale al pari di quanto avviene per la determinazione del reddito nel Paese in cui l’immobile è situato. Tuttavia, sebbene il valore della rendita catastale nei due Paesi sarebbe comparabile, comunque detta rendita risulta inferiore al valore locativo. In seguito a tale rilievo il giudice del rinvio, nel voler dirimere il dubbio circa il diverso peso tra reddito da rendita catastale e reddito da locazione sottoponeva la questione controversa ai giudici della Corte di giustizia europea

La questione pregiudiziale
La domanda pregiudiziale posta all’attenzione dei togati europei verte, in sostanza, sulla compatibilità di una normativa nazionale, come quella al procedimento principale, che preveda un trattamento fiscale più favorevole ai redditi da fabbricato, non concesso in locazione, derivanti da un immobile sito nel territorio nazionale rispetto ad un immobile sito in altro Stato membro.

Sui termini della questione pregiudiziale
Appurato che il procedimento principale verte sul trattamento fiscale dei redditi di un bene immobile non concesso in locazione e acquisito in Francia da cittadini belgi e che il reddito del bene immobile stesso è determinate sulla base del valore locativo, valore superiore alla rendita catastale di analogo bene situato in Belgio. I giudici europei nell’esaminare la questione pregiudiziale argomentano su tre ordini di problematiche, ossia sulla portata  della questione, sull’esistenza di una restrizione alla libera circolazione dei capitali ed, infine, sull’esistenza di una giustificazione alla restrizione della libera circolazione dei capitali. Uno Stato membro, nel rispetto delle libertà di circolazione garantite dal Trattato, per quanto concerne l’imposizione dei redditi è libero di prevedere metodi di valutazione del reddito immobiliare di un bene non concesso in locazione a seconda se lo stesso sia ubicato o meno nel territorio dello Stato stesso. Tanto premesso spetta al giudice del rinvio stabilire se, in una fattispecie come quella di cui al procedimento principale,  sussista un diverso trattamento fiscale, sfavorevole ai proprietari di immobili residenti in Belgio, tra i proprietari di immobili, ubicati in Francia, rispettivamente cittadini belgi o francesi. Di conseguenza stabilito come la disposizione nazionale controversa costituisca una deroga al principio della libera circolazione dei capitali, di cui all’articolo 63 TFUE, come tale si soggetta ad una interpretazione di tipo restrittivo e ancor più di applicazione limitata in ragione di quanto stabilito dall’articolo 65 TFUE.

La pronuncia della Corte
La settima sezione della Corte di Giustizia europea ha sentenziato come incompatibile con il diritto dell’Unione una normativa nazionale come quella oggetto della questione pregiudiziale. In altri termini, non può statuirsi l’applicazione di una clausola di progressività che dia luogo ad una aliquota sull’imposta sui redditi più elevata, questo in virtù della determinazione dei redditi di beni immobili non concessi in locazione situati nel territorio nazionale inferiore a quello di pari immobili situati in altro Stato membro. Tutto ciò facendo specifico richiamo all’articolo 63 del TFUE.


Data della sentenza
11 settembre 2014
Numero della causa
Causa C-489/13

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Agevolazioni per installazione montascale.

Mia cognata, disabile, ha necessità di installare un montascale nel condominio ove è proprietaria di un appartamento. Può usufruire di qualche agevolazione?

L’installazione di ascensori e montacarichi rientra tra gli interventi di ristrutturazione edilizia per i quali si può usufruire della detrazione Irpef del 50% (misura applicabile fino a tutto il 2014) su una spesa massima di 96mila euro. È possibile detrarre anche il 19% delle spese riguardanti i mezzi necessari all’accompagnamento, alla deambulazione, alla locomozione e al sollevamento dei soggetti portatori di handicap (tra cui rientra anche la costruzione di rampe per le eliminazione delle barriere architettoniche esterne alle abitazioni). In caso di fruizione di entrambe le agevolazioni, la detrazione del 19% spetta solo sulla parte di spesa che eccede quella per la quale si intende beneficiare della detrazione del 50%. L'acquisto di mezzi necessari alla deambulazione e al sollevamento dei disabili sconta, inoltre, l’aliquota Iva agevolata al 4 per cento.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 16 settembre 2014

Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita.

Con riferimento alla circolare n. 100 del 2 settembre 2014, avente ad oggetto le disposizioni del decreto ministeriale n. 79141 del 2014, istitutivo del Fondo di solidarietà residuale di cui all’articolo 3, comma 19, della Legge n. 92/2012, tenuto conto delle difficoltà tecniche nell’aggiornamento delle procedure informatiche dell’Istituto, si comunica che le aziende potranno versare il contributo ordinario, dovuto per le mensilità da gennaio a settembre 2014, entro il giorno 16 dicembre 2014, senza applicazione di sanzioni ed interessi.

Ai fini della compilazione del flusso Uniemens relativo al versamento del contributo ordinario dovuto per le predette mensilità rimangono valide le istruzioni fornite al punto 6.2 della circolare n. 100/2014.

Al presente messaggio è allegata una tabella in cui sono esposte le caratteristiche delle aziende (CSC: codice statistico contributivo, C.A.: codice di autorizzazione e codice Ateco2007) rientranti nell’ambito di applicazione del Fondo. Si evidenzia che il possesso delle citate caratteristiche non determina automaticamente l’iscrizione al Fondo residuale, che rimane subordinata alla verifica dei requisiti previsti dalla normativa. L’Istituto procederà alla modifica della predetta tabella al variare del quadro normativo di riferimento.


Si fa riserva di fornire successive istruzioni in merito alle aziende operanti nel settore 6 “credito, assicurazione e tributi”, successivamente alla emanazione dei decreti ministeriali di adeguamento dei Fondi di solidarietà istituiti in tale settore ai sensi della legge n. 662/1996.


Fonte: Messaggio INPS n. 6897 del 08/09/2014

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Cooperative: la non imponibilità esige utili non distribuibili.

La legge n. 904 del 1977, art. 12, recita: “Fermo restando quanto disposto nel titolo 3 del D.P.R. n. 601/1973 e successive modificazioni ed integrazioni, non concorrono a formare il reddito imponibile delle società cooperative e dei loro consorzi le somme destinate alle riserve indivisibili, a condizione che sia esclusa la possibilità di distribuirle tra i soci sotto qualsiasi forma, sia durante la vita dell’ente che all’atto del suo scioglimento”. La norma pone, dunque, un esplicito e chiaro requisito ai fini dell’esenzione da imposizione fiscale in favore delle società cooperative, ossia che le riserve non siano distribuibili fra i soci neppure all’atto dello scioglimento dell’ente. Non è, quindi, sufficiente che la cooperativa possieda tutti i requisiti necessari per entrare nel sistema agevolativo, ma per la applicazione di questo ulteriore specifico beneficio occorre appurare se, indipendentemente dall’ammontare dell’utile dei diversi esercizi, figurino o meno nello statuto della società vincoli di destinazione degli utili prodotti, tali da rendere impossibile la loro distribuzione ai soci, sia durante la vita dell’ente che all’atto del suo scioglimento, in guisa che, per poter derogare a tali vincoli, si renda necessaria una modifica dello statuto (con deliberazione di assemblea straordinaria e secondo le procedure previste per le modifiche statutarie). In tal senso Cass. n. 17110/07; id. n. 8140/2011; id. Cass. n. 12319/06).

Sentenza n. 18738 del 5 settembre 2014 (udienza 29 aprile 2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Crucitti Roberta
L. n. 904 del 1977, art. 12 – Reddito imponibile delle società cooperative e dei loro consorzi – L’esenzione dall’imposizione opera se le riserve non siano distribuibili fra i soci neppure all’atto dello scioglimento dell’ente

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Omesso versamento periodico Iva: il ravvedimento.

Si può eseguire il ravvedimento di un versamento periodico iva versando solo sanzioni ed interessi se la liquidazione annuale iva si chiude a credito? Sono in tempo per versare l’imposta?

Al fine di regolarizzare la violazione tramite ravvedimento operoso, il contribuente deve effettuare il versamento delle imposte dovute, procedendo al contestuale versamento delle sanzioni ridotte e degli interessi legali calcolati al tasso legale con maturazione giorno per giorno (articolo 13 del Dlgs 472/1997). Per pagamento contestuale si intende che le incombenze previste ai fini dei ravvedimento (rimozione formale della violazione e pagamento delle somme dovute) devono avvenire entro lo stesso limite temporale previsto dalla norma e non necessariamente nel medesimo giorno (circolare 180/E del 10 luglio 1998 e risoluzione 165/E dell’11 luglio 2007). Pertanto, se la regolarizzazione avviene nei trenta giorni dalla data in cui andava effettuato il versamento periodico, si usufruirà della sanzione ridotta al 3% (ravvedimento breve); se invece avviene entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno nel corso del quale è stata commessa la violazione, la sanzione è del 3,75% (ravvedimento lungo).


Fonte: Agenzia Entrate

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Corte Ue: sui libri il peso dell’Iva dipende e non è uguale per tutti.

La controversia vede protagonisti una società finlandese operante nel campo dell’editoria e l’Amministrazione fiscale nazionale. La società contribuente, poiché produce e pubblica libri non soltanto nel tradizionale formato cartaceo ma anche audiolibri e libri digitali su supporti come cd, cd-rom, chiavette Usb o simili ha deciso di interpellare preventivamente l’Amministrazione fiscale del proprio Paese per avere conferma o meno del fatto che, secondo l’articolo 85 bis della legge finlandese in materia di Iva (legge n. 1501/1993), anche i libri pubblicati su supporti diversi da quello cartaceo possono considerarsi “libri” a tutti gli effetti e godere cosi di un trattamento fiscale privilegiato, sottoforma di aliquota Iva ridotta.

La risposta dell’Amministrazione fiscale
Il fisco scandinavo rispondeva alla contribuente che, in base alla normativa nazionale, solo i libri cartacei potevano essere considerati tali ed erano gli unici a potersi giovare di un’aliquota Iva ridotta sulle vendite. L’Amministrazione sottolineava, inoltre, che la propria interpretazione era suffragata anche dalla normativa comunitaria in materia dato che il principio di neutralità fiscale e quanto previsto dall’articolo della direttiva IVA 2006/112/CE come modificata dalla direttiva 2009/47/CE, non vietano l’applicazione di un’aliquota IVA ordinaria alla vendita di libri pubblicati su un supporto fisico diverso dalla carta.

Il riscorso al giudice amministrativo
Avverso le determinazioni dell’amministrazione finanziaria, vincolanti per la società, la contribuente ha fatto ricorso dinanzi la Corte suprema amministrativa finlandese. I giudici nazionali, incerti sulla controversa questione, e dopo avere ottenuto anche un parere del Ministero delle finanze di Helsinki nel quale si evidenziava come il regime fiscale dei libri pubblicati su un supporto fisico diverso dalla carta è diverso da Stato a Stato nei diversi paesi membri dell’Unione europea, hanno deciso di sospendere il giudizio pendente dinanzi a loro e di domandare ai magistrati sovranazionali se il principio di neutralità fiscale e la normativa comunitaria in materia di imposta sul valore aggiunto legittima o meno uno Stato membro ad applicare un’aliquota IVA ridotta esclusivamente ai libri cartacei, escludendo quelli pubblicati su altri supporti fisici.

La normativa comunitaria
Per quanto concerne proprio il contesto normativo di riferimento, rileviamo come il diritto comunitario preveda la possibilità per gli stati  membri di applicare una o due aliquote ridotte Iva (articolo 98 della direttiva Iva). Sempre ai sensi della medesima disposizione, tali aliquote di vantaggio si applicano unicamente alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi delle categorie elencate nell’allegato III alla direttiva e non si applicano ai servizi forniti per via elettronica. Anteriormente alla modifica apportata nel 2009, il punto n. 6 dell’allegato III alla direttiva Iva menzionava, tra i beni e servizi suscettibili di beneficiare di una aliquota Iva ridotta, espressamente la “fornitura di libri, inclusi quelli in locazione nelle biblioteche (compresi gli stampati, i fogli illustrativi ed il materiale stampato analogo, gli album, gli album da disegno o da colorare per bambini, la musica stampata o manoscritta, le mappe e le carte idrografiche o altri tipi di carte), giornali e periodici, escluso il materiale interamente o essenzialmente destinato alla pubblicità”. Attualmente, è stato precisato, ad opera della direttiva 2009/47/CE, che si tratta della fornitura di libri su qualsiasi tipo di supporto fisico.

Il ricorso alla Corte Ue
La decisione della Corte nell’odierna controversia dovrà dunque chiarire se,  proprio in ragione di tale modifica, uno Stato membro che abbia deciso di applicare un’aliquota Iva ridotta ai libri stampati su carta, sia tenuto a prevedere la stessa aliquota agevolata anche a gli altri libri editi su supporti fisici diversi dalla carta stessa.
Passando al diritto finlandese, la legge n. 1501/1993 in materia di imposta sul valore aggiunto prevede che l’aliquota Iva base è del 23% della base imponibile, ad eccezione di quanto previsto  dagli articoli 85 e 85 bis della medesima normativa. Ebbene, proprio ai sensi dell’art. 85 bis della legge 1501/93 un’aliquota del 9% della base imponibile sarà dovuta sulla vendita, gli acquisti intracomunitari, i trasferimenti dal regime di deposito e le importazioni di libri, con la precisazione che non possono considerarsi libri  le pubblicazioni prodotte in maniera diversa dalla stampa o da un procedimento similare, le pubblicazioni periodiche e le pubblicazioni contenenti principalmente annunci pubblicitari.
Chiamata a pronunciarsi sulla questione se sia possibile applicare un’aliquota IVA ridotta esclusivamente a libri cartacei, con esclusione di quelli su altri supporti fisici, la Corte di Giustizia ha innanzitutto ricordato come il principio di neutralità fiscale vieti che beni o servizi simili siano assoggettati ad un trattamento diverso ai fini Iva.
Ma come si fa a stabilire se due beni o servizi sono simili? Ebbene, in proposito, la Corte ci dice che per farlo si deve primariamente tenere conto del punto di vista del consumatore medio. Ovvero, beni e servizi saranno simili quando per il consumatore medio presentano caratteristiche simili e rispondono ai medesimi bisogni.
Tornando alle aliquote ridotte Iva, i magistrati europei hanno rimarcato come da costante giurisprudenza comunitaria spetti agli Stati membri determinare con maggiore precisione quali sono i beni e servizi rientranti nelle macrocategorie di cui all’allegato III della direttiva Iva che possono beneficiare di una aliquota agevolata.

Le conclusioni degli eurogiudici
E in materia di prodotti dell’editoria, la Corte ha chiarito come sia competenza del giudice nazionale verificare se i libri pubblicati in formato non cartaceo siano prodotti simili per il consumatore medio rispetto a quelli cartacei. E per quanto sopra visto saranno prodotti simili se tali pubblicazioni presenteranno proprietà similari e soprattutto se risponderanno a soddisfare i medesimi bisogni del consumatore. In altri termini se per il consumatore medio vi è una differenza sostanziale tra libri in formato cartaceo e libri in formato digitale (magari anche a causa di una scarsa diffusione delle tecnologie di ultima generazione) allora l’applicazione di aliquote Iva diverse potrà ritenersi legittima. Viceversa se per il consumatore medio ciò che conta è l’effettivo contenuto del prodotto editoriale, essendo per lui neutro il supporto, cartaceo o digitale dello stesso, allora non si giustificherà più un trattamento discriminatorio ai fini Iva.
Per quanto sopra esaminato, la Corte di Giustizia ha fornito la propria pronuncia pregiudiziale chiarendo definitivamente che l’articolo 98, e l’allegato III, punto 6, della direttiva 2006/112/CE, come modificata dalla direttiva 2009/47/CE, devono essere interpretati nel senso che, purché sia rispettato il principio di neutralità fiscale inerente al sistema comune dell’imposta sul valore aggiunto, cosa che spetta al giudice del rinvio verificare, non ostano a una normativa nazionale che assoggetta i libri pubblicati in formato cartaceo a un’aliquota IVA ridotta e quelli che sono pubblicati su altri supporti fisici, come CD, CD-ROM o chiavette USB, all’aliquota normale di tale imposta.


Data della sentenza
11 settembre 2014
Numero della causa
Causa C-219/13

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Una causale per l’ente bilaterale di piccole imprese e cooperative.

EBI1 è la causale contributo istituita con la risoluzione 83/E di oggi per indirizzare all’Ente bilaterale piccole imprese e cooperative (Ebipic) gli importi versati dagli iscritti e incassati mediante servizio di riscossione affidato all’Inps.

Il sistema si fonda sulla convenzione del 18 giugno 2008 tra Agenzia delle Entrate e Istituto nazionale di previdenza, che regola la riscossione tramite F24 dei contributi diretti all’Inps e di quelli previsti dalla legge, n. 311/1973, e la convenzione dello scorso 7 luglio stipulata tra lo stesso Istituto e l'Ebipic.

La nuova causale dovrà essere esposta nella sezione “Inps”, in corrispondenza, esclusivamente, della colonna “importi a debito versati”. La compilazione si perfeziona indicando nel “codice sede”, il codice della sede Inps competente; nel campo “matricola Inps/codice Inps/filiale azienda”, la matricola Inps dell’azienda; nel campo “periodo di riferimento”, nella colonna “da mm/aaaa”, il mese e l’anno di competenza del contributo, nel formato mm/aaaa, mentre non valorizzata la colonna “a mm/aaaa”.

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lunedì 15 settembre 2014

Linee guida Doganali EXPO 2015.

1. IDENTIFICAZIONE DEI PARTECIPANTI UFFICIALI E NON UFFICIALI
Per effettuare operazioni doganali è richiesto che i Partecipanti siano identificati da un codice EORI (Economic Operator Registration and Identification) e qualificati come Partecipanti (status di Partecipante).
L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha previsto un iter semplificato per la registrazione/identificazione/qualificazione dei Partecipanti ad EXPO Milano 2015, di seguito descritto.

1.1 Attribuzione del codice EORI ai Partecipanti Ufficiali
Per ottenere il codice EORI il Partecipante Ufficiale compila un apposito modello (Form 1) disponibile sul PDMS con cui richiede all’Organizzatore di comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati che identificano il Commissariato Generale.
Il codice EORI è automaticamente assegnato ai Commissariati Generali di Sezione sulla base dei dati risultanti dalla loro registrazione nel sistema fiscale italiano (codice fiscale o Partita I.V.A. attribuita dall’Agenzia delle Entrate). Il sistema informatico doganale provvede a registrare il codice EORI nel relativo database nazionale e ad aggiornare il database EORI dell’UE.
Il codice EORI è composto dal codice ISO alpha-2 dell’Italia “IT” seguito dagli 11 caratteri numerici del codice fiscale o Partita I.V.A.1.
L’Agenzia delle Entrate, attribuendo il codice fiscale, registra anche l’informazione relativa allo “status” di Partecipante Ufficiale (cfr. Circolare n. 26/E del 7 agosto 2014).
L’Organizzatore informa lo Stato partecipante dell’avvenuta assegnazione del codice EORI.
Qualora il codice EORI fosse già stato attribuito in un altro Paese dell’Unione, per usufruire delle esenzioni/agevolazioni, si dovrà procedere alla richiesta di cancellazione di tale codice e all’attribuzione del codice EORI in Italia.

1.2 Attribuzione del Codice EORI ai Partecipanti Non Ufficiali
Per usufruire delle agevolazioni previste, è necessario che il Partecipante Non Ufficiale comunichi all’Organizzatore il proprio codice EORI compilando l’apposito modello (Form 2) disponibile sul PDMS.
Il Partecipante Non Ufficiale sprovvisto del codice EORI deve:
a) Se trattasi di soggetto stabilito in uno Stato dell’Unione, richiederne l’attribuzione all’Autorità competente del medesimo Paese e comunicarlo all’Organizzatore compilando il modello (Form 2) disponibile sul PDMS;
b) Se trattasi di soggetto stabilito in un Paese extra UE, richiederne l’attribuzione all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per il tramite dell’Organizzatore compilando l’apposito modello di richiesta (Form 3) disponibile sul PDMS. L’Organizzatore informa il Partecipante dell’avvenuta assegnazione del codice EORI.
L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli provvede alla registrazione nei propri archivi dell’informazione relativa allo “status” di Partecipante Non Ufficiale sulla base delle comunicazioni ricevute dall’Organizzatore.

2. ESENZIONI E AGEVOLAZIONI PER I PARTECIPANTI UFFICIALI
Per beneficiare delle esenzioni/agevolazioni previste per i Partecipante Ufficiali è necessario che nei documenti doganali sia indicato il codice EORI del Partecipante Ufficiale.
Le merci destinate ad essere commercializzate all’interno dell’EXPO Milano 2015 devono essere dichiarate per l’importazione definitiva, con relativo pagamento dei diritti doganali (dazi e IVA). Il Partecipante Ufficiale, che intende procedere all’importazione di tali merci, indica nella relativa dichiarazione doganale il proprio codice EORI e deve essere in possesso della Partita IVA (da richiedere all’Agenzia delle Entrate o, quando sarà operativo, direttamente al Centro Servizi Partecipanti ubicato nei pressi del Sito Espositivo).

2.1 Merce destinata alla costruzione/arredo degli spazi espositivi
I Partecipanti Ufficiali possono importare in regime di ammissione temporanea2 merci destinate ad essere riesportate dopo l’evento, in particolare: materiali da utilizzare per la realizzazione e l’allestimento dei propri spazi espositivi; merci destinate ad essere utilizzate per la presentazione di prodotti del proprio Paese; merci destinate ad essere esposte o a costituire oggetto di una dimostrazione; utensili, materiali e mezzi di trasporto necessari ai lavori da effettuare per la realizzazione dello spazio espositivo; materiale pubblicitario o dimostrativo non di consumo, registrazioni sonore, film, diapositive e relative apparecchiature utilizzate per la propaganda dei prodotti. Le merci in regime di ammissione temporanea devono essere identificabili per permettere il riconoscimento delle stesse all’atto della riesportazione, per cui alla dichiarazione doganale di ammissione temporanea deve essere allegata una lista dettagliata delle merci con l’indicazione del mezzo di identificazione che si intende utilizzare (matricole, numeri di serie, foto….).
Per vincolare le merci al regime di ammissione temporanea deve essere presentata una dichiarazione doganale per tale regime che funge anche da autorizzazione.
Non è richiesto il deposito di fondi a garanzia del pagamento dei diritti doganali per le merci vincolate al regime di ammissione temporanea, tenuto conto che il Commissariato Generale di Sezione è garante per l’eventuale pagamento.
Le merci in ammissione temporanea che non sono riesportate devono essere definitivamente importate ed è dovuto il pagamento dei relativi diritti doganali.
Per l’applicazione del regime di ammissione temporanea può essere utilizzato anche il carnet ATA. La merce in ingresso e in uscita dal territorio dell’Unione scortata dal carnet deve essere presentata all’ufficio doganale per espletare le formalità previste dalla Convenzione ATA ( presa in carico del carnet, identificazione della merce, apposizione di attestazioni ….).
Si tenga presente che il ricorso al carnet ATA non assicura le agevolazioni logistico/procedurali (priorità nei controlli, fast corridor per l’inoltro delle merci al punto di sdoganamento …..) in quanto la Convenzione ATA non prevede la gestione informatizzata del carnet.

2.2 Merce destinata al consumo nell’ambito di attività istituzionali
I Partecipanti Ufficiali possono importare in esenzione dai diritti doganali i prodotti destinati ad essere consumati per lo svolgimento delle attività istituzionali e che si presume saranno totalmente utilizzati.
In particolare, rientrano in tale categoria i prodotti che saranno distribuiti gratuitamente (cibo, bevande non alcoliche, campioni gratuiti, opuscoli, materiale pubblicitario e tutti quei prodotti che non rientrano al punto 2.1) all’interno degli spazi espositivi e in ambito di eventi/ricevimenti ufficiali/istituzionali. La quantità di merce importata in esenzione dai diritti doganali deve essere proporzionata allo scopo e al numero dei visitatori/ospiti.
I prodotti importati in esenzione dai diritti doganali non possono essere ceduti a terzi a titolo oneroso o gratuito senza il preventivo accordo dell’autorità doganale.
Sono esclusi da tale procedura i prodotti alcolici, tabacco e prodotti del tabacco, combustibili e carburanti.

2.3 Autoveicoli e carburanti/lubrificanti
I Commissariati Generali di Sezione possono importare in franchigia doganale fino a due autovetture, compresi i relativi pezzi di ricambio, per l’utilizzo da parte della struttura del Partecipante Ufficiale.
Per gli autoveicoli destinati ad uso ufficiale del Commissariato Generale di Sezione, comunque in numero non superiore a due, è consentito l’acquisto di carburanti e lubrificanti in esenzione, rispettivamente, da accisa o da imposta di consumo nel limite complessivo di 1.200 litri per semestre.
La fornitura di carburanti osserva la medesima procedura prevista a favore delle rappresentanze diplomatiche e prende avvio con la presentazione della richiesta di assegnazione da parte del Commissario Generale di Sezione al Ministero degli Affari Esteri. Riconosciuta la spettanza di quanto richiesto, il rappresentante del Partecipante ufficiale ha titolo ad utilizzare prodotti energetici agevolati. Ciò presuppone la stipula di preventivi accordi negoziali con la società petrolifera fornitrice per l’erogazione dei carburanti presso gli impianti di distribuzione stradale aderenti al circuito.

2.4 Merce destinata al consumo del personale dei Commissariati Generali di Sezione
Il personale del Commissariato di Sezione può importare in franchigia doganale la mobilia e gli effetti personali incluso 1 (uno) veicolo. Tale importazione deve avvenire entro sei mesi dalla data di ingresso nel territorio italiano di ciascun richiedente.
Per effettuare detta importazione, il personale deve richiedere all’Agenzia delle Entrate, attraverso l’Organizzatore o direttamente al Centro Servizi Partecipanti quando sarà operativo, un codice fiscale (persona fisica). Il codice EORI dovrà essere indicato nella dichiarazione doganale.
Le esportazioni delle masserizie dovranno avvenire alla fine dell’evento e non oltre il 30 giugno 2016.

3. AGEVOLAZIONI PER I PARTECIPANTI NON UFFICIALI
Per beneficiare delle agevolazioni previste per i Partecipante Non Ufficiali è necessario che nei documenti doganali sia indicato il codice EORI del Partecipante Non Ufficiale.
Le merci destinate ad essere commercializzate all’interno dell’EXPO Milano 2015 devono essere dichiarate per l’importazione definitiva con relativo pagamento dei diritti doganali (dazi e IVA). A tali prodotti sono applicate tutte le misure di politica commerciale, di carattere sanitario e fitosanitario nonché eventuali altre misure di carattere nazionale.

3.1 Merce destinata alla costruzione/arredo degli spazi espositivi
I Partecipanti Non Ufficiali possono importare in regime di ammissione temporanea merci destinate ad essere riesportate dopo l’evento, in particolare: materiali da utilizzare per la realizzazione e l’allestimento dei propri spazi espositivi; merci destinate ad essere utilizzate per la presentazione di prodotti del proprio Paese; merci destinate ad essere esposte o a costituire oggetto di una dimostrazione; utensili, materiali e mezzi di trasporto necessari ai lavori da effettuare per la realizzazione dello spazio espositivo; materiale pubblicitario o dimostrativo non di consumo, registrazioni sonore, film, diapositive e relative apparecchiature utilizzate per la propaganda dei prodotti.
Le merci in regime di ammissione temporanea devono essere identificabili per permettere il riconoscimento delle stesse all’atto della riesportazione, per cui alla dichiarazione doganale di ammissione temporanea deve essere allegata una lista dettagliata delle merci con l’indicazione del mezzo di identificazione che si intende utilizzare (matricole, numeri di serie, foto...).
Per vincolare le merci al regime di ammissione temporanea deve essere presentata una dichiarazione doganale per tale regime che funge anche da autorizzazione.
All’atto della presentazione della dichiarazione di ammissione temporanea deve essere prestata la garanzia per i diritti doganali relativi alla merce vincolata a tale regime.
Le merci in ammissione temporanea che non sono riesportate devono essere definitivamente importate ed è dovuto il pagamento dei relativi diritti doganali.
Per l’applicazione del regime di ammissione temporanea può essere utilizzato anche il carnet ATA. La merce in ingresso e in uscita dal territorio dell’Unione scortata dal carnet deve essere presentata all’ufficio doganale per espletare le formalità previste dalla Convenzione ATA (presa in carico del carnet, identificazione della merce, apposizione di attestazioni …).
Si tenga presente che il ricorso al carnet ATA non assicura le agevolazioni logistico/procedurali (priorità nei controlli, fast corridor per l’inoltro delle merci al punto di sdoganamento….) in quanto la Convenzione ATA non prevede la gestione informatizzata del carnet.

3.2 Merce destinata al consumo nell’ambito di attività istituzionali
Per le merci che non sono destinate ad essere commercializzate all’interno di padiglioni gestiti da operatori commerciali è possibile l’importazione in franchigia dai diritti doganali per i seguenti casi:
1. campioni di merce di valore trascurabile importati gratuitamente e che servono per la distribuzione all’interno della manifestazione senza compenso. Tali campioni dovranno essere identificabili come campioni gratuiti e non prestarsi, per il tipo di imballaggio, alla commercializzazione. Se si tratta di prodotti alimentari e bevande dovranno essere consumati nel corso della manifestazione. La quantità e il valore dei campioni che potranno essere importati in franchigia dai diritti doganali dovranno essere proporzionali alla natura della manifestazione, al numero dei visitatori, e all’importanza della partecipazione dell’espositore;
2. merce da utilizzare per la dimostrazione di macchine e apparecchi, materiali di scarso valore e consumati per l’allestimento degli stand (colori, vernici, carta da parati ...), stampati, cataloghi, prospetti, manifesti pubblicitari e altri oggetti forniti gratuitamente per fini pubblicitari. Ovviamente anche in tale caso le merci destinate alla dimostrazione devono essere consumate nel corso della manifestazione e il loro quantitativo deve essere proporzionato alla manifestazione stessa.
Sono esclusi dall’importazione in franchigia i campioni e le merci destinate alla dimostrazione se si tratta di prodotti alcolici, tabacco e prodotti del tabacco, combustibili e carburanti.I Partecipanti Non Ufficiali possono comunque ricorrere al regime di ammissione temporanea, senza il pagamento dei diritti doganali e senza applicazione delle misure di politica commerciale a condizione che le merci siano riesportate dopo l’utilizzo previsto, e comunque entro tre mesi dal termine della manifestazione, ovvero siano consumate nel corso della manifestazione (a condizione che la quantità utilizzata sia proporzionata allo scopo e al numero dei visitatori). All’atto della presentazione della dichiarazione di ammissione temporanea, deve essere prestata la garanzia per i diritti doganali relativi alla merce vincolata a tale regime. La facilitazione di cui al precedente periodo non si applica alle bevande alcoliche, al tabacco e ai combustibili e carburanti.

4. COMPILAZIONE DEI DOCUMENTI DOGANALI PER BENEFICIARE DELLE AGEVOLAZIONI PER LE MERCI DESTINATE AD EXPO

4.1 Agevolazioni procedurali e canali prioritari
I Partecipanti beneficiano di agevolazioni procedurali e canali prioritari quali: Priorità nel trattamento delle merci nel ciclo portuale e aeroportuale; Fast corridor per l’inoltro delle merci al punto di sdoganamento specializzato, in corso di allestimento, situato in prossimità del sito Expo Milano 2015; Priorità nell’effettuazione dei controlli doganali, di safety & security e di competenza delle altre Amministrazioni coinvolte nel processo di sdoganamento, beneficiando delle semplificazioni offerte dallo Sportello Unico Doganale (one-stop-shop).
Per accedere a tali benefici è necessario che nei documenti doganali e di trasporto siano indicate le informazioni per la corretta identificazione dei Partecipanti e delle merci destinate ad EXPO Milano 2015, come indicato nei paragrafi che seguono.
Per l’effettuazione delle operazioni doganali i Partecipanti possono avvalersi di intermediari in grado di dialogare con il STD.

4.2 Cosa indicare nei documenti di trasporto
Gli operatori della catena logistica devono indicare nella polizza di carico (Bill of Lading) o nella lettera di trasporto aereo (Air Way Bill) il riferimento “EXPO” affinché possa essere riportato nella dichiarazione sommaria di entrata (ENS) e nel MMA.
Analogamente, se le merci giungono in Italia via strada, scortate da un documento di transito, il riferimento “EXPO” va indicato nel documento di trasporto affinché possa essere riportato nella dichiarazione doganale.

4.3 Come compilare la Dichiarazione Sommaria di Entrata (ENS)
I soggetti che presentano la ENS devono indicare la stringa “EXPO”nel campo 37.4 “Marche e numeri dell’imballaggio” del tracciato ENS1 per ottenere la priorità nell’effettuazione dei controlli di sicurezza in Italia. Tale indicazione permette agli uffici doganali italiani di individuare le partite”EXPO” negli appositi pannelli di monitoraggio per assegnare la priorità nell’effettuazione degli eventuali controlli.
I tracciati record per ENS/ENS1 sono disponibili sul portale dell’Agenzia.

4.4 Come compilare il Manifesto delle Merci in Arrivo (MMA)
Il soggetto che presenta il MMA deve indicare la stringa “EXPO” nel campo 11 “Marca dei colli” del tracciato del Record B “Merce in sbarco” del MMA. La partita di TC (A3) così generata acquisisce lo stato di “partita EXPO” assicurando priorità nello sdoganamento.
Inoltre grazie a tale indicazione, i gestori dei Terminal Container e dei magazzini di temporanea custodia possono riconoscere le partite di merce destinate ad EXPO e il loro stato doganale, onde poter attivare le procedure previste nell’ambito della Port Community per l’immediata uscita delle merci. A tale scopo, nell’ambito del Colloquio Gestori TC è stato introdotto il nuovo stato “SX” equivalente a “dichiarazione svincolata con merce destinata ad EXPO Milano 2015”.
I relativi tracciati record sono disponibili sul portale dell’Agenzia.

4.5 Come compilare la dichiarazione doganale
Affinché una dichiarazione doganale sia identificata come relativa a merce destinata ad “EXPO Milano 2015” ed ottenga le agevolazioni/esenzioni a seconda dei casi previste, devono sussistere le seguenti condizioni: La trasmissione al STD deve avvenire tramite il messaggio IM;
Nella campo 8, Destinatario, deve essere indicato il codice EORI del: Partecipante Ufficiale Partecipante Non Ufficiale A seconda del regime richiesto nel campo 37.1 deve essere indicato uno fra i seguenti codici: 40 - importazione definitiva 53 - ammissione temporanea Nella campo 37.3 deve essere inserito uno dei seguenti codici: 1EE: Agevolazioni/esenzioni doganali per i Partecipanti Ufficiali (importazioni definitive in esenzione da dazi ed IVA, ammissione temporanea senza prestare garanzia per dazi ed IVA, esecuzione prioritaria dei controlli e agevolazioni logistiche); 2ME: Agevolazioni per Partecipanti Ufficiali e Non Ufficiali (esecuzione prioritaria dei controlli e agevolazioni). I Partecipanti Ufficiali utilizzeranno tale codice in luogo di 1EE per le merci che non possono godere delle esenzioni fiscali.
I relativi tracciati record sono disponibili sul portale dell’Agenzia.
Le dichiarazioni doganali possono essere presentate presso qualunque ufficio doganale italiano.

5. ESECUZIONE DEI CONTROLLI

5.1 Controlli Sicurezza
I funzionari doganali addetti all’analisi dei rischi sicurezza assicurano priorità nel trattamento e nell’effettuazione dei controlli per le Dichiarazioni Sommarie di Entrata (ENS) relative a merci destinate ad EXPO Milano 2015.
Nel pannello di monitoraggio disponibile in AIDA al link “Dogane->Safety and security->Dichiarazioni sommarie di entrata->Pannello di monitoraggio” è stato inserito il criterio di ricerca “EXPO” che consente di visualizzare le Dichiarazioni di cui sopra.
Il pannello, in ogni caso, individua prioritariamente le dichiarazioni destinate ad EXPO Milano 2015 (evidenziate con il valore “SI” nella colonna EXPO).

5.2 Controlli ordinari
I funzionari doganali addetti ai controlli ordinari assicurano priorità nell’effettuazione dei controlli selezionati dal CDC per le dichiarazioni doganali relative a merci destinate ad EXPO Milano 2015 (codici 1EE, 2ME), non appena queste sono messe a disposizione della dogana.
DICHIARAZIONI IN PROCEDURA DI DOMICILIAZIONE
Nel pannello di monitoraggio disponibile in AIDA al link “Dogane-> Controlli-> Monitoraggio dichiarazioni in sdoganamento telematico” è stato inserito il criterio di ricerca “EXPO” per visualizzare le dichiarazioni relative a merci destinate ad EXPO Milano 2015 (codici 1EE, 2ME).
DICHIARAZIONI IN PROCEDURA ORDINARIA
All’atto della convalida, effettuata tramite la funzione disponibile in AIDA al link “Dogane->operazioni doganali->Completamenti->Registrazione Convalida”, le dichiarazioni relative a merci destinate ad EXPO Milano 2015 (codici 1EE, 2ME), sono evidenziate con il valore “EXPO”.
Nella funzione per la consultazione di riepilogo dei controlli, disponibile in AIDA al link “Dogane->Controlli->Consultare elenchi riepilogativi”, è stato inserito il criterio di ricerca EXPO per selezionare le sole dichiarazioni relative a merci destinate ad EXPO Milano 2015 (codici 1EE, 2ME).

5.3 Controlli di competenza di altre Autorità
Per ulteriori dettagli relativi alle misure di controllo previste all’importazione nel mercato dell’Unione per alimenti di origine animale e di origine vegetale destinati a Expo Milano 2015 si rimanda alle linee guida del Ministero delle Salute in corso di pubblicazione.
Per ulteriori dettagli relativi alle misure di controllo previste all’importazione nel mercato dell’Unione di vegetali e prodotti vegetali, destinati alla costruzione e allestimento degli spazi espositivi dei Partecipanti, si rimanda alle linee guida del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali in corso di pubblicazione.

6. MATERIALE PROFESSIONALE AL SEGUITO DI GIORNALISTI
I giornalisti accreditati alla manifestazione provenienti da Paesi extra UE possono usufruire del regime di ammissione temporanea per il materiale professionale portato al seguito, effettuando una dichiarazione verbale presso l’ufficio doganale di arrivo.
Al fine di facilitare le operazioni, i giornalisti interessati dovranno accreditarsi presso l’Organizzatore, comunicando la lista delle apparecchiature che porteranno al seguito , il mezzo di identificazione delle stesse (matricola, numero di serie ...), la data e il luogo di arrivo.


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Fattura non obbligatoria per alcune prestazioni rese da concessionari del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

Con Decreto dell' 8 agosto 2014, il Ministero dell'Economia e delle Finanze, introduce due nuove tipologie di operazioni per le quali l'emissione della fattura non è obbligatoria, se nonè richiesta dal cliente non oltre il momento di effettuazione dell'operazione:
servizi di stampa e recapito dei duplicati di patente resi nei confronti degli utenti dal concessionario in esecuzione del contratto di concessione stipulato con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
servizi di gestione e di rendicontazione del pagamento dei corrispettivi dovuti dall'utenza per le pratiche di competenza del Dipartimento per i Trasporti, la Navigazione ed i Sistemi Informativi e Statistici resi nei confronti degli utenti dal concessionario in esecuzione del contratto di concessione stipulato con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

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Adempimenti presso il Registro imprese per start-up innovative e incubatori certificati.

Il Decreto Legge 179 del 18 ottobre 2012, convertito con la Legge 221 del 18 dicembre 2012, ha definito la start-up innovativa fornendo una serie di requisiti identificativi (art. 25, commi 2 e 3) e ha introdotto una vasta gamma di agevolazioni di natura fiscale e finanziaria al fine di sostenere la nascita e la crescita dimensionale di questa tipologia aziendale (artt. 26-32). Con lo scopo di valorizzare le strutture di comprovata competenza nel sostegno alla creazione e nell’accelerazione allo sviluppo di start-up innovative, la normativa ha altresì definito l’incubatore certificato (art. 25, comma 5), attribuendogli alcuni dei benefici già previsti in capo alle stesse start-up innovative.
Ai sensi dell’art. 25, comma 8, il godimento delle agevolazioni è subordinato, con riferimento sia alle start-up innovative, sia agli incubatori certificati, all’iscrizione ad un’apposita sezione del Registro delle imprese istituita dal d.l. 179 medesimo; il comma 9 specifica che ai fini dell’iscrizione il possesso dei requisiti individuati rispettivamente dai commi 2 e 3 e dal comma 5 citati sia attestato dal legale rappresentate della società mediante autocertificazione.
I commi 12 e 13 dell’art. 25 individuano le informazioni che rispettivamente start-up innovative e incubatori certificati sono tenuti a fornire in sede di presentazione della domanda d’iscrizione alla sezione speciale del Registro.
Il comma 14 prescrive che l’impresa, sia essa start-up innovativa o incubatore certificato, aggiorni con cadenza non superiore a sei mesi le informazioni di cui ai commi 12 e 13 summenzionati, sia al fine di favorire il monitoraggio diffuso degli effetti della disposizione normativa sul sistema imprenditoriale, sia ai fini di trasparenza verso il mercato garantita dagli adempimenti pubblicitari di cui al comma 10.
Il comma 15 dispone infine che entro 30 giorni dall'approvazione del bilancio e comunque entro sei mesi dalla chiusura di ciascun esercizio, il rappresentante legale della start-up innovativa e dell’incubatore certificato attesti, mediante autocertificazione, il mantenimento del possesso dei requisiti previsti rispettivamente ai commi 2 e 3 e al comma 5, depositando tale dichiarazione presso il Registro delle imprese. In tal modo si è inteso rafforzare il concetto che il possesso iniziale ed il mantenimento successivo dei requisiti sono condizione fondamentale per il godimento delle agevolazioni previste dalla normativa, talché al comma 16 è previsto che il mancato deposito dell’autocertificazione nei termini previsti sia equiparata alla perdita dei requisiti ai fini della cancellazione d’ufficio della start-up innovativa o dell’incubatore certificato dalla speciale sezione.
L’esistenza di tre diversi adempimenti nei confronti del Registro delle imprese, di cui due parzialmente sovrapposti, cui le start-up innovative e gli incubatori certificati sono chiamati ad adempiere nel corso dell’anno solare (due a cadenza semestrale ai sensi del comma 14 e uno annuale ai sensi del comma 15) ha ingenerato dubbi interpretativi tra gli operatori del settore. Si è inteso quindi con la presente, di concerto con la Direzione generale per la politica industriale, la competitività e le piccole e medie imprese, dare risposta alle incertezze rilevate identificando una procedura chiara ed introducendo una semplificazione degli adempimenti.
È previsto che il primo aggiornamento delle informazioni di cui al comma 14 venga effettuato entro sei mesi dall’iscrizione della società nella sezione speciale del Registro delle imprese. A partire dal secondo adempimento, le scadenze per l’effettuazione della dichiarazione semestrale al Registro delle imprese competente sono uniformate rispettivamente al 30 giugno e al 31 dicembre di ciascun anno, con la precisazione che il secondo adempimento avrà scadenza al 30 giugno o al 31 dicembre immediatamente successivo alla scadenza dall’anno dell’iscrizione alla sezione speciale del Registro imprese. Ad esempio: una start-up innovativa (o un incubatore certificato) iscritta alla sezione speciale del Registro imprese il 15 maggio 2014 deve effettuare il primo aggiornamento semestrale entro il 15 novembre 2014, mentre uniforma il secondo aggiornamento semestrale, che avrebbe scadenza al 15 maggio 2015, al 30 giugno 2015, il terzo al 31 dicembre 2015 e così a seguire per ogni successivo semestre.
Si ritiene che la suddetta interpretazione consenta una semplificazione degli adempimenti nel rispetto della disposizione normativa di cui al comma 14 dell’art. 25, mantenendo in ogni caso gli obiettivi di pubblicità continuativa che la stessa si prefigge, in quanto è comunque garantito un adempimento per ogni semestre solare.
Sempre in ottica semplificatrice ed al fine di ridurre a due il numero degli adempimenti annui, senza comunque compromettere gli obiettivi informativi richiesti dalla norma, è inoltre previsto che la dichiarazione semestrale di cui al comma 14 la quale scada nel semestre successivo al termine dell’esercizio sociale possa essere effettuata unitamente all’attestazione del mantenimento dei requisiti prevista dal comma 15, integrando tale attestazione degli elementi ulteriori previsti dai commi 12 e 13 rispettivamente per le start-up innovative e gli incubatori certificati.
Ad esempio una società, start-up innovativa o incubatore certificato, che abbia esercizio solare con termine al 31 dicembre di ciascun anno ed approvi il proprio bilancio il 30 aprile 2015, depositerà l’attestazione di mantenimento dei requisiti di cui al comma 15 dell’art. 25 entro 30 giorni, e cioè entro il 30 maggio 2015, e potrà integrare nella stessa l’aggiornamento delle informazioni di cui ai commi 12 e 13 dando così contestuale adempimento all’obbligo di informazione semestrale previsto dal comma 14 con scadenza al 30 giugno 2015.
Ove invece la medesima società, qualunque sia il motivo, non approvi il bilancio relativo all’esercizio 2014 entro il 30 giugno 2015 (sei mesi dal termine dell’esercizio) dovrà comunque depositare l’attestazione di mantenimento dei requisiti di cui al comma 15 entro tale termine semestrale, potendo come nel caso precedente integrare nell’attestazione le informazioni di cui ai commi 12 e 13, rispettivamente per start-up innovative ed incubatori certificati, ed adempiere così agli obblighi di cui al comma 14 per il semestre in scadenza al 30 giugno 2015.
Per le società con esercizio non coincidente con l’anno solare, le disposizioni introdotte vanno raccordate al fine di garantire comunque il rispetto degli obblighi di legge e la periodicità dell’informazione. Ad esempio ove la società tenuta all’adempimento abbia esercizio scadente al 30 aprile di ciascun anno ed approvi il bilancio per l’esercizio chiuso al 30 aprile 2014 il 28 agosto 2014, dovrà depositare l’attestazione di cui al comma 15 entro il 27 settembre 2014 (30 giorni dall’approvazione del bilancio) e potrà uniformare alla stessa, integrandone i dati, la comunicazione di cui al comma 14 in scadenza al 31 dicembre 2014 per l’aggiornamento dei dati relativa al
semestre solare successivo alla data di chiusura dell’esercizio. Ove la stessa società non approvi il
bilancio o lo approvi comunque oltre il 30 settembre 2014, dovrà in ogni caso depositare
l’attestazione di cui al comma 15 entro il 31 ottobre 2014, potendo integrare in essa l’adempimento
previsto dal comma 14 per il semestre in scadenza al 31 dicembre 2014 come ampiamente illustrato
in precedenza.
Si rimanda alla nuova edizione della guida “La start-up innovativa - Guida sintetica per
utenti esperti sugli adempimenti societari”, redatta dalle Camere di Commercio con il
coordinamento del Ministero dello Sviluppo economico, per l’illustrazione delle istruzioni operative
di quanto disposto dalla presente nota.


Fonte: Circolare Ministero Sviluppo Economico 3672 /C del 29 agosto 2014

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Retribuzioni convenzionali 2014 per i lavoratori all'estero.

Emanato il decreto ministeriale del 23 dicembre 2013, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 2 del 3 gennaio 2014 concernente la Determinazione delle retribuzioni convenzionali 2014 per i lavoratori all'estero.

A decorrere dal periodo di paga in corso dal 1° gennaio 2014 e fino a tutto il periodo di paga in corso al 31 dicembre 2014, le retribuzioni convenzionali da prendere a base per il calcolo dei contributi dovuti per le assicurazioni obbligatorie dei lavoratori italiani operanti all'estero ai sensi del decreto-legge 31 luglio 1987, n. 317, nonche' per il calcolo delle imposte sul reddito da lavoro dipendente, ai sensi dell'art. 51, comma 8-bis, del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con DPR del 22 dicembre 1986, n. 917, sono stabilite nella misura risultante, per ciascun settore, dalle Tabelle allegate al presente decreto.

Per approfondire la materia sul Lavoro all'estero, ti segnaliamo la nostra sezione del BLOG "Lavoratori all'estero" ricca di articoli utili e interessanti per chi già lavora fuori dall'Italia o per chi intende espatriare, e la sezione del FORUM "Lavoro all'Estero - Rubrica per i lavoratori espatriati" ricca di discussioni sull'argomento.

Inoltre, in vendita sul Business Center, ti segnaliamo un utile E-BOOK in pdf "Il lavoro all'estero (E-Book)" che si rivolge a tutti coloro che devono affrontare la materia relativa alla fiscalità dei lavoratori espatriati, quali ad esempio:
- alle aziende;
- ai dipendenti;
- alle associazioni;
- agli enti;
- ai professionisti.

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Sostituzione di infissi e bonus mobili.

La sostituzione di infissi esterni con modifica di materiale o tipologia di infisso rientra in uno degli interventi di manutenzione straordinaria che consentono di usufruire del bonus mobili?

I contribuenti che fruiscono della detrazione per gli interventi di manutenzione straordinaria (tra i quali rientra anche la sostituzione di infissi esterni e serramenti o persiane con serrande e con modifica di materiale o tipologia di infisso) possono detrarre dall’imposta lorda, fino a concorrenza del suo ammontare, il 50% delle ulteriori spese documentate per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+ (nonché A per i forni) finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione (articolo 16, comma 2, del Dl 63/2013). Per fruire del bonus per l’acquisto dei mobili, non è richiesto che ci sia collegamento fra gli stessi e l’ambiente ristrutturato, è sufficiente il collegamento con l’immobile oggetto di ristrutturazione nel suo complesso; l’acquisto di mobili o di grandi elettrodomestici, pertanto, è agevolabile anche se i beni sono destinati all’arredo di un ambiente diverso da quelli "ristrutturati", purché l’immobile sia oggetto di interventi edilizi (circolare 29/E del 2013).


Fonte: Agenzia Entrate

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Concordato. Il Fisco chiama il debitore e non il liquidatore.

Il debitore ammesso al concordato preventivo, con cessione dei beni ai creditori e nomina del commissario liquidatore, che prosegua nell’esercizio dell’impresa, “conserva la sua capacità processuale e continua ad essere soggetto passivo di imposta e destinatario di tutti gli obblighi di natura fiscale connessi alla prosecuzione della sua attività” (Cass. 12422/11). In quanto parte in senso sostanziale di tutti gli atti che concernano il suo patrimonio, il debitore “lo rimane anche per i rapporti tributari, che pertanto a lui fanno direttamente capo, e sui quali è legittimato processualmente a interloquire” (Cass. 4728/08), sicché è solo a lui che vanno notificati gli atti impositivi ed è solo lui “l’unico legittimato passivo in ordine alla verifica dei crediti dopo l’omologazione del concordato, sussistendo la legittimazione del liquidatore solo nei giudizi relativi a rapporti obbligatori sorti nel corso ed in funzione delle operazioni di liquidazione” (Cass. 13340/09). E’ evidente perciò che la legittimazione del commissario liquidatore sia riconoscibile nei soli limiti in cui la pretesa o l’obbligo siano sorti nel corso ed in funzione delle operazioni di liquidazione, diversamente dovendo riconoscersi che essa competa al debitore, che così come non si spoglia della gestione dell’impresa e della gestione dei propri affari, parimenti ne è pure il diretto interlocutore processuale.

Sentenza n. 18755 del 5 settembre 2014 (udienza 10 giugno  2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Piccininni Carlo – Est. Marulli Marco
Ammissione al concordato preventivo – Il debitore conserva la capacità processuale e continua ad essere il soggetto di imposta – La legittimazione spetta al commissario liquidatore nei soli limiti in cui la pretesa o l’obbligo siano sorti nel corso e in funzione delle operazioni di liquidazione.

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Corte Ue: ok a detrazione Iva per il Comune, ma a certe condizioni.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 5 della sesta direttiva Iva ed è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone un Comune olandese all’Amministrazione finanziaria locale, in ordine al diritto alla detrazione dell’Iva versata a monte dal Comune per i costi di costruzione di un nuovo edificio comunale.

Il Comune protagonista della controversia
In particolare, il Comune esercita alcune operazioni in qualità di pubblica autorità e di soggetto passivo. Ha commissionato inoltre la costruzione, su un terreno di sua proprietà, di un nuovo edificio da adibire ad uffici. E’ stato previsto che l’edificio sarebbe stato utilizzato dal Comune sulla base della seguente ripartizione:
il 94% della superficie dell’edificio per l’esercizio di attività esercitate in qualità di pubblica autorità
il 5% della superficie per le attività esercitate dal Comune in qualità di soggetto passivo, per prestazioni che danno diritto a detrazione dell’Iva
l’1% della superficie per le attività esercitate dal Comune in qualità di soggetto passivo, per prestazioni che non danno diritto a detrazione dell’Iva. Nelle fatture relative alla costruzione dell’edificio emesse nei confronti del Comune, era incluso un  importo da corrispondere a titolo di Iva.
Il pagamento di tali somme veniva contestato dal Comune che chiedeva la restituzione della totalità dell’Iva pagata a monte, sulla base della considerazione che l’edificio costruito costituiva un bene prodotto nell’ambito della propria attività aziendale.
La controversia è approdata dinanzi alla competente autorità giurisdizionale dei Paesi Bassi, che ha sottoposto al vaglio pregiudiziale della Corte Ue la seguente questione: se l’articolo 5, paragrafo 7, lettera a), della sesta direttiva debba essere interpretato nel senso che viene considerata cessione a titolo oneroso la situazione nella quale un Comune occupa per la prima volta un edificio che ha fatto costruire sul suo terreno e che utilizzerà per le sue attività in qualità di  pubblica  amministrazione e per il 6% per le sue attività come soggetto passivo, di cui l’1% per prestazioni esenti che non godono di alcun diritto alla detrazione.

Le valutazioni della Corte Ue
In base a quanto stabilito dall’articolo 4, paragrafo 5 della sesta direttiva, i Comuni non sono considerati soggetti a Iva per le attività che esercitano in qualità di pubblica autorità. In base a quanto previsto dall’articolo 5, paragrafo 7, della sesta direttiva, gli Stati membri possono assimilare ad una cessione a titolo oneroso, soggetta a Iva, l’impiego da parte di un soggetto passivo, per i bisogni della sua impresa, di un bene prodotto, costruito, estratto, lavorato, acquistato o importato nell’ambito di tale impresa, qualora l’acquisto di tale bene presso altro soggetto passivo non dia diritto alla completa detrazione dell’imposta. La disposizione deve intendersi riferita non soltanto ai beni integralmente prodotti, costruiti, estratti o lavorati dalla stessa impresa, ma anche a quelli prodotti, costruiti, estratti, lavorati da un terzo con materiali messi a disposizione da tale impresa. Ne consegue che, nel caso di specie, l’immobile costruito da un terzo su un terreno di proprietà di un comune, rientra nell’ambito applicativo di tale norma.
La facoltà, prevista in capo allo Stato membro, di assimilare a una cessione a titolo oneroso l’impiego da parte di un soggetto passivo, per le esigenze della propria attività di impresa, di un tale bene, può essere esercitata soltanto qualora il suo acquisto presso un altro soggetto passivo non gli conferisca il  diritto alla detrazione completa dell’Iva.
Premesso che i Paesi Bassi si sono avvalsi di tale facoltà, la condizione di applicazione dell’articolo 5 della sesta direttiva è soddisfatta nel caso di specie in cui, posto che l’immobile veniva utilizzato anche per operazioni diverse da quelle imponibili, l’Iva a monte non sarebbe stata completamente detraibile se esso fosse stato interamente acquistato presso un altro soggetto passivo.
Da ciò deriva che quando un Comune occupa un edificio che ha fatto costruire sul suo terreno e che utilizzerà nella misura del 94% per le attività svolte in qualità di pubblica amministrazione e nella misura del 6% per quelle svolte in qualità di soggetto passivo, di cui l’1% per prestazioni esenti che non conferiscono alcun diritto alla detrazione, tale situazione deve considerarsi rientrante nell’ambito di applicazione dell’articolo 5 della sesta direttiva, nei limiti in cui lo Stato membro  interessato abbia fatto ricorso alla facoltà prevista da tale norma.
La totalità dell’Iva pagata a monte dal Comune per l’acquisto di beni ai fini dell’impiego operato a valle dà diritto alla detrazione dell’imposta. Tale impiego è assoggettato a Iva e l’importo dell’Iva che il Comune è tenuto a pagare deve essere calcolato, sulla base del valore integrale di ciascun elemento, il terreno e l’immobile.
Inoltre, nei limiti in cui i beni siano utilizzati ai fini delle sue operazioni soggette ad imposte, e quindi, per la fattispecie in esame, per il 5% della superficie dell’edificio, il soggetto passivo è, in via generale, autorizzato a detrarre dall’imposta al cui pagamento è tenuto l’Iva versata per l’impiego di cui sopra. La detrazione non sarà ammessa nella misura in cui tali beni sono utilizzati per operazioni esenti o non rientranti nell’ambito di applicazione dell’Iva.

Le conclusioni della Corte
Secondo gli eurogiudici, l’articolo 5 della sesta direttiva deve essere interpretato nel senso che si applica a una situazione quale quella in esame, in cui un Comune occupa per la prima volta un edificio che ha fatto costruire sul suo terreno e della cui superficie utilizzerà il 94% per le sue attività svolte in qualità di Pubblica amministrazione e il 6% per le sue attività svolte in qualità di soggetto passivo, di cui l’1% per prestazioni esenti che non danno diritto alla detrazione dell’Iva. Tuttavia, il successivo utilizzo dell’immobile per le attività del Comune può dare diritto alla detrazione dell’imposta pagata per l’impiego previsto da tale norma soltanto nella misura corrispondente al suo utilizzo ai fini delle operazioni imponibili.


Fonte: Agenzia Entrate

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Dichiarazione Iva emendabile.

Con sentenza del 5 settembre 2014, n. 18757, la Corte di cassazione – respingendo il ricorso di un imprenditore che aveva riportato in dichiarazione un debito Iva che, in realtà, doveva essere registrato in regime di sospensione d’imposta – ha stabilito che il contribuente non può emendare la dichiarazione Iva al punto di stravolgerla dalla “qualificazione iniziale”.

I fatti di causa
La vicenda riguarda l’impugnazione di un avviso di accertamento fondato sul presupposto che la dichiarazione annuale era stata emendata oltre i termini di legge, impugnazione rigettata dalla Commissione tributaria provinciale adita, che così legittimava la cartella di pagamento emessa in conseguenza dell’omesso versamento dell’Iva annuale.

Stesso esito in appello, ove il giudice del riesame, sul preliminare rilievo dell’alternativa offerta nella specie dall’articolo 6 del Dpr 633/1972 tra l’effettuare il versamento dell’imposta al momento di eseguire la prestazione o al momento di conseguirne il corrispettivo, ha motivato la conferma, osservando che l’avere inserito nella dichiarazione originariamente prodotta anche l’Iva non ancora incassata non può essere un errore, bensì il libero esercizio di una facoltà fissata dal legislatore, che pertanto non può essere revocata attraverso una dichiarazione integrativa.

Nel conseguente ricorso per cassazione, il contribuente sostiene, contrariamente all’assunto del giudice di appello, di non essersi avvalso di alcuna facoltà, ma “di essere semplicemente incorso nell'errore di aver riportato in dichiarazione un debito Iva che, in realtà, doveva essere registrato in sospensione di imposta”.

L’integrazione della dichiarazione
Preme in incipit rilevare che l’articolo 2, comma 8, del Dpr 322/1998, consente di presentare una successiva dichiarazione anche meramente rettificativa della precedente, facendo salvo il potere degli uffici di applicare le sanzioni amministrative.
Il comma 8-bis ammette, poi, che il contribuente possa integrare la dichiarazione dei redditi, dell’Irap e dei sostituti di imposta, per correggere errori od omissioni che abbiano determinato un maggior reddito o, comunque, un maggior debito o un minor credito di imposta; tale disciplina è applicabile anche alle dichiarazioni relative all’Iva in forza della previsione dell’articolo 8, comma 6, del medesimo Dpr 322/1998 (“integrazione a favore del contribuente”) (cfr Cassazione, sentenza 18076/2008).

Al riguardo, le sezioni unite della Cassazione (sentenza 15063/2002) hanno chiarito che è emendabile e ritrattabile ogni dichiarazione dei redditi che risulti, comunque, frutto di un errore del dichiarante nella relativa redazione, sia tale errore testuale o extratestuale, di fatto o di diritto, quando da essa possa derivare l’assoggettamento del dichiarante medesimo a oneri contributivi diversi, e più gravosi, di quelli che per legge devono restare a suo carico. La possibilità, hanno aggiunto, di rettificare o ritirare, in tutto o in parte, la dichiarazione dei redditi non può non essere fatta discendere dalla relativa natura di atto non negoziale e non dispositivo, recante una mera esternazione di scienza e di giudizio (così anche Cassazione, sentenze 1088/1999 e 2725/2011).

La decisione
Nel decidere la vertenza, la Corte di cassazione, confermando i giudicati di merito, rigetta il ricorso e afferma che la dichiarazione è illegittima nel caso in cui l’errore non sia semplicemente di calcolo, ma dipenda da una scelta del cittadino o dell’imprenditore.
Il ricorso viene respinto proprio perché il contribuente per sua scelta aveva revocato, con dichiarazione integrativa, l’opzione esercitata tra il regime di esigibilità immediata dell’imposta e quello di esigibilità differita, non trattandosi di un mero errore materiale quanto piuttosto di una scelta negoziale, per questo non più emendabile.

Il giudice di legittimità pone così dei limiti all’emendabilità delle dichiarazioni, argomentando che, se agli errori commessi è possibile rimediare, ben diversa è la situazione quando l’errore riguarda una “manifestazione di autonomia negoziale del soggetto”.
Infatti, l’affermazione di una generale e automatica emendabilità degli errori commessi dal contribuente nella redazione della dichiarazione, si legge in motivazione, non può ritenersi estesa alla dichiarazione dei redditi tout court, ma deve correttamente circoscriversi alla indicazione di quei dati, relativi alla quantificazione delle poste reddituali positive o negative, che integrino errori tipicamente materiali (ad esempio, errori di calcolo o anche errata liquidazione degli importi), ovvero anche formali (concernenti l’esatta individuazione della voce del modello da compilare nella quale collocare la posta), rimanendo a tali ipotesi estranea la concreta fattispecie in esame in cui il contribuente, con la stessa dichiarazione, viene a esercitare una facoltà di opzione riconosciutagli dalla norma tributaria (Cassazione, sentenza 7294/2012).
Tale opzione integra esercizio di un potere discrezionale di scelta nell’“an” e nel “quando”, riconducibile a una tipica manifestazione di autonomia negoziale del soggetto, che è diretta a incidere sulla obbligazione tributaria e sul conseguente effetto vincolante di assoggettamento all’imposta (Cassazione, sentenze 9777/1993, 2732/1997, 9310/1997, 11102/1998).


Fonte: Agenzia Entrate

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Sospensione termini processuali.

Prossima alla scadenza la sospensione dei termini processuali, prevista dall’articolo 1 della legge 742/1969, che riguarda tutti i processi civili, amministrativi e tributari.
L’interruzione di 46 giorni (dall’1 agosto al 15 settembre) è valida per tutti i gradi di giudizio, dal primo alla Cassazione, e determina un effettivo allungamento delle scadenze entro le quali le parti possono procedere al deposito di ricorsi, atti e documenti.
Di conseguenza, i termini “in standby” riprendono a decorrere dalla fine del periodo di sospensione; qualora il conto dei giorni fosse dovuto iniziare durante la fase di intervallo, l’inizio del conteggio è procrastinato alla fine del periodo di sospensione.

Cosa succede nel contenzioso tributario
Vediamo ora alcuni casi pratici riguardanti la sospensione dei termini nel processo tributario, ricordando che la “pausa” riguarda tutte le scadenze relative alla presentazione del ricorso (introduttivo e costitutivo) opposto agli atti impositivi in tutti i gradi di giudizio e anche il deposito dei documenti e delle memorie illustrative.

Se, ad esempio, è stato notificato un avviso di accertamento l’8 agosto, il contribuente avrà tempo fino al 14 novembre per presentare il ricorso, in quanto il termine dei 60 giorni decorre a partire dal 16 settembre; in pratica, per tutte le notifiche effettuate all’interno del periodo feriale, il termine è comunque posticipato al primo giorno di ripresa del lavoro ordinario.

Nel caso in cui l’atto sia stato notificato prima dell’inizio del periodo di sospensione, ad esempio il 10 luglio, i 60 giorni a disposizione del contribuente per opporre ricorso saranno così ripartiti: 21 giorni fino al 31 luglio, gli altri 39 giorni dal 16 settembre fino al 24 ottobre.

Qualora il destinatario dell’avviso decida di avvalersi dell’istituto dell’accertamento con adesione, al termine ordinario di 60 giorni per l’impugnazione si aggiungono ulteriori 90 giorni, decorrenti dalla data di presentazione dell’istanza di adesione, a cui si sommano i 46 giorni della sospensione estiva. Ipotizzando che la notifica sia avvenuta il 23 giugno e l’istanza di accertamento con adesione sia stata presentata il giorno successivo (24 giugno), il calcolo dei complessivi 150 giorni disponibili si svolgerà nel seguente modo: dal 24 giugno al 31 luglio decorrono i primi 38 giorni; dall’1 agosto al 15 settembre intervengono i 46 giorni di “congelamento” estivo; dal 16 settembre inizia il calcolo dei residui 52 giorni di sospensione per l’istanza di adesione cui si aggiungono i 60 giorni per l’impugnazione dell’atto, così da arrivare al 5 gennaio 2015.

Va inoltre ricordato che la Stabilità 2014 (articolo 1, comma 611, legge 147/2013), nel modificare alcuni punti della disciplina della mediazione tributaria (articolo 17-bis del Dlgs 546/1992), ha stabilito che per le domande riguardanti gli atti notificati a partire dal 2 marzo 2014 si applicano le normali disposizioni sui termini processuali. Di conseguenza, il termine di 90 giorni stabilito per la conclusione del procedimento di mediazione va calcolato “a cavallo” del termine di sospensione feriale. Per cui, come nel caso precedente, avremo: 60 (per l’impugnazione dell’atto) + 90 (per la conclusione del procedimento di mediazione) + 46 (sospensione estiva), a cui vanno sommati gli ulteriori 30 giorni per l’eventuale costituzione in giudizio a seguito della mancata mediazione.

Infine, dall'anno prossimo, la sospensione estiva sarà decisamente più breve: l'articolo 16 del Dl 132/2014 ha modificato l'articolo 1 della legge 742/1969, accorciando la pausa feriale dei termini processuali dal 6 al 31 agosto.


Fonte: Agenzia Entrate

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