martedì 26 agosto 2014

Quesito: codice di attività e gestione separata.

sotto consiglio di un amico vi scrivo, perchè sono in cerca di qualcuno che seriamente mi riesca a dare una risposta al mio quesito.
Con il codice di attività ateco 62.0, posso mantenere la gestione separata per quanto riguarda l'inps o devo per forza iscrivermi ad una cassa previdenziale? Oppure, sapreste consigliarmi che codice di attività accessorio posso aggiungere per svolgere l'assistenza tecnica a pc e dispositivi smartphone?

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Non mostrare i documenti richiesti equivale a volerli nascondere.

Come noto le Sezioni unite della Cassazione - nella sentenza n. 45/2000 citata da queste in commento (11 aprile 2014, n. 8539 e n. 8543; 7 maggio 2014, n. 9765) - avevano composto il contrasto giurisprudenziale insorto nel seno della prima sezione civile in ordine alla rilevanza dell’elemento psicologico previsto in tema di preclusione all’utilizzo amministrativo e giudiziale dei documenti non consegnati a richiesta dell’ufficio finanziario o di organi a esso ausiliari.
Infatti, l’articolo 52, comma 5, del Dpr n. 633 del 1972, dispone, nella versione anche attuale, che i libri, registri, scritture e documenti di cui è rifiutata l'esibizione non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa o contenziosa e che per rifiuto d'esibizione si intendono anche la dichiarazione di non possedere i libri, registri, documenti e scritture e la sottrazione di essi all’ispezione.

La Corte regolatrice del diritto con la sentenza, citata da questa in rassegna, 24 giugno 1995, n. 7161, aveva statuito che la suddetta preclusione opera “non solo nell'ipotesi di rifiuto (per definizione "doloso") dell'esibizione, ma anche nei casi in cui il contribuente dichiari, contrariamente al vero, di non possedere o sottragga all'ispezione i documenti in suo possesso, ancorché non al deliberato scopo di impedirne la verifica, ma per errore non scusabile, di diritto o di fatto (dimenticanza, disattenzione, carenze amministrative, ecc.) e, quindi, per colpa”.

La Cassazione, nella sua più alta composizione, arrestò tale pericoloso orientamento contrastante con la sua prevalente giurisprudenza espressa con le sentenze, citate da questa in rassegna, 3 agosto 1990, n. 7804; 17 gennaio 1995, n. 480; 9 maggio 1997, n. 4058, cui si aggiunga la decisione 10 agosto 1995, n. 8772.
Le Sezioni unite, difatti, statuirono che affinché la dichiarazione, resa dal contribuente nel corso di un accesso, di non possedere libri, registri, scritture e documenti (compresi quelli la cui tenuta e conservazione non sia obbligatoria), richiestigli in esibizione, determini la preclusione a che gli stessi possano essere presi in considerazione a suo favore ai fini dell'accertamento in sede amministrativa o contenziosa, “occorre: a) la sua non veridicità o, più in generale, il suo concretarsi - in quanto diretta ad impedire l'ispezione del documento - in un sostanziale rifiuto di esibizione, accertabile con qualunque mezzo di prova e anche attraverso presunzioni; b) la coscienza e la volontà della dichiarazione stessa; c) il dolo, costituito dalla volontà del contribuente di impedire che, nel corso dell'accesso, possa essere effettuata l'ispezione del documento”.
Da tale impostazione i Supremi giudici desunsero che non integrano i presupposti applicativi della cennata preclusione le dichiarazioni (il cui contenuto corrisponda al vero) dell'indisponibilità del documento, non solo se ciò sia ascrivibile a caso fortuito o forza maggiore, ma anche se imputabile a colpa, quale ad esempio la negligenza e imperizia nella custodia o nella sua conservazione.

La pronuncia in commento applica tali criteri ermeneutici nell’ottica del principio di collaborazione e di buona fede (intesa in senso oggettivo) espressamente enunciato dall’articolo 10 dello Statuto dei diritti del contribuente, approvato con la legge n. 212 del 2000, gravante su entrambe le parti, nel corso del procedimento amministrativo, ritenendo che, da un canto, l'ufficio finanziario è tenuto a formulare richiesta di consegna dei documenti “specifica ed adeguata al caso concreto” e, d’altro canto, che il privato deve avere un comportamento collaborativo e trasparente.
In tal modo, viene esplicitamente ripreso quanto da ultimo affermato nell’ordinanza del Supremo collegio n. 1344 del 2010, secondo la quale detta normativa “trova applicazione soltanto in presenza di una specifica richiesta o ricerca da parte dell'Amministrazione e di un rifiuto o di un occultamento da parte del contribuente, non essendo sufficiente che quest'ultimo non abbia esibito ai verbalizzanti i documenti successivamente prodotti in sede giudiziaria”.

La questione oggetto dell’intervento della Suprema corte concerne l’applicazione del decimo comma dell’articolo 52, per il quale, se il contribuente dichiara che le scritture contabili o alcune di esse si trovano presso altri soggetti, deve esibire un’attestazione dei soggetti stessi recante la specificazione delle scritture in loro possesso e che, se l’attestazione non è esibita e se il soggetto che l'ha rilasciata si oppone all'accesso o non esibisce in tutto o in parte le scritture, si applicano le disposizioni del quinto comma.
Nella controversia di merito era stato, difatti, evidenziato dalle Corti territoriali l’operatività della presunzione assoluta di non veridicità della dichiarazione della società contribuente che le schede contabili clienti e fornitori, in quanto scritture ausiliarie di cui all’articolo 14, lettera c), del Dpr n. 600 del 1973, si trovavano presso un terzo, in quanto tale dichiarazione mendace è equiparabile a un sostanziale rifiuto di esibizione da parte del soggetto sottoposto ad accessi, ispezioni e verifiche.

Invero, proprio tale ultima assimilazione non pare corretta, in quanto la citata lettera c), nell’individuare le scritture ausiliarie in quelle ove “devono essere registrati gli elementi patrimoniali e reddituali, raggruppati in categorie omogenee, in modo da consentire di desumerne chiaramente e distintamente i componenti positivi e negativi che concorrono alla determinazione del reddito”, non pare possa annoverare anche le schede clienti e fornitori, salvo a considerare tali soggetti - in un’ottica funzionalmente orientata nella prospettiva economica-finanziaria - quali assets, come oggi si preferisce dire, ossia beni patrimoniali.


Fonte: Agenzia Entrate

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Locazione e ravvedimento operoso.

In caso di ravvedimento operoso per la registrazione tardiva di oltre un anno di un contratto di locazione a uso abitativo, quale sanzione è dovuta?

La violazione per omissione della registrazione può essere regolarizzata mediante ravvedimento operoso, purché la violazione non sia stata constatata e comunque non siano iniziati accessi, ispezioni o verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore o i soggetti obbligati solidalmente abbiano avuto formale conoscenza. La violazione relativa all’omessa registrazione del contratto di locazione può essere regolarizzata entro 90 giorni con versamento dell’imposta, degli interessi legali (dall'1 gennaio 2014, all'1%) e della sanzione ridotta al 12% oppure entro un anno, con sanzione del 15%. Se il pagamento viene eseguito dopo un anno, la sanzione andrà pagata per intero, nella misura del 120% dell’imposta di registro dovuta (articolo 69 del Dpr 131/1986).


Fonte: Agenzia Entrate

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Debiti a rate.

Niente più obbligo di simulazione e colloqui valutativi agli sportelli di Equitalia: dal prossimo anno, i possibili piani di dilazione del debito saranno allegati alla cartella di pagamento. La soluzione rappresenta, da un lato, l'effetto gradimento dello strumento della rateizzazione che, nel solo mese di luglio, ha registrato 156mila richieste; dall'altro, la volontà della società di riscossione di migliorare il rapporto con i contribuenti.
Nello specifico, dal 2015, le cartelle notificate saranno accompagnate dai fattibili programmi di pagamento a rate, cioè tutti i piani concedibili sulla base dei parametri previsti dalla legge. In pratica, quelli che lo stesso contribuente può "costruire" e valutare sul sito o presso gli uffici di Equitalia.
Ricevendo contestualmente alla cartella tutte le chance per saldare il debito, il contribuente avrà a disposizione gli elementi per scegliere quella più adatta alle proprie esigenze. Naturalmente, non sarà obbligatorio optare per uno dei piani prospettati: chi vuole, potrà comunque chiudere i conti in un'unica soluzione.

Con il comunicato stampa del 18 agosto, Equitalia propone, inoltre, uno spaccato del consenso ottenuto dai pagamenti dilazionati: a oggi, quelli attivi sono 2,4 milioni, pari a 26,6 miliardi di euro. In sostanza, più della metà delle riscossioni avviene attraverso la rateizzazione.
Lo strumento piace a tutte le latitudini - ma è particolarmente gradito in Lombardia (oltre 384mila rateizzazioni attive), Lazio (circa 306mila) e Campania (più di 264mila) - ed è apprezzato soprattutto dalle persone fisiche (il 76,9% del totale).
Dal punto di vista della consistenza degli importi, si legge che il 70,8% delle dilazioni interessa i debiti minori, quelli fino a 5mila euro.

La società di riscossione nazionale, infine, ricorda che, oltre al piano ordinario di 72 rate (6 anni), i contribuenti in condizioni di grave e comprovata situazione di difficoltà, legata alla congiuntura economica ed estranea alla loro responsabilità, possono ottenere un piano straordinario, fino a 120 rate mensili (10 anni), ciascuna di importo non inferiore a 100 euro. In caso, poi, di mancata concessione della rateizzazione "lunga", è possibile richiedere quella ordinaria.

Ma ci sono anche formule intermedie, cioè, con un numero di rate superiore all'ordinario; e questo quando l'importo della singola rata è superiore al 20% del reddito mensile del nucleo familiare o della ditta individuale. Per le imprese, invece, la rata deve superare il 10% del valore della produzione mensile e deve essere garantito un indice di liquidità adeguato (compreso tra 0,5 e 1).

Per debiti fino a 50mila euro, si può avere la rateazione ordinaria semplicemente con una domanda, senza dover allegare alcuna documentazione: basta compilare il modulo disponibile sul sito di Equitalia e consegnarlo a mano o spedirlo tramite raccomandata a/r.
Per importi oltre 50mila euro, è necessario documentare lo stato di difficoltà economica.

I piani di rateizzazione, sia ordinari sia straordinari, possono anche essere prorogati, ma una sola volta.

Se i pagamenti sono regolari, il contribuente non è più considerato inadempiente. Pertanto, può richiedere il Durc (documento unico di regolarità contributiva) e il certificato di regolarità fiscale per lavorare con le Pubbliche amministrazioni, mentre Equitalia non può iscrivere fermi o ipoteche né applicare misure cautelari o esecutive.

Si decade dal beneficio della rateizzazione in caso di mancato versamento di otto rate, anche non consecutive.


Fonte: Agenzia Entrate

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Tassata con la proporzionale del 3% la condanna di restituzione somme.

La questione oggetto della sentenza n. 8545/2014 concerne la tassazione dell'importo indicato in una sentenza di condanna stabilita dal Tribunale a favore di alcuni soggetti che avevano dispiegato domanda riconvenzionale per vedersi riconoscere la restituzione delle somme depositate presso la società alienante alcuni immobili gravati da mutui ipotecari.
Tali somme erano state consegnate alla società venditrice al fine di provvedere all'adempimento delle obbligazioni assunte per l'estinzione del mutuo e alla cancellazione delle formalità ipotecarie, avendo gli acquirenti già corrisposto nel prezzo di acquisto di alcuni immobili anche gli oneri derivanti dal mutuo, e i giudici civili di primo grado avevano riconosciuto siffatto inadempimento e, probabilmente, l'avvenuto pagamento da parte degli acquirenti delle somme dovute per estinguere il mutuo ipotecario.

L'ufficio finanziario applicò alla statuizione giudiziale di restituzione delle somme depositate presso la società inadempiente la lettera b), del primo comma dell'articolo 8, della prima parte della Tariffa allegata al Dpr n. 131 del 1986, la quale assoggetta all'imposta proporzionale di registro gli atti dell'Autorità giudiziaria ordinaria e speciale in materia di controversie civili che definiscono, anche parzialmente, il giudizio nella misura del 3% "recanti condanna al pagamento di somme o valori, ad altre prestazioni o alla consegna di beni di qualsiasi natura".

I soggetti creditori furono chiamati al pagamento della cennata imposta proporzionale, ma opposero ricorso innanzi alla Commissione tributaria provinciale, la quale, pur rigettandolo, nella motivazione aveva evidenziato come fosse "indubitabile che la sentenza (del Tribunale, n.d.r.) contiene l'accertamento di diritti a contenuto patrimoniale a favore del ricorrente e a titolo risarcitorio a carico della società … per cui l'imposta di registro applicabile è quella prevista dalla lett.c)" della citata Tariffa.
In tale lettera c) è contenuta la disposizione di assoggettamento all'imposta di registro nella misura proporzionale dell'1% nei confronti delle sentenze civili che contengano l'accertamento di diritti a contenuto patrimoniale, ma la sentenza della Commissione regionale ha ritenuto che la pronuncia del giudice civile portava condanna al pagamento di somme di danaro a titolo risarcitorio, con conseguente applicazione della tassazione proporzionale fissata, dalla lettera b), nella misura del 3% e non dell'1% di cui alla successiva lettera c).

La pronuncia in commento conferma tale interpretazione, affermando che il fatto che la pronuncia di condanna fosse stata adottata "in restituzione di somme depositate presso la società, perché curasse adempimenti ai quali poi essa è rimasta inadempiente, non incide, infatti sul presupposto dell'assoggettamento della sentenza del Tribunale" all'imposta proporzionale del 3% ai sensi della lettera b), in quanto pronuncia contenente "per quanto qui interessa" condanna al pagamento di somme.
In buona sostanza, viene escluso alcun rilievo alla circostanza che la somma di denaro stabilita in sentenza non determinasse alcun aumento del patrimonio della stessa, ma era stata attribuita alla stessa in restituzione, "in attuazione quindi di un semplice riequilibrio della situazione patrimoniale compromessa dall'inerzia della controparte nell'adempimento delle obbligazioni contrattualmente assunte".

Nello stesso senso, anche sentenza della Corte di legittimità 11 ottobre 2013, n. 23128, per la quale l'articolo 8, comma 1, della prima parte della Tariffa allegata al Dpr n. 131 del 1986, lettera b), assoggetta a imposta proporzionale i provvedimenti dell'autorità giudiziaria recanti condanna al pagamento di somme o valori e quindi comportanti un trasferimento di ricchezza, mentre la lettera e) del medesimo articolo, invece, norma speciale e di stretta interpretazione, determina l'imposta in misura fissa in relazione ai provvedimenti che dichiarano la nullità o pronunciano l'annullamento o la risoluzione di un atto ancorché portanti condanna alla restituzione di denaro o beni.
Da ciò è stato desunto l'effetto che, poiché la sentenza civile accertativa della consegna di somme a fronte di assegni postdatati, si presenta compatibile con la ben diversa causa del mutuo, si deve escludere un mero provvedimento di tipo restitutorio.


Fonte: Agenzia Entrate

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Professionista: deducibilità spese per libri e riviste.

Un avvocato acquista dei codici con pagamento rateale: può dedurre il costo nell'esercizio a cui si riferisce l'acquisto o deve applicare il principio di cassa? La spesa come va documentata?

La spesa per l’acquisto di libri, riviste e sussidi per l’aggiornamento professionale è ammessa in deduzione nel periodo di imposta in cui è stata sostenuta, qualora sia inerente l’esercizio dell’arte o professione, nel rispetto del principio di cassa (risoluzione ministeriale n. 8/490 del 15 marzo 1980). Per il professionista, infatti, non rileva il principio di competenza. Pertanto, così come concorrono alla formazione del reddito tutti i compensi percepiti nel periodo d'imposta, analogamente sono deducibili dal reddito professionale tutte le spese effettivamente pagate nello stesso anno (articolo 54 del Tuir). Tali spese dovranno essere opportunamente documentate, tramite un qualsiasi documento fiscalmente valido (fattura, ricevuta fiscale, scontrino fiscale integrato).


Fonte: Agenzia Entrate

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L’avvio dell’iter concordatario non blocca il sequestro preventivo.

A seguito di plurime violazioni dell’articolo 10-bis del Dlgs 74/2000, è legittimo il sequestro preventivo nei confronti dell’unico socio di una società per azioni ammessa al concordato preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente dei beni mobili e immobili nella sua disponibilità.
Lo ha affermato la Corte di cassazione, con la sentenza 34110/2014.

Il fatto
Nel novembre 2013, il Gip del tribunale di La Spezia ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente dei beni del signor X per il valore di 795.322 euro, in relazione a plurime violazioni dell’articolo 10-bis del Dlgs 74/2000. In qualità di sostituto d’imposta, infatti, il legale rappresentante di una società per azioni aveva omesso di versare, entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto (il 30 settembre), le ritenute risultanti dalle certificazioni rilasciate ai lavoratori dipendenti, per importi superiori a 50mila euro per ciascuno degli anni di imposta 2010 e 2011.

Con ordinanza, il tribunale del riesame ha erroneamente disposto il dissequestro, rilevando che i beni personali del ricorrente erano stati già messi a disposizione della procedura per tutelare le ragioni dei creditori, compreso l’erario, in relazione al debito di imposta oggetto del procedimento. In ogni caso, essi non potevano ritenersi confiscabili, se non con violazione del principio della par condicio creditorum. Né sussisteva il periculum in mora.

Il pubblico ministero ha impugnato il provvedimento per cassazione, denunziando la violazione dell’articolo 1, comma 143, legge 244/2007, e degli articoli 322-ter del codice penale e 321, comma 2, del codice di procedura penale.
In particolare, dopo avere sottolineato la natura sanzionatoria della confisca per equivalente, il ricorrente, contrariamente a quanto ritenuto dal tribunale, ha sostenuto che:

l’ammissione alla procedura di concordato preventivo non aveva alcuna rilevanza ai fini della confisca
appariva improprio il richiamo al principio della par condicio creditorum, trattandosi di istituti che operano su piani del tutto diversi (sul piano sanzionatorio, la confisca; su quello di tutela dei creditori, il concordato)
l’assoggettabilità a confisca dei beni personali rendeva attuale anche il periculum in mora.

La Corte ha annullato il provvedimento impugnato e ha affermato che il sequestro risulta correttamente disposto “ex art. 1, c. 143, l. n. 244/07, in base al quale ‘nei casi di cui al D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, artt. 2, 3, 4, 5, 8, 10-bis, 10-ter, 10-quater e 11, si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui all'art. 322-ter c.p.’ ”.

Osservazioni
La Cassazione è stata chiamata a verificare se l’omologazione del concordato preventivo debba essere ritenuta ostativa al sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente. I giudici di piazza Cavour, rispondendo negativamente al quesito, hanno richiamato il proprio orientamento consolidato sul punto, secondo il quale, in tema di reati tributari, la presentazione di una proposta di concordato preventivo e la sua omologazione da parte del tribunale non fa venir meno la responsabilità dell’amministratore della società che non ha versato quanto dovuto all’erario. Proprio sulla base di tale responsabilità, è legittimo il provvedimento di sequestro dei beni mobili e immobili nella disponibilità dell’unico socio dell’ente, ammesso al concordato preventivo (Cassazione, sentenze 39101/2013 e 13996/2012) appena tre giorni dopo l’emissione del citato provvedimento.

La presentazione di una proposta concordataria, la sua approvazione e omologazione non elidono la responsabilità penale del socio unico che non ha versato quanto dovuto.
Ciò in quanto il concordato preventivo, domandato dalla società rappresentata, non ha nessun effetto ostativo rispetto alla misura cautelare reale sia in relazione allo “spossessamento attenuato”, sia in materia di controllo sull’accordo tra creditori e richiedente il concordato. La società debitrice ammessa alla procedura, infatti, subisce uno “spossessamento attenuato”, in quanto, oltre alla proprietà, conserva anche l’amministrazione e la disponibilità dei propri beni, salve le limitazioni connesse alla natura stessa della procedura, la quale impone che ogni atto sia comunque funzionale all’esecuzione del concordato (Cassazione, sentenze 13996/2012 e 4728/2008).
Del resto, il concordato preventivo è suscettibile di risoluzione per inadempimento e può anche essere successivamente revocato, con travolgimento di qualsiasi ipotesi di accordo iniziale con i creditori (ad esempio, nel caso di accertamento della dissimulazione di parte dell’attivo, di omessa denuncia dolosa di uno o più crediti o di esposizione di passività inesistenti). Senza poter opporre, a garanzia dell’adempimento, l’intervenuta omologazione da parte del tribunale e, quindi, nella fattispecie al vaglio della Corte, con evidente pregiudizio a danno dell’erario.

I giudici di legittimità, inoltre, hanno chiarito che “nel perimetro di controllo (di legittimità anche sostanziale) demandato al Tribunale non rientra il potere-dovere di accertare la fattibilità dell’accordo intervenuto tra il debitore proponente ed i creditori” (Cassazione, sentenze 18987/2011 e 13996/2012), in quanto essi, se informati, sin dall’inizio e durante le fasi successive, in modo veritiero e trasparente sulla situazione aziendale e sulle ragioni di sostegno del piano concordatario, ben possono accordare a quest’ultimo preferenza, rispetto alla liquidazione concorsuale.
Il concordato, infatti, è la procedura attraverso la quale l’imprenditore ricerca un accordo con i suoi creditori per non essere dichiarato fallito e per superare la crisi o lo stato di insolvenza in cui versa l’impresa.

Chiarito che non sussiste alcuna interazione tra la sentenza di omologazione del concordato e il sequestro preventivo disposto sui beni del socio unico, il giudice del rinvio dovrà procedere a nuovo esame, tenendo conto dei principi di diritto enunciati.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cedolare secca e risoluzione anticipata.

Ho versato per errore l'imposta di registro di 67 euro per la risoluzione di un contratto di locazione in cedolare secca. Posso chiederne il rimborso?

Se alla data della risoluzione anticipata del contratto di locazione è in corso un'annualità per la quale è stata esercitata l'opzione per il regime della cedolare secca, non è dovuta imposta di registro. Infatti, la cedolare secca sostituisce, oltre all'Irpef e relative addizionali, anche le imposte di registro e di bollo dovute in relazione al contratto di locazione. La risoluzione va comunicata, entro 30 giorni, tramite modello RLI. In caso di versamento di imposte non dovute, si può presentare entro 36 mesi, a pena di decadenza, istanza di rimborso, in carta semplice, all’Agenzia delle Entrate, indicando i motivi in base ai quali si ritiene di averne diritto e allegando la distinta del versamento eseguito.


Fonte: Agenzia Entrate

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L'Aiuto alla crescita economica nella dichiarazione delle società.

Il decreto ministeriale 14 marzo 2012 ha avuto il compito di rendere la disciplina fruibile anche - in modo più omogeneo possibile e compatibilmente con la realtà contabile aziendale propria - per le persone fisiche, imprenditori, e le società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria. Questi soggetti però, assumono, in luogo della variazione in aumento del capitale proprio, il patrimonio netto risultante dal bilancio al termine di ciascun esercizio.
Infatti, come evidenziato dai prospetti che seguono del quadro RS del modello Unico Sp 2014 (rigo RS37) e del modello Unico Pf 2014 (rigo RS45), punto di partenza per il calcolo della base Ace rilevante (colonna 1) è il patrimonio netto 2013.
Una precisazione per questi ultimi soggetti si trova nella relazione al decreto ministeriale, il quale specifica che tutto il patrimonio netto contabile costituirà la base, non assumendo alcun rilievo che si tratti di capitale di vecchia formazione (vale a dire, risultante dall'esercizio 2010) ovvero di nuova formazione, anche derivante da apporti in natura. Inoltre, si sottolinea nella relazione che il riferimento al patrimonio netto include anche l'utile dell'esercizio.

L'articolo 10 del decreto ministeriale ha previsto, inoltre, specifiche "disposizioni antielusive" tese a evitare, soprattutto nell'ambito dei gruppi societari, effetti moltiplicativi del beneficio. Il disegnato "meccanismo di neutralizzazione" della base di calcolo dell'Ace non consente che, a fronte di un'unica immissione di capitale, si creino variazioni in aumento del capitale proprio in più soggetti appartenenti allo stesso gruppo.
La variazione in aumento del capitale proprio è ridotta di un importo pari ai conferimenti in denaro effettuati, successivamente alla chiusura dell'esercizio in corso al 31 dicembre 2010, a favore di soggetti controllati, o sottoposti al controllo del medesimo controllante, ovvero divenuti tali a seguito del conferimento (articolo 10, comma 2).
La riduzione prescinde dalla persistenza del rapporto di controllo alla data di chiusura dell'esercizio.
La variazione in aumento che residua, inoltre, non ha effetto fino a concorrenza (comma 3):
dei corrispettivi per l'acquisizione o l'incremento di partecipazioni in società controllate già appartenenti ai soggetti controllati/controllanti
dei corrispettivi per l'acquisizione di aziende o di rami di aziende già appartenenti ai soggetti controllati/controllanti
dei conferimenti in denaro provenienti da soggetti non residenti, se controllati da soggetti residenti (la riduzione prescinde dalla persistenza del rapporto di controllo alla data di chiusura dell'esercizio)
dei conferimenti in denaro provenienti da soggetti domiciliati in Stati o territori diversi da quelli individuati nella lista di cui al decreto ministeriale emanato ai sensi dell'articolo 168-bis del Tuir
dell'incremento, rispetto a quelli risultanti dal bilancio relativo all'esercizio in corso al 31 dicembre 2010, dei crediti di finanziamento nei confronti dei soggetti controllati/controllanti.
Il contribuente, comunque, può chiedere la disapplicazione delle predette disposizioni mediante istanza presentata ai sensi dell'articolo 37-bis, comma 8, del Dpr 600/1973, qualora ritenga che tale proliferazione del beneficio non si verifichi.
In ciascun esercizio la variazione in aumento non può comunque eccedere il patrimonio netto risultante dal relativo bilancio, a esclusione delle riserve per acquisto di azioni proprie (articolo 11).

Per le imprese Ias adopter, il mero acquisto delle azioni proprie determina una riduzione del patrimonio netto contabile; ciò non accade per le imprese non Ias adopter che si limitano a costituire la riserva ex articolo 2357 cc.
Ovviamente, laddove i soggetti Ias, in caso di acquisti di azioni proprie, provvedano contabilmente non solo a ridurre il patrimonio ma anche a vincolare una riserva indisponibile, il patrimonio netto che costituisce il limite insuperabile per l'agevolazione va decurtato una sola volta.

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In GU la competitività fatta legge: il pacchetto per il settore agricolo.

È in vigore la legge n. 116/2014, di conversione del "decreto competitività" n. 91, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale di ieri. Confermate, con qualche modifica, le disposizioni fiscali di sostegno al settore agricolo: i crediti d'imposta per incentivare il commercio elettronico e lo sviluppo di nuovi prodotti; le agevolazioni contributive per le assunzioni di lavoratori fino ai 35 anni; l'estensione delle deduzioni Irap per i contratti a tempo determinato; la detrazione del 19% dei canoni pagati dai giovani agricoltori che prendono in affitto terreni.

Non solo imprese agricole: crediti d'imposta anche per pesca e acquacoltura
Il percorso parlamentare del Dl 91 ha confermato i crediti d'imposta previsti per lo sviluppo del commercio elettronico e di nuovi prodotti a favore delle imprese agricole. I bonus spettano per il triennio 2014-2016 e sono pari - comunque in misura non superiore, il primo a 50mila euro, il secondo a 400mila euro - al 40% delle spese per nuovi investimenti finalizzati, rispettivamente, alla realizzazione e all'ampliamento di infrastrutture informatiche per il potenziamento del commercio elettronico di prodotti agroalimentari, e allo sviluppo di nuovi prodotti, pratiche, processi e tecnologie, nonché a incentivare la cooperazione di filiera, ossia la creazione di nuove reti di imprese o lo svolgimento di nuove attività da parte di reti già esistenti.
Nel passaggio al Senato, l'agevolazione è stata estesa alle imprese che operano nel settore della pesca e dell'acquacoltura. Inoltre, è stato innalzato il limite dello stanziamento per l'anno 2015 (due milioni di euro anziché uno per il commercio elettronico, dodici milioni invece che nove per lo sviluppo dei nuovi prodotti).
I crediti, da utilizzare esclusivamente in compensazione, andranno evidenziati nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d'imposta per i quali saranno concessi. Inoltre, non concorrono alla formazione del reddito e al valore della produzione Irap, né rilevano ai fini del rapporto tra l'ammontare dei ricavi e gli altri proventi, rilevante ai fini del calcolo della deducibilità (articoli 61 e 109, comma 5, del Tuir).
Con appositi decreti ministeriali saranno definiti termini, condizioni e modalità applicative dei due incentivi.

Lievi modifiche agli incentivi per l'assunzione di giovani e riduzione del costo del lavoro
Semaforo verde anche per le disposizioni che introducono agevolazioni a favore dei datori di lavoro imprenditori agricoli che, nel periodo compreso tra l'1 luglio 2014 e il 30 giugno 2015, assumono, con contratto a tempo indeterminato ovvero determinato ma con durata almeno triennale, redatto in forma scritta e che garantisca non meno di 102 giornate lavorative all'anno, giovani tra i 18 e i 35 anni, privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi o senza un diploma di istruzione secondaria di secondo grado.
Perché diano diritto all'incentivo, le assunzioni devono comportare un incremento occupazionale netto calcolato sulla base della differenza tra il numero di giornate lavorate nei singoli anni successivi all'assunzione e il numero di giornate lavorate nell'anno precedente l'assunzione; a tal fine, i lavoratori in part time sono conteggiati sulla base del rapporto tra le ore pattuite e l'orario normale dei lavoratori a tempo pieno.
L'incentivo è pari a un terzo della retribuzione lorda, per un periodo massimo di diciotto mesi, ed è riconosciuto - esclusivamente mediante compensazione con i contributi previdenziali dovuti - secondo le seguenti modalità:
per i contratti a tempo determinato, il beneficio è pari a sei mensilità a decorrere dal completamento del primo anno di assunzione, sei a decorrere dal completamento del secondo anno, sei dal completamento del terzo
per i contratti non a termine, l'intero beneficio di diciotto mensilità spetta a decorrere dal completamento del diciottesimo mese dal momento dell'assunzione (la versione originaria del decreto prevedeva dal completamento del primo anno di assunzione).
In ogni caso - e questa è un'altra novità emersa durante l'iter parlamentare - l'incentivo annuale per ciascun lavoratore assunto non potrà superare i 5mila euro ovvero, in caso di assunzione a tempo determinato, i 3mila euro.
Dovrà essere l'INPS a disciplinare, con propria circolare, le modalità attuative della norma e ad attivare le necessarie procedure informatiche, rendendo nota la data a partire dalla quale gli interessati potranno presentare la relativa domanda.

Da quest'anno, infine, le deduzioni Irap riconosciute per i lavoratori a tempo indeterminato (articolo 11, comma 1, lettera a, numeri 2, 3 e 4, Dlgs 446/1997) spettano anche, nella misura del 50%, nel caso di lavoratori a tempo determinato, impiegati per almeno 150 giornate all'anno e con contratto minimo triennale. Il beneficio riguarda i produttori agricoli soggetti a Irap (cioè i titolari di reddito agrario, esclusi quelli con volume d'affari non superiore a 7mila euro, che si avvalgono del regime speciale Iva di cui all'articolo 34 del Dpr 633/1972, sempre che non vi abbiano rinunciato) e, secondo la modifica apportata dal Senato, le società agricole.

Detrazione Irpef per i giovani che affittano terreni, ma non quelli dei genitori
Due modifiche anche in relazione all'agevolazione introdotta - a partire dal 2014 - a favore dei coltivatori diretti e degli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola, di età inferiore ai 35 anni, che prendono in affitto terreni agricoli: il fondo non deve essere di proprietà dei genitori e il contratto di affitto va redatto in forma scritta.
Il beneficio consiste in una detrazione Irpef del 19% dei canoni pagati, nel limite di 80 euro per ciascun ettaro preso in affitto e fino a un massimo di 1.200 euro all'anno.

Ulteriori disposizioni di fiscalità agricola
Confermate, senza variazioni, le misure che riguardano la cancellazione delle agevolazioni per mancata coltivazione del terreno per un'intera annata (di fatto, viene abrogato l'articolo 31, comma 1, del Tuir, in base al quale, se un fondo rustico, costituito per almeno due terzi da terreni qualificati come coltivabili a prodotti annuali, non fosse stato coltivato, neppure in parte, per un'intera annata agraria e per cause non dipendenti dalla tecnica agraria, il reddito dominicale era ridotto al 30%) e l'entità della rivalutazione dei redditi dominicali e agrari.
A tale ultimo proposito, viene stabilito che, ai fini della determinazione delle imposte sui redditi, la rivalutazione (ulteriore a quella "storica", rispettivamente, dell'80 e del 70%) dovrà essere operata nella misura del 30% nel 2015 e del 7% a decorrere dal 2016 (la legge di stabilità per il 2013 aveva invece fissato una misura unica, il 15%, e per il solo triennio 2013-2015). Infine, per i terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti e Iap iscritti nella previdenza agricola, la rivalutazione, confermata al 5% per gli anni 2013 e 2014, è stata portata al 10% per il 2015.


Fonte: Agenzia Entrate

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Investimenti in beni strumentali.

Confermato dalla legge di conversione, senza significative modifiche rispetto al testo originario del "decreto competitività", il nuovo incentivo destinato ai soggetti titolari di reddito d'impresa che effettuano investimenti in beni strumentali, compresi nella divisione 28 (macchinari e apparecchiature nca) della tabella Ateco 2007 (articolo 18 del Dl n. 91/2014).
Sono agevolati gli investimenti di importo unitario non inferiore a 10mila euro, effettuati tra il 25 giugno di quest'anno (data di entrata in vigore del "decreto competitività") e il 30 giugno 2015, relativi a beni nuovi (pertanto, sono esclusi quelli usati), utilizzati in strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato.

Il beneficio consiste in un credito d'imposta pari al 15% delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti in beni strumentali realizzati nei cinque periodi di imposta precedenti, con la possibilità di escludere dal calcolo della media l'anno in cui l'investimento è stato maggiore.
Per le imprese che hanno iniziato l'attività da meno di cinque anni, concorrono alla media tutti gli investimenti realizzati nei precedenti periodi d'imposta, con uguale facoltà di escludere il valore più alto.
Invece, per i soggetti costituitisi dopo l'entrata in vigore del decreto, danno diritto al bonus tutti gli investimenti fatti in ciascuno dei periodi d'imposta agevolabili.

Il credito d'imposta, la cui fruizione è subordinata alla regolarità degli adempimenti in materia di rischio di incidenti sul lavoro per le attività industriali, va utilizzato esclusivamente in compensazione tramite F24 e indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d'imposta in cui è stato riconosciuto e in quelle relative alle annualità in cui è sfruttato.
L'importo spettante deve essere ripartito in tre quote annuali di pari importo, la prima delle quali è utilizzabile dall'1 gennaio del secondo periodo d'imposta successivo a quello in cui è stato effettuato l'investimento (quindi, per gli investimenti realizzati nel 2014, il bonus sarà spendibile dall'1 gennaio 2016; per gli investimenti del 2015, invece, dal 2017).
Il bonus, inoltre, non concorre alla formazione del reddito né della base imponibile Irap e non rileva ai fini della determinazione della percentuale di deducibilità degli interessi passivi (articolo 61 del Tuir) né rispetto ai criteri di inerenza per la deducibilità delle spese (articolo 109, comma 5).

La norma stabilisce anche le ipotesi in cui il beneficio è revocato: in caso di cessione dei beni agevolati o di destinazione degli stessi a finalità estranee all'esercizio dell'impresa prima del secondo periodo d'imposta successivo a quello dell'acquisto oppure in caso di loro trasferimento in strutture produttive fuori dell'Italia entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi. Al verificarsi di tali circostanze, il bonus indebitamente fruito andrà riversato entro il termine per il saldo dell'imposta sui redditi dovuta per l'anno in cui si è verificata la causa di revoca.


Fonte: Agenzia Entrate

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Limiti alla detrazione per locazione universitari.

Ho due figlie universitarie fuori sede che dimorano nella stessa casa con due contratti di locazione distinti, per un importo ciascuno di 3mila euro. Posso detrarre il fitto per entrambe?

I canoni di locazione pagati rilevano fino a concorrenza di un importo massimo di 2.633 euro (articolo 15, comma 1, lettera i-sexies, del Tuir). Tale importo costituisce il limite complessivo di spesa di cui può usufruire ciascun contribuente, anche nell’ipotesi del genitore che sostenga la spesa per più contratti con riferimento a più figli fiscalmente a carico (circolare 34/E del 2008). Si precisa che, qualora i due figli, ciascuno titolare di un distinto contratto di locazione, siano a carico di entrambi i genitori, ognuno di questi ultimi potrà invece beneficiare della detrazione del 19% sull’importo massimo di 2.633 euro (circolare 20/E del 2011).


Fonte: Agenzia Entrate

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Notifica “diretta” o tramite messo.

La disciplina della notificazione degli atti del processo dinanzi alle Commissioni tributarie soggiace a una compiuta regolamentazione, rinvenibile negli articoli 16 (quanto alle modalità) e 17 (contenente alcune regole particolari in relazione al luogo in cui effettuare la notifica) del Dlgs 546/1992.
Delle varie modalità possibili, in questa sede viene esaminata – evidenziando gli adempimenti processuali collegati – la notificazione eseguita a mezzo del servizio postale, rispettivamente in via “diretta” (articolo 16, comma 3) oppure “a mezzo... di messo autorizzato dall’amministrazione finanziaria…” (comma 4).

La notificazione in via “diretta” a mezzo del servizio postale
In base al comma 3 dell’articolo 16 del Dlgs 546/1992, sia le parti private che l’ufficio possono eseguire le notificazioni “anche direttamente (cosiddetta notificazione “diretta”, cioè senza intermediazione dell’ufficiale giudiziario o di altro agente notificatore, ndr) a mezzo del servizio postale mediante spedizione dell’atto in plico senza busta raccomandato con avviso di ricevimento, sul quale non sono apposti segni o indicazioni dai quali possa desumersi il contenuto dell’atto…”.
La notificazione postale “diretta”, in base all’articolo 38, comma 2, Dlgs 546/1992, può essere utilizzata anche notificare le sentenze delle Commissioni tributarie provinciali e regionali.
Di contro, stante il disposto del successivo articolo 62, comma 2 (per il quale “Al ricorso per cassazione ed al relativo procedimento si applicano le regole dettate dal codice di procedura civile in quanto compatibili con quelle del presente decreto”), detta modalità non è ammessa nel giudizio di legittimità, in quanto non prevista dal codice di procedura civile.
La disciplina della notificazione “diretta” via posta è quella delle corrispondenze raccomandate “ordinarie” di cui al Dpr 655/1982. Di conseguenza, non si applicano le formalità previste per le notificazioni a mezzo del servizio postale eseguite dall’ufficiale giudiziario o da altro agente notificatore ai sensi dell’articolo 149 cpc e della legge 890/1982 (Cassazione, sentenze 17598/2010, 7370/2011, 6906/2014 e 12498/2014).

Notificazione “diretta” a mezzo servizio postale, in busta chiusa in luogo del plico
Come anticipato, in base all’articolo 16, comma 3, del Dlgs 546/1992, la notificazione eseguita “direttamente” tramite il servizio postale si effettua “mediante spedizione dell’atto in plico senza busta raccomandato con avviso di ricevimento…”.
Con riguardo all’inciso sottolineato, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che:
il vizio della notificazione postale con busta chiusa, anziché del plico, “costituisce una mera irregolarità se… il contenuto della busta e la riferibilità alla parte non siano contestati …” (Cassazione, sentenze 8172/2011, 19519/2011, 30747/201, 966/2013, 9576/2013, 18252/2013 e 23117/2013); in questa ipotesi, ha precisato la Corte suprema, per la valutazione della tempestività dell’invio postale, fa fede la data di spedizione (Cassazione, sentenze 3146/2011, 8172/2011, 30747/2011 e 9576/2013)
laddove, invece, la controparte costituita contesti il contenuto della busta e la riferibilità dell’invio al notificante, è “onere del ricorrente o dell’appellante dare la prova dell’infondatezza della contestazione formulata” (stessa giurisprudenza richiamata nel punto precedente)
l’impiego della busta anziché del plico, laddove l’atto venga ricevuto dal destinatario, che tuttavia non si sia costituito in giudizio, rende nulla la notificazione e il giudice adito deve ordinarne la rinnovazione ai sensi dell’articolo 291 cpc; l’eventuale sentenza emessa senza che sia stato disposto il rinnovo della notifica è affetta da nullità (Cassazione, sentenze 8846/2010, secondo cui, in questo caso, il vizio di nullità scaturisce dalla violazione di un requisito essenziale di forma).
Notificazione del ricorso o dell’appello principale in via “diretta” a mezzo del servizio postale
Laddove il ricorso o l’appello principale siano stati notificati in via “diretta” a mezzo del servizio postale, devono essere tra l’altro garantiti alcuni specifici adempimenti procedurali, la cui omissione o intempestività è sanzionata con l’inammissibilità dell’atto. Eccoli nel dettaglio.

Deposito di fotocopia della ricevuta di spedizione postale
In base agli articoli 22 (per il ricorso) e 53 (che rende applicabile all’appello la disciplina dell’articolo 22) del Dlgs 546/1992, gli atti introduttivi del giudizio tributario di primo e secondo grado devono essere depositati presso la segreteria della Commissione tributaria adita, entro trenta giorni dalla loro proposizione.
In particolare, il comma 1 dell’articolo 22 stabilisce, tra l’altro, che il ricorrente, entro il precisato termine, a pena d’inammissibilità, deposita la “fotocopia della ricevuta… della spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale”.
Al riguardo, la Corte di legittimità ha sottolineato che il mancato deposito, nel termine per la costituzione in giudizio, della ricevuta “è sanzionata - al pari dell’omesso deposito della copia del ricorso - con l’inammissibilità dell’impugnazione, rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo, e non sanabile neppure per effetto della costituzione del resistente (conf. Cass. 24182/06, 1025/08)” (Cassazione, sentenze 7373/2011, 8664/2011 e 10312/2011), né attraverso la tardiva produzione del documento mancante (Cassazione, sentenza 20787/2013).
Sul punto, è stato altresì chiarito che, poiché la data di spedizione del plico, indispensabile per il controllo della tempestività della notifica, “è normalmente riportata anche nell’avviso di ricevimento…, la presenza o meno in atti della ricevuta di spedizione postale del ricorso è processualmente ininfluente ove sia comunque prodotto tempestivamente (vale a dire, entro il termine per la costituzione in giudizio, ndr) l’avviso di ricevimento del plico” (Cassazione, sentenze 23593/2012 e 7645/2014).
Nonostante quanto precisato dalla giurisprudenza da ultimo richiamata, prudenzialmente, in caso di notificazione del ricorso o dell’appello principale in via “diretta” a mezzo del servizio postale, si deve provvedere, entro il termine per la costituzione in giudizio, al deposito nella segreteria della Commissione tributaria adita della fotocopia della ricevuta di spedizione dell’impugnazione oltre che degli altri documenti allegati all’atto di impugnazione.

Deposito dell’avviso di ricevimento della raccomandata
Al fine di dimostrare l’effettiva ricezione da parte del destinatario non costituito in giudizio del ricorso/appello spedito a mezzo del servizio postale e, quindi, la corretta instaurazione del contraddittorio, il ricorrente/appellante è tenuto a depositare presso la segreteria della Commissione tributaria copia dell’avviso di ricevimento della raccomandata utilizzata per l’invio dell’atto.
Al riguardo, con orientamento consolidato, la Cassazione ha chiarito che “nel processo tributario, allorché l’atto di appello (ma il medesimo principio vale anche con riguardo al ricorso, ndr) sia notificato a mezzo del servizio postale… e l’appellato non si sia costituito, l’appellante ha l’onere - a pena di inammissibilità del gravame - di produrre in giudizio, prima della discussione, l’avviso di ricevimento attestante l’avvenuta notifica, od in alternativa di chiedere di essere rimesso in termini… per produrre il suddetto avviso e di essersi attivato per tempo nel richiedere un duplicato all’amministrazione postale, previa dimostrazione di averlo incolpevolmente perduto” (Cassazione, sentenze 23188/2012, 12284/2013 e 16906/2013).
Il termine ultimo entro il quale deve essere effettuato il deposito in questione è stato fissato dalla giurisprudenza di legittimità nei venti giorni liberi prima della data di trattazione, previsti dal comma 1 dell’articolo 32 del Dlgs 546/1992 per il deposito dei documenti (Cassazione, sentenze 3006/2008, 3343/2011 e 4340/2011).

Deposito di copia dell’appello presso la segreteria del giudice a quo
Con specifico riguardo alla ritualità dell’atto di appello, occorre altresì tener conto di quanto stabilito dall’articolo 53, comma 2, secondo periodo, del Dlgs 546/1992, ai sensi del quale: “Ove il ricorso non sia stato notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, l’appellante deve, a pena di inammissibilità, depositare copia dell’appello presso l’ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata”.
Il deposito di copia dell’appello presso la Ctp a quo deve essere effettuato entro il termine – di trenta giorni dalla proposizione del ricorso/appello – stabilito per la costituzione in giudizio del ricorrente/appellante, secondo quanto chiarito con orientamento consolidato dalla Corte costituzionale (sentenze 321/2009, 43/2010, 17/2011 e 141/2011) e dalla Cassazione (tra le più recenti, 8963/2013, 202532013, 4817/2014, 4818/2014, 4819 /2014 e 12861/2014).
Per garantire la corretta esecuzione dell’onere in parola e per evitare possibili contestazioni di controparte o rilievi d’ufficio da parte del giudice, è altresì necessario: allegare alla copia dell’appello depositato presso la segreteria della Ctp che ha emesso la sentenza impugnata la fotocopia della ricevuta della spedizione del medesimo atto per raccomandata a mezzo del servizio postale; depositare, in sede di costituzione in giudizio presso la Ctr, oltre ai documenti di rito, anche la copia della ricevuta in cui la segreteria del giudice di prime cure attesta l’avvenuto deposito presso di essa della copia dell’atto di appello.

Notificazione a mezzo del servizio postale tramite messo comunale o messo “autorizzato”
In base a quanto previsto dall’articolo 16, comma 4, del Dlgs 546/1992, l’ufficio (non le parti private, quindi) provvede alle notificazioni degli atti del processo tributario anche “a mezzo del messo comunale o di messo autorizzato dall’amministrazione finanziaria (di seguito, per brevità, messo “autorizzato”) con l’osservanza delle disposizioni di cui al comma 2”, vale a dire secondo le norme in tema di notificazioni dettate dal codice di rito civile.
Ai messi, dunque, è consentito procedere alle notificazioni anche avvalendosi del servizio postale.
In questa ipotesi, non trattandosi di notificazione eseguita “direttamente”, occorre fare riferimento alla disciplina dell’articolo 149 cpc e alle specifiche modalità fissate dalla legge 890/1982.
Al proposito, va ricordato che, nel caso in cui l’agente abbia notificato l’atto tramite il servizio postale, tenuto conto del generale principio di “anticipazione degli effetti” – principio in virtù del quale, gli effetti di ogni tipo di notificazione devono essere ricollegati, per quanto riguarda il notificante (e sempre che il procedimento notificatorio si perfezioni nei confronti del destinatario), al solo compimento delle formalità a esso direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell’atto all’agente notificatore, essendo la successiva attività di quest’ultimo sottratta al controllo e alla sfera di disponibilità del notificante medesimo – la tempestività della notificazione deve essere verificata in modo diverso a seconda che la spedizione postale sia stata eseguita:
dal messo comunale (o dall’ufficiale giudiziario), nel qual caso la tempestività va valutata con riguardo alla data in cui l’atto è stato consegnato all’agente notificatore, anche quando la spedizione del piego sia stata da questi effettuata a distanza di giorni dalla consegna stessa
dal messo “autorizzato” dell’ufficio, nel qual caso la tempestività va verificata con riguardo al giorno in cui l’atto è stato da questi consegnato all’ufficio postale per il successivo inoltro al destinatario (in pratica, non opera l’anticipazione degli effetti, perché il messo “autorizzato” non è soggetto terzo rispetto all’ufficio notificante).
Adempimenti procedurali
Laddove l’appello principale dell’ufficio sia stato notificato a mezzo del servizio postale tramite l’intermediazione del messo comunale o del messo “autorizzato”, per assicurare la ritualità dell’impugnazione, è necessario provvedere a:
depositare copia integrale del gravame, completo di copia della relata di notificazione e della fotocopia della ricevuta della spedizione, presso la segreteria della Ctp che ha emesso la sentenza impugnata, entro il termine di trenta giorni dalla notifica
depositare, in sede di costituzione in giudizio presso la Ctr, l’appello in originale completo della relazione di notificazione, gli altri documenti di rito e la copia della ricevuta in cui la segreteria della Commissione tributaria provinciale attesta l’avvenuto deposito presso di essa della copia dell’atto di appello.
Conclusioni
È bene dunque puntualizzare in sintesi che, al fine di evitare eventuali declaratorie di inammissibilità della costituzione nel giudizio di secondo grado, nel caso di notificazione dell’appello eseguita avvalendosi del servizio postale occorre distinguere due ipotesi, che soggiacciono a regime diversificato:
laddove l’interessato (parte privata o ufficio) si avvalga in via “diretta” del mezzo postale, per la ritualità della costituzione in giudizio è richiesto il deposito, presso la segreteria della Commissione tributaria regionale, di “copia del ricorso consegnato o spedito per posta, con fotocopia della ricevuta di deposito o della spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale” (articolo 22, comma 1, Dlgs 546/1992, richiamato dal successivo articolo 53)
laddove, invece, lo strumento postale venga utilizzato dall’agente notificatore (ufficiale giudiziario per la parte privata; ufficiale giudiziario, messo comunale o “autorizzato”, per l’ufficio), sempre il comma 1 dell’articolo 22 richiede il deposito in segreteria “dell’originale del ricorso notificato a norma degli articoli 137 e seguenti del codice di procedura civile”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Indagini bancarie, i controlli sulle Onlus.

Nella Circolare n. 25/E del 6 agosto 2014, contenente indirizzi operativi sulle indagini bancarie che l'Agenzia delle Entrate effettuerà nel 2014, viene precisato che, per il comparto degli enti non commerciali, Onlus e organizzazioni di volontariato, l’attività delle direzioni provinciali deve essere rivolta essenzialmente a quei soggetti che apparentemente si presentano come non profit, ma che in realtà svolgono vere e proprie attività commerciali, evitando di perseguire situazioni di minima rilevanza o enti di evidente valore sociale come, ad esempio, quelli dedicati alla formazione sportiva per giovani o alla tutela degli anziani o dei soggetti svantaggiati.

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Bonus assunzioni personale altamente qualificato, richieste dal 15 settembre.

Dal prossimo 15 settembre e fino al 31 dicembre 2014, le imprese che ne hanno i requisiti, potranno inviare per via telematica le richieste per usufruire del credito d’imposta previsto per l’assunzione di personale altamente qualificato in riferimento al periodo 26 giugno - 31 dicembre 2012. E' quanto stabilisce il decreto del 28 luglio 2014 del ministero dello Sviluppo economico, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di sabato 9 agosto. L’incentivo, introdotto dall’articolo 24 del D.L. n. 83/2012 e attuato dal decreto del Ministero dello Sviluppo Economico, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, del 23 ottobre 2013, premia le imprese che hanno sostenuto costi per l’impiego di personale in possesso di un dottorato di ricerca universitario ovvero di laurea magistrale, utilizzato in attività di ricerca e sviluppo.

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Procacciatore d'affari e ritenuta d'acconto.

Per una prestazione occasionale di un procacciatore di affari, per contratti di fornitura di energia, quale ritenuta va applicata? Del 23% sul 50% delle provvigioni oppure del 20%?

Il procacciamento di affari è un contratto atipico. Compito del procacciatore è mettere in contatto due parti affinché queste concludano un affare. Al procacciatore, in seguito alla conclusione dell’accordo, sarà pagata una provvigione liquidata dalla parte che vende il bene o il servizio, in base a quanto deciso in precedenza. Non ha alcun vincolo di esclusiva; può infatti operare per una o più ditte in modo occasionale oppure continuativo. Ai fini fiscali, le provvigioni erogate ai procacciatori d'affari, anche per prestazioni occasionali, sono assoggettare a una ritenuta a titolo d'acconto del 23% sul 50% dell’importo (articolo 25-bis, comma 1, Dpr 600/1973).


Fonte: Agenzia Entrate

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Produzione tabacco: cedere quote non è operazione fuori campo Iva.

La fattispecie sub iudice (Cassazione, sentenza n. 7606/2014) ha a oggetto una rettifica Iva mediante la quale l'ufficio ha contestato a un'associazione di produttori di tabacco l'omessa contabilizzazione di ricavi relativi alla cessione di quote di produzione di tabacco, ritenuta dalla contribuente un'operazione fuori campo Iva, in quanto non riconducibile alle fattispecie espressamente disciplinate dall'articolo 34 del Dpr n. 633/1972, contenente il regime speciale Iva per i produttori agricoli.

In tale stato di cose, la Suprema corte ha osservato, in via preliminare che, ai sensi dell'articolo 3 del Dpr n. 633/1972, nonché conformemente all'articolo 6, paragrafo 1, della VI direttiva (rifusa nella direttiva 2006/112/Ce), la cessione di beni immateriali rappresentati o meno da un titolo (quale l'attività in esame), deve essere considerata come una prestazione di servizi e, come tale, rientrante nel campo di applicazione dell'Iva in presenza degli ulteriori requisiti soggettivi.
La non riconducibilità alle operazioni cui è applicabile lo speciale regime Iva agricoltura (di cui all'articolo 34 del Dpr n. 633/1972), pertanto, non determina l'esclusione da imposta delle prestazioni di servizi in esame, bensì l'assoggettabilità al regime ordinario.

Del resto, in senso analogo si è espressa anche l'Amministrazione finanziaria la quale, con la circolare 4 aprile 2006, n. 51/E, ha affermato che la cessione delle quote latte e dei diritti di rimpatrio vigneti, poste in essere da produttori agricoli, devono essere assoggettate a Iva con aliquota ordinaria, essendo effettuate nell'esercizio di impresa e non essendo comprese nelle operazioni da assoggettare ad aliquota ridotta, ai sensi della tabella A, allegata al Dpr n. 633/1972.

La Cassazione, infine, con riferimento al requisito soggettivo, ha evidenziato che dette prestazioni di servizi si considerano comunque effettuate nell'esercizio di imprese anche se poste in essere da associazioni di categoria, in quanto operazioni realizzate da "enti pubblici e privati, compresi i consorzi, le associazioni o le altre organizzazioni senza personalità giuridica e le società semplici, che abbiano per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali o agricole" (comma secondo dell'articolo 4 del Dpr n. 633/1972).
Inoltre, ai sensi del successivo comma 3, "si considerano effettuate in ogni caso nell'esercizio dell'impresa a norma del comma 2, anche le cessioni di beni e le prestazioni di servizi fatte dalle società e dagli enti ivi indicati ai propri soci, associati o partecipanti".

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Tasse governative sui cellulari.

La Ctr Lombardia, con sentenza 3834/2014 della sezione n. 42, ha accolto l’appello dell’ufficio e rigettato le richieste di un Comune, ribadendo che anche gli enti locali devono pagare la tassa di concessione governativa sui telefoni cellulari. La sentenza costituisce un’importante pronuncia a favore dell’Amministrazione finanziaria e il recepimento di quanto definitivamente chiarito dalla Corte di cassazione con la sentenza 9560/2014.

La questione in esame riguarda un contenzioso instaurato da molti comuni italiani che hanno adito in giudizio l’Amministrazione finanziaria chiedendo la restituzione della tassa per le concessioni governative per l’impiego di apparecchiature per il servizio radiomobile, di cui agli articoli 13-bis del Dpr 641/1972, e 21 della Tariffa annessa.

In particolare, a fondamento dei loro ricorsi, le amministrazioni locali ponevano la non debenza della predetta tassa per i seguenti motivi: incompatibilità dell’articolo 21 della Tariffa con i principi contenuti nelle direttive del Parlamento europeo e del Consiglio, la 2002/20/Ce (“direttiva autorizzazioni”) e 2002/21/Ce (“direttiva quadro”); abrogazione dell’articolo 21 della Tariffa, a seguito dell’introduzione del nuovo codice delle comunicazioni elettroniche (Dlgs 259/2003); esonero dei Comuni dal pagamento della tassa.

La Corte di cassazione, già con sentenza 23052/2012, si era espressa a favore della legittimità della tassa in argomento.
Riproposta nuovamente la problematica all’attenzione della sezione tributaria della Corte suprema, il Collegio ha ritenuto rimettere la questione al primo presidente per l’assegnazione della causa alle sezioni unite. Queste, con sentenza 9560/2014, si sono espresse, in ordine alle predette eccezioni, in senso favorevole alla tesi dell’Agenzia, già ribadita con risoluzioni nn. 9/2012, 107/2003, 55/2005 e 44/2008.

Nello specifico dell’eccezione riguardante il presunto esonero degli enti locali, la tesi sostenuta dai ricorrenti è che i Comuni possono essere annoverati tra le Amministrazioni dello Stato e, quindi, non sono tenuti al pagamento della tassa in questione. Al riguardo, le sezioni unite della Corte suprema, nella sentenza 9560/2014, hanno chiarito che “(…) innanzi tutto, la predetta esenzione non è specificamente prevista dal DPR n. 641 del 1972”. In particolare, l’esonero dei Comuni dal pagamento della tassa non è previsto dall’articolo 13-bis del Dpr 641/1972, che individua espressamente le esenzioni a carattere generale dal pagamento del tributo in questione. Detta disposizione stabilisce che “gli atti e i provvedimenti concernenti le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) e le società e associazioni sportive dilettantistiche sono esenti dalle tasse sulle concessioni governative. 1-bis. Sono altresì esenti dalle tasse sulle concessioni governative gli atti costitutivi, gli statuti ed ogni altro atto necessario per l'adempimento di obblighi dei movimenti o partiti politici, derivanti da disposizioni legislative o regolamentari”.

Tale esonero non è neppure previsto dalla nota posta in calce all’articolo 21 della Tariffa, che individua i casi specifici in cui la tassa sulle concessioni governative per l’impiego degli apparecchi di telefonia mobile non è dovuta, ossia ai sensi del comma 3 della nota in questione “la tassa non è dovuta per le licenze o i documenti sostitutivi intestati ad invalidi a seguito di perdita anatomica o funzionale di entrambi gli arti inferiori nonché a non vedenti e a sordi”.

La Corte, con la richiamata sentenza, ha dunque negato la possibilità di riconoscere la predetta esenzione in conseguenza di una equiparazione ai fini tributari dei Comuni allo Stato, in forza della generale esenzione dall’Ires di tutte le Amministrazioni pubbliche, disposta dall’articolo 74, comma 1, del Tuir.
Al riguardo, le sezioni unite, in considerazione del principio generale secondo il quale le norme che prevedono trattamenti agevolati in materia tributaria costituiscono una deroga alla regola generale e sono perciò di stretta interpretazione, chiariscono che “l’inammissibilità dell’analogia come strumento d’interpretazione delle norme agevolative in materia fiscale, impedisce di dare rilevanza al fatto che l’art. 74 del TUIR stabilisca l’esenzione dall’IRES per «gli organi e le amministrazioni dello Stato, compresi quelli ad ordinamento autonomo,…i comuni, i consorzi (…)”.
Inoltre, l’articolo 1, comma 2, del Dlgs 165/2001, recante le norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle Amministrazioni pubbliche, chiarisce che “per amministrazioni pubbliche si intendono tutte le amministrazioni dello Stato, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità Montane e loro consorzi e associazioni (…)” e tiene distinti, come evidenziano le sezioni unite, i Comuni dalle Amministrazioni dello Stato, pur attribuendo agli uni e alle altre la natura di amministrazioni pubbliche.

Ritornando alla vicenda di cui alla sentenza della Commissione tributaria regionale di Milano, tutto trae origine da due ricorsi, poi riuniti, proposti dal Comune, uno contro l’atto di accertamento e l’altro contro il silenzio rifiuto dell’istanza di rimborso presentata per la restituzione di quanto versato a titolo di tassa di concessione governativa.

I giudici di primo grado avevano accolto la tesi del ricorrente in merito alla presunta abrogazione dell’articolo 21 della tariffa allegata al Dpr 641/1972, a seguito dell’introduzione del nuovo codice delle comunicazioni elettroniche (Dlgs 259/2003). Tale decisione è stata completamente ribaltata dalla Commissione di secondo grado.
Infatti, secondo i giudici “alla luce di quanto definitivamente affermato in materia dalle SS.UU. della Corte di Cassazione con le sentenze 9560-9566 del 2-5-2014, deve preliminarmente escludersi che la tassa di concessione governativa per l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile sia stata abrogata per effetto dell’entrata in vigore del Codice delle comunicazioni elettroniche di cui al D.l.vo n. 259/03…… Nell’esercizio della funzione normofilattica che è loro propria le Sezioni Unite hanno fugato i dubbi manifestati dalla sezione tributaria della medesima Corte di Cassazione ….circa la vigenza della normativa che regola la tassa in questione ….il quadro normativo così delineato milita nel definitivo senso dell’assoggettamento dell’attività di fornitura di servizi di comunicazione elettronica ad un regime autorizzatorio della P.A. si che la stipula del contratto di abbonamento con il gestore del servizio radiomobile giustifica il mantenimento della tassa di concessione governativa per l’utilizzo degli apparecchi di telefonia cellulare prevista dall’art. 21 della tariffa allegata al DPR N. 641/72”.

La sentenza in esame rappresenta quel filone giurisprudenziale che recepisce, in via definitiva, i principi espressi dalla Corte di cassazione in ordine alla debenza della tassa. Oltre alla Ctr della Lombardia, altre commissioni di secondo grado stanno rigettando le richieste di rimborso presentate dai comuni (Ctr di Venezia – Mestre, sentenze nn. 1223/31, 1130/15, 1045/22 e 1071/31 tutte del 2014).


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 8 agosto 2014

Quesito: ristrutturazione prima casa.

volevo chiedere se posso usufruire della detrazione del 50% per acquisto diretto dei pavimenti, sanitari rubinetteria

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Aggiornamenti software modelli 770 2014.

 Sul sito dell'Agenzia delle Entrate www.agenziaentrate.gov.it sono stati pubblicati ieri gli aggiornamenti dei software per la compilazione dei modelli 770 Ordinario e Semplificato  2014 relativi  al periodo di imposta 2013.  La scadenza della presentazione è stato prorogata al 19 settembre
 L'applicazione 770 Semplificato è ottimizzata per la gestione di fino a 5000 certificazioni di lavoro dipendente e di lavoro autonomo. Il prodotto 770 Ordinario 2014 è utilizzabile dai sostituti d'imposta che predispongono la propria dichiarazione, dagli intermediari e dalle Amministrazioni dello stato che predispongono la propria dichiarazione o che predispongono la dichiarazione per conto di altre Amministrazioni.

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Nuove regole per i collegi sindacali nelle srl.

L'approvazione del Decreto competitività n. 91/2014 giunta ieri alla Camera detta importanti modifiche sulla disciplina degli organi di controllo nelle società di capitali. In particolare  , l'art. 20 comma 7  prevede che non è più obbligatorio nominare il collegio sindacale  nelle srl  e coop -srl con  capitale sociale sopra  i 50mila euro  bensi in relazione all'obbligo di bilancio consolidato oppure se per  due esercizi consecutivi  vengono superati   due dei  tre seguenti valori a bilancio  :  1) attivo dello stato patrimoniale sopra  i 4,4 milioni di euro ; 2) 8.8 milioni di ricavi; 3)  50 dipendenti in media nell'esercizio.  Inoltre  è espressamente previsto che i collegi  sindacali vigenti  oggi   e non più obbligatori possono essere revocati  con una delibera dei soci "per giusta causa", probabilmente con necessità di successiva approvazione del Tribunale.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Contributi non versati : assolto il datore di lavoro.

Il tribunale di Bari con sentenza n. 1465 del 16 luglio 2014  ha prosciolto un datore di lavoro  per il mancato versamento di € 2.780 di  contributi previdenziali all'INPS , già trattenute sui lavoratori, applicando il principio del "favor rei "  in quanto la legge delega per la riforma fiscale n. 67/2014 prevede la depenalizzazione di tale comportamento ( in particolare l'art 2 trasforma il reato penale in illecito amministrativo se l'omesso versamento è inferiore a 10mila euro) . Il principio del favor rei  si applica  quando esiste una volontà legislativa chiara  in assenza di un atto esecutivo ed in questo caso , infatti, la legge , già in vigore, è in attesa del decreto legislativo di attuazione. I primi commenti di costituzionalisti  ed esperti giudicano la sentenza coraggiosa e basata su un principio di giustizia sostanziale e non formale.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Contribuenti minimi e detrazioni fiscali.

Nel 2012 ho aperto una partita Iva adottando il regime dei "nuovi minimi". Posso usufruire delle detrazioni per le ristrutturazioni e per il risparmio energetico?

Il regime contabile di vantaggio per l’imprenditoria e i lavoratori in mobilità prevede il pagamento di un’imposta del 5%, che sostituisce il versamento dell’Irpef e delle addizionali regionale e comunale (articolo 27, commi 1 e 2, Dl 98/2011). Le agevolazioni per i lavori di ristrutturazione edilizia (detrazione Irpef attualmente del 50%) e per il risparmio energetico (detrazione attualmente del 65%) sono fruibili solo in presenza di Irpef dovuta. Lo sconto d'imposta non può essere sfruttato, qualora il contribuente sia assoggettato solo all’imposta sostitutiva prevista dal regime di vantaggio.


Fonte: Agenzia Entrate

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Senza un contratto fra aziende la detrazione Iva è indebita.

La Corte di cassazione ha stabilito, con ordinanza 17021 del 25 luglio, che il diritto alla detrazione Iva non sussiste se lo scambio di servizi a titolo oneroso non è regolamentato in un contratto fra aziende. Lo scambio di servizi a titolo oneroso deve, peraltro, essere provato dal contribuente che chiede l’agevolazione fiscale.

La vicenda processuale
I fatti in oggetto riguardano un avviso di accertamento conseguente a processo verbale di constatazione con il quale era stata contestata a una società indebita detrazione di Iva, come risultava dagli accordi contrattuali, perché asseritamente correlata a cessione di denaro a titolo gratuito (“premi in danaro” o “premi di impegnativa”) corrisposti a una società concessionaria di spazi pubblicitari, a cui non era correlato alcun obbligo contrattuale di fare, non fare o permettere a carico della beneficiaria.

Il ricorso della contribuente veniva accolto dal giudice di primo grado e confermato in appello, ove il Collegio regionale ha ritenuto che “il rapporto che esiste tra le due società è un rapporto clientelare, l’una fornendo pubblicità con emissione di fattura nei confronti dell’altra che ne paga il prezzo”, mentre l’ente impositore non aveva fornito alcuna prova sull’asserito scambio di danaro.

Con il conseguente ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrate denuncia insufficiente motivazione e violazione di legge (articolo 19, Dpr 633/1972) e, dopo avere ribadito che la dazione di danaro doveva ritenersi esclusa dal campo di applicazione dell’Iva, poiché non correlata in controprestazione a una cessione di beni o a una prestazione di servizi, censura il fatto che il giudice del merito abbia violato il principio di ripartizione dell’onere della prova (ex articolo 2697 codice civile), atteso che tale onere grava invece sul contribuente che avrebbe dovuto dare conto del fatto costitutivo della pretesa.

La decisione
La Suprema corte accoglie il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, affermando il principio che non costituisce prestazione di servizio soggetta a Iva l’attività svolta da un soggetto a vantaggio di un altro autonomamente e senza obbligo nei confronti di quest’ultimo (articolo 3, Dpr 633/1972). Motivo per cui il giudizio impugnato, basato sulla valorizzazione dello “scambio di danaro”, si è formato su un erroneo “fraintendimento del giudicante” circa l’oggetto del giudizio.

Perciò la sentenza di appello viene, in primo luogo, riconosciuta viziata in motivazione in quanto la Commissione regionale, ammettendo che sia esistito tra le parti della transazione commerciale “un rapporto clientelare”, non ha poi specificato il percorso logico da cui ha tratto il proprio convincimento, omettendo così di fornire elementi certi dai quali desumere che oggetto della pattuizione fossero sconti o abbuoni praticati sul prezzo di fornitura e non, ad esempio, “un premio di fine anno”, che, a differenza dei primi, non dà diritto a detrazione, trattandosi non di una componente che incide direttamente sul prezzo della merce, ma di un contributo autonomamente riconosciuto a fine esercizio al cliente per il raggiungimento di un dato fatturato, e quale “incentivo per future operazioni” (così Cassazione, sentenze 5006/2007 6475/2007 e 13312/2013).

Va poi ricordato che, in tema di Iva, sono legittime le detrazioni d’imposta effettuate in relazione a note di accredito per sconti su vendite praticati in base ad accordo, anche successivo all'originario contratto e concluso verbalmente. Infatti, l'articolo 26 del Dpr 633/1972 prevede che, se un'operazione per la quale è stata emessa fattura, successivamente alla registrazione, viene meno in tutto o in parte, o se ne riduce l'ammontare imponibile, in dipendenza di abbuoni o sconti previsti contrattualmente, il diritto di portare in detrazione, ai sensi dell’articolo 19, l'imposta corrispondente alla variazione spetta al cedente del bene; quest’ultimo deve a tal fine registrarla, a norma dell'articolo 25, entro l'anno dal compimento dell'operazione imponibile (articolo 26, comma 3), nel rispetto degli obblighi di fatturazione (articolo 21).

Sul fronte probatorio, la Suprema corte ha ancora una volta puntualizzato che compete a chi assume di avere diritto a detrarre l’imposta assolta l’onere di dimostrare quale sia la prestazione a fronte della quale il corrispettivo è stato pagato, proprio al fine di confermare che la transazione risulta contenuta nell’ambito di applicazione del regime Iva, considerato che, in via generale, l’articolo 19 del Dpr 633/1972, limita il diritto alla detrazione agli acquisti di beni o servizi inerenti all’attività dell’impresa o dell’arte e professione e, quindi, correlati alle operazioni attive realizzate in tali ambiti (cfr articolo 109 del Tuir, per le imposte sui redditi).

Peraltro, l’inerenza – che è un concetto di relazione che deve essere verificato caso per caso – non può presumersi per il semplice fatto di svolgere un’attività professionale o imprenditoriale, ma deve essere provata dal contribuente, in quanto “Non costituisce prestazione di servizio soggetta ad Iva l'attività svolta da un soggetto a vantaggio di un altro autonomamente e senza obbligo nei confronti di quest’ultimo” (Cassazione 215/2002).


Fonte: Agenzia Entrate

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Expo Milano 2015, dall’Agenzia il quadro delle agevolazioni fiscali.

Esentati dalle imposte dirette dei “Partecipanti” i redditi prodotti nell’ambito delle attività istituzionali espositive e non commerciali. Niente Iva, inoltre, per gli acquisti o importazioni di beni e servizi, purché impiegati nell’attività ufficiale dell’Expo.
Con la circolare n.26/E del 7 agosto, l’Agenzia delle Entrate illustra, nel dettaglio, le regole di carattere fiscale previste dall’Accordo siglato tra l’Italia e il Bureau International des Expositions (il Bie, l’organismo internazionale che sovrintende le Esposizioni universali), messe a punto per facilitare e promuovere l’adesione a “Expo Milano 2015”.
L’evento si terrà dall’1 maggio al 31 ottobre 2015, avrà come tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e tratterà il diritto a una alimentazione sana, sicura e sufficiente per tutto il pianeta, la sostenibilità ambientale, sociale ed economica della filiera agroalimentare nonché la salvaguardia del gusto e della cultura del cibo.

I soggetti coinvolti
Il documento di prassi fa un quadro dei soggetti coinvolti nell’evento, per poi spiegarne le singole disposizioni agevolative riconosciute.
Un ruolo di primo piano spetta ai Partecipanti ufficiali (cioè gli Stati e le Organizzazioni internazionali intergovernative), ciascuno con una propria struttura operativa denominata Commissariato generale di sezione e con un proprio Personale delle sezioni (commissario generale di sezione, commissario generale vicario, direttore di padiglione e altri diretti dipendenti del Commissariato generale di sezione) e ai Partecipanti non ufficiali (amministrazioni pubbliche territoriali, organizzazioni internazionali, associazioni e imprese estere e non). Gli altri soggetti coinvolti sono: il Paese ospitante (l’Italia), il Commissario generale dell’Expo (rappresenta lo Stato italiano nei confronti del Bie per l’adempimento degli obblighi internazionali assunti per lo svolgimento dell’evento), l’Organizzatore (“Expo 2015 Spa”) il Proprietario delle aree del sito espositivo (“Arexpo Spa”).

Imposte dirette
I Commissariati generali di sezione, cioè le strutture operative dei Partecipanti ufficiali sono esentati dalle imposte dirette per i redditi prodotti nell’ambito delle attività istituzionali espositive e non commerciali. Tali agevolazioni, non valgono, invece, per i redditi derivanti da attività commerciali, in riferimento alle quali si dovranno osservare gli obblighi e gli adempimenti previsti dalle disposizioni fiscali italiane.
Il Personale delle sezioni può beneficiare di analoga esenzione, a patto che non sia residente in Italia o non abbia la cittadinanza italiana. Se è rispettata questa condizione, quindi, nessuna tassazione su salari, emolumenti e indennità corrisposti dal Commissariato generale di sezione e sul reddito prodotto fuori dalla Repubblica italiana.

Analoghe misure sono previste per i Partecipanti non ufficiali: anch’essi godono delle esenzioni da Ires, Irpef e Irap e dalle relative addizionali, nell’ambito di attività non commerciali svolte all’interno dello spazio espositivo.
La circolare evidenzia che il Personale dei partecipanti non ufficiali, se appartenente a un’amministrazione pubblica territoriale estera e non residente in Italia, è esentato da ogni forma di tassazione diretta su salari, emolumenti, indennità corrisposti dall’amministrazione di appartenenza (o per suo conto) e sul reddito prodotto fuori della Repubblica italiana.
Anche ai Partecipanti non ufficiali non spettano benefici fiscali per eventuali altri redditi imponibili in Italia.

Imposte indirette
L’esenzione dalle imposte indirette è riconosciuta ai soli Partecipanti ufficiali.
In particolare, la circolare precisa che i Commissariati generali di sezione possono acquistare beni e servizi “di importo rilevante” destinati all’attività espositiva in regime di non imponibilità Iva. Il beneficio spetta per gli acquisti di importo superiore a 300 euro (articolo 72, comma 2, Dpr 633/1972), come già chiarito dalla risoluzione n. 10/2014.
Tale documento ha anche fornito lo schema di modello che i Commissariati generali dovranno utilizzare per richiedere l’applicazione dell’agevolazione, rilasciando ai fornitori la dichiarazione scritta con la finalità dell’acquisto e i riferimenti normativi del beneficio fiscale.
Con tale dichiarazione, da emettere in duplice copia (una deve essere consegnata al fornitore, l’altra va conservata dal Commissariato), i partecipanti all’evento, sotto la propria responsabilità, effettuano acquisti di beni e servizi, analiticamente individuati, per finalità legate alla partecipazione a “Expo 2015”.

Partecipanti ufficiali e Partecipanti non ufficiali, invece, possono entrambi fruire dell’esenzione dall’Imu e dalla Tasi per i fabbricati da essi posseduti.

Inoltre, gli atti e le transazioni relativi agli acquisti di beni e servizi effettuati dai Commissariati generali di sezione per fini espositivi e non commerciali sono esenti dalle imposte di registro, di bollo, ipotecaria e catastale. L’esenzione, però, è circoscritta al pagamento delle imposte e non vale anche per l’obbligo di registrazione.
La regola vale anche per i Partecipanti non ufficiali, ma limitatamente agli atti, transazioni e operazioni finanziarie relativi ai fabbricati utilizzati dagli stessi per partecipare a “Expo 2015”.

Attività commerciale
La circolare ribadisce più volte il carattere non commerciale dell’evento espositivo.
Secondo l’articolo 19 del Regolamento generale di “Expo Milano 2015”, infatti, solo il 20% dello spazio può essere adibito allo svolgimento di un’attività redditizia come, ad esempio, la ristorazione, la vendita di gadget, gli spettacoli. Tali prestazioni non godono di alcuna agevolazione e sono soggette agli obblighi fiscali ai fini delle imposte sul reddito e ai fini Iva.

I soggetti non residenti, ricorda l’Agenzia, possono essere tassati in Italia a condizione che il reddito sia prodotto mediante una stabile organizzazione. Al riguardo, la circolare chiarisce che, se negli spazi espositivi viene svolta un’attività commerciale, in linea generale si deve considerare esistente una stabile organizzazione. In tal caso, infatti, i tre requisiti necessari per la sua configurazione (sede, “fissità” spaziale e temporale, svolgimento di attività d’impresa) sarebbero soddisfatti.

L’Agenzia, poi, precisa che, ai fini Iva, per provare l’esistenza della stabile organizzazione, è necessario anche l’impiego di risorse umane. In sostanza, non è sufficiente, come avviene per le imposte sui redditi, l’esercizio di un’attività sul territorio dello Stato attraverso impianti e macchinari, ma è indispensabile affiancare al fattore tecnico-materiale quello umano. Solo così, dunque, il soggetto non residente acquisisce lo status di soggetto passivo Iva stabilito in Italia limitatamente alle operazioni effettuate o ricevute dalla stabile organizzazione.
In assenza degli estremi per configurare una stabile organizzazione, i Partecipanti, sia ufficiali sia non ufficiali, che esercitano un’attività commerciale, devono identificarsi in Italia ai fini Iva, pur mantenendo lo status di società non residente.

L’Organizzatore
 “Expo 2015 Spa” è la società incaricata della realizzazione della manifestazione e della gestione del padiglione Italia. Ai fini Ires e Irap, l’attività istituzionale svolta dall’Organizzatore per il padiglione Italia è la sola esente; le altre attività sono tassate in base alle ordinarie disposizioni fiscali. A causa del diverso trattamento riservato alle due categorie di redditi, “Expo 2015 Spa” deve distinguere i componenti positivi e negativi di reddito dell’attività esente. L’esenzione relativa al padiglione Italia non esonera, comunque, l’Organizzatore dal calcolare il risultato fiscale derivante da tale attività che, quindi, seppur esente, andrà dichiarato nel rigo RF50 di Unico SC, adempimento necessario anche per gestire correttamente le perdite fiscali dell’ attività esente.
Ai fini Iva, invece, nei confronti dell’Organizzatore, è prevista l’applicazione sia del reverse charge sia del regime di non imponibilità per gli acquisti di beni e servizi relativi alla realizzazione e alla gestione del padiglione Italia.
Infine, niente imposte di bollo, registro, ipotecarie e catastali per gli atti, le transazioni e le operazioni finanziarie relativi a terreni, fabbricati e aree fabbricabili necessari all’Organizzatore per la realizzazione di “Expo Milano 2015”.

Il Proprietario
Titolare delle aree che ospitano l’evento è la società Arexpo Spa. La circolare precisa che i contributi erogati dallo Stato e dalle amministrazioni pubbliche per realizzare le infrastrutture dell’evento non concorrono alla formazione del reddito d’impresa. Il Proprietario, inoltre, beneficia sia del sistema dell’inversione contabile sia delle agevolazioni in materia di imposta di registro e altre imposte indirette.

I servizi
L’Agenzia fornisce, poi, alcune precisazioni in merito al regime Iva da applicare ai servizi degli spazi espositivi. Si tratta di tutti quegli interventi realizzati dall’Organizzatore (Expo 2015 Spa), necessari all’allestimento dei padiglioni, inclusi i servizi accessori come, ad esempio, quelli idrici, elettrici o di telecomunicazioni, riconducibili alle prestazioni realizzate per fiere o esposizioni.
Sotto il profilo della rilevanza territoriale, il criterio è diverso a seconda dello status del committente e del luogo in cui lo stesso è stabilito: se il committente non è un soggetto passivo Iva, le prestazioni si considerano effettuate in Italia se qui materialmente svolte; se il committente è un soggetto passivo d’imposta, le prestazioni si considerano effettuate in Italia quando rese a soggetti passivi Iva stabiliti in Italia. Se il committente è un soggetto passivo non stabilito in Italia, i servizi si considerano fuori campo Iva.
Se infine il committente è un soggetto extra-Ue, va dimostrato l’eventuale status di soggetto passivo, cioè che si svolge un’attività imprenditoriale, artistica o professionale (ad esempio, con la certificazione rilasciata dalle autorità fiscali dello Stato non comunitario).


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 7 agosto 2014

Spese funebri per la nonna.

Ho sostenuto, in due tranche, le spese per il funerale di mia nonna, che non conviveva con me. Posso detrarre l'importo riportato in fattura? Fino a che limite?

Le spese funebri danno diritto alla detrazione del 19% del loro ammontare, se sostenute per la morte dei familiari indicati nell’articolo 433 del codice civile, indipendentemente dal fatto che gli stessi siano o meno fiscalmente a carico (articolo 15, comma 1, lettera d), del Tuir). Nello specifico, la detrazione spetta per il coniuge, i figli (compresi i figli naturali riconosciuti, adottivi, affidati o affiliati), i discendenti dei figli, i genitori (compresi i genitori naturali e quelli adottivi), i generi e le nuore, il suocero e la suocera, i fratelli e le sorelle (anche unilaterali), i nonni e le nonne (compresi quelli naturali). Lo sconto di imposta spetta per un importo non superiore a 1.549,37 euro per decesso. Tale limite non può essere superato neppure per effetto di pagamenti della spesa ripartiti su più anni.


Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus prima casa: il preliminare non vale l’acquisto e addio sconto.

La Corte di cassazione torna a occuparsi dell’agevolazione “prima casa” e, con l’ordinanza 17151 del 29 luglio, precisa che, in caso di vendita infraquinquennale di un immobile acquistato usufruendo del beneficio, la stipula del solo contratto preliminare non è sufficiente a interrompere il termine di un anno entro il quale il contribuente è tenuto a riacquistare la nuova abitazione.

La nota II-bis) all’articolo 1 della tariffa, parte prima, allegata al Testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro, approvato con il Dpr 131/1986, riconosce, a fronte di determinati requisiti, la possibilità di richiedere, per l’acquisto di un bene immobile, la cosiddetta agevolazione “prima casa”.
Il comma 4 della stessa nota II-bis), al primo periodo, stabilisce che “In caso di dichiarazione mendace, o di trasferimento a titolo oneroso o gratuito degli immobili acquistati con i benefici di cui al presente articolo prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro acquisto, sono dovute le imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, nonchè una soprattassa pari al 30 per cento delle stesse imposte”.
L’ultimo periodo del medesimo articolo precisa che “Le predette disposizioni non si applicano nel caso in cui il contribuente, entro un anno dall’alienazione dell’immobile acquistato con i benefici di cui al presente articolo, proceda all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale”.

Dunque, condizione essenziale per non incorrere nella decadenza di cui al comma 4 è che, entro l’anno dalla vendita, si proceda alla stipulazione di un atto con effetti reali (quale il contratto di compravendita), per effetto del quale si acquisti la proprietà di un nuovo immobile.
Sull’argomento, l’Amministrazione finanziaria, già con risoluzione 66/2004, richiamando la pronuncia della Corte suprema 12749/2000, aveva chiarito che “Il contratto preliminare stipulato dall'assegnatario di un alloggio costruito da una cooperativa edilizia (…), con il quale si obbliga a concludere il contratto con il quale il promissario acquirente ne acquisterà la proprietà (…) non ha efficacia reale, ma meramente obbligatoria. Il contratto preliminare di vendita di un immobile non produce l’effetto reale del trasferimento del bene, ma soltanto quello obbligatorio di concludere il contratto definitivo; soltanto alla stipula di quest’ultimo si produce l’effetto traslativo del bene”.

Questa interpretazione trova oggi ulteriore conferma nell’ordinanza 17151 del 29 luglio, con la quale la Corte di cassazione – partendo dalla considerazione preliminare che “dal punto di vista civilistico il contratto preliminare di compravendita non produce che effetti obbligatori, mentre l’effetto traslativo della proprietà ex art. 1376 c.c. discende dal contratto definitivo o dalla sentenza costitutiva che di esso tiene luogo ai sensi dell’art. 2932 c.c.” – chiarisce che “Il significato letterale dell’espressione «acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale», quale elemento previsto ai fini della conservazione dell’agevolazione fiscale di cui si tratta, rimanda univocamente alla necessità di porre in essere un negozio traslativo del diritto di proprietà di un immobile”.

Nello specifico, la controversia oggetto dell’ordinanza in commento attiene al caso in cui il contribuente entro un anno dalla vendita della “prima casa” non aveva ancora stipulato l’atto di acquisto avente a oggetto il nuovo alloggio da adibire ad abitazione principale, ma aveva formalizzato un contratto preliminare, nel quale si impegnava ad acquistarlo
In sostanza, l’Agenzia riteneva il contribuente decaduto dall’agevolazione, giudicando la firma del preliminare non sufficiente al mantenimento del regime di favore.
Presentato ricorso, le Commissioni tributarie provinciale e regionale, in contrasto con l’interpretazione del fisco, reputavano il preliminare idoneo a impedire la decadenza dello sconto.

La tesi accolta dalle commissioni di merito non è, invece, condivisa dalla Corte suprema secondo la quale, il contratto preliminare, ha meri effetti obbligatori e non è, quindi, in grado, di impedire la perdita dell’agevolazione.
Di più, la Corte precisa che “l’acquisto rilevante ai fini dell’ultima parte del quarto comma della nota II bis all’articolo 1 della Parte Prima della Tariffa allegata al T.U. Registro può anche essere a titolo gratuito (sent. n. 16077/13  o può anche riguardare una quota indivisa di un immobile (purché di entità tale da garantire la concreta possibilità di disporre del medesimo per adibirlo a propria abitazione, sent. n. 13291/11); ma non è dubitabile che per "acquisto" si deve intendere l’acquisizione del diritto di proprietà, e non la mera insorgenza del diritto di concludere un contratto di compravendita”.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 6 agosto 2014

Indennizzo per cessazione attività.

Mia moglie ha ricevuto un indennizzo per cessazione attività. L'importo partecipa alla formazione del limite di 2.840,51 euro per essere a carico?

L'indennizzo per la cessazione definitiva dell'attività commerciale, corrisposto fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di anzianità è pari al trattamento minimo di pensione previsto per gli iscritti alla gestione commercianti ed è assoggettato a tassazione con le stesse modalità previste per la generalità dei trattamenti pensionistici (circolare Inps 8 del 14 gennaio 1999). È, infatti, inquadrabile tra i proventi sostitutivi di reddito, e, in particolare, sostitutivo del trattamento pensionistico corrisposto (circolare 326/E del 1997). Deve pertanto essere considerato nel computo del reddito complessivo ai fini della verifica della condizione di familiare a carico.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 5 agosto 2014

Art-Bonus, i chiarimenti dell'Agenzia delle Entrate.

L'Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 24/E pubblicata ieri 31 luglio, fa il punto sul c.d. "Artbonus", introdotto dal D.L. n. 83/2014 (Decreto cultura e turimo), di recente convertito in legge. Si tratta del credito d'imposta per le persone fisiche e giuridiche che effettuano erogazioni liberali in denaro a favore di cultura e spettacolo, pari al 65 % delle erogazioni fatte tra il 2014 e il 2015 e al 50% di quelle eseguite nel 2016. La circolare specifica, in particolare, quali sono le modalità di effettuazione delle liberalità e di utilizzo dell’agevolazione. Viene precisato che le erogazioni possono essere effettuate tramite banca, ufficio postale, carte di debito o di credito e prepagate, assegni bancari e circolari. Le persone fisiche e gli enti non commerciali possono sfruttare il bonus in dichiarazione, mentre le imprese con la compensazione in F24.

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Rimborsi: l'Agenzia delle Entrate chiede l'Iban.

Con un comunicato stampa pubblicato ieri 31 luglio, l'Agenzia delle Entrate ha informato che, per velocizzare l’erogazione dei rimborsi, sta chiedendo ai contribuenti, attraverso la posta elettronica certificata (per le imprese) o la posta ordinaria (per le persone fisiche), di comunicare il proprio codice Iban per ricevere le somme direttamente sul conto corrente. Tra le persone fisiche interessate da questa tornata di rimborsi ci sono anche coloro che hanno presentato il modello 730 in mancanza di un sostituto d’imposta tenuto ad effettuare i conguagli (come, per esempio, chi ha perso il lavoro). L'Iban può essere fornito o attraverso i servizi telematici dell’Agenzia o presso gli uffici territoriali della stessa.

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Auto, case, cose: tutti indici per presunzioni rette dalla legge.

In tema di accertamento dei redditi, costituiscono – ai sensi del D.p.r. n. 600/1973, articolo 2, nel testo applicabile nella fattispecie “ratione temporis” – “elementi indicativi di capacità contributiva”, tra gli altri, specificamente la “disponibilità in Italia o all’estero” di “autoveicoli”, nonchè di “residenze principali o secondarie”.
La disponibilità di tali beni, come degli altri previsti dalla norma, costituisce, quindi, una presunzione di “capacità contributiva” da qualificare “legale” ai sensi dell’articolo 2728 c.c., perché è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità la esistenza di una “capacità contributiva” (cfr., tra le tante, Cassazione n. 19252/2005) mentre grava sul contribuente fornire la prova di redditi non imponibili idonei al mantenimento (ivi compreso l’originario acquisto) del possesso di tali beni.

Sentenza n. 16832 del 24 luglio 2014 (udienza 29 aprile 2014)
Cassazione civile, Sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Crucitti  Roberta
D.p.r. n. 600/1973, articolo 2 – Elementi indicativi di capacità contributiva – La disponibilità di tali beni costituisce una presunzione legale di “capacità contributiva” – E’ onere del contribuente fornire la prova di redditi non imponibili idonei al mantenimento del possesso di tali beni.

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Redditi di lavoro dipendente in Francia.

Residente in Italia, nel 2013 ho percepito redditi di lavoro dipendente in Francia (da datore di lavoro francese), dove ho soggiornato per una parte dell’anno. Dove devo dichiararli?

Le retribuzione che un residente in Italia riceve in corrispettivo di un'attività dipendente sono imponibili soltanto in Italia, a meno che tale attività non venga svolta in Francia. In quest'ultimo caso, infatti, le remunerazioni sono imponibili in tale Stato. Tuttavia, i redditi di lavoro dipendente percepiti saranno imponibili in Italia, qualora: il beneficiario soggiorni in Francia per un periodo o periodi che non oltrepassano in totale 183 giorni nel corso dell'anno; le remunerazioni siano pagate da o per conto di un datore di lavoro non residente in Francia; l'onere delle remunerazioni non è sostenuto da una stabile organizzazione o da una base fissa che il datore di lavoro ha in Francia. Le condizioni devono ricorrere contemporaneamente (articolo 15 della convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Francia). In questa ipotesi, il contribuente residente in Italia e pertanto soggetto passivo di imposta, per evitare la doppia imposizione, potrà fruire di un credito d'imposta per le imposte pagate all'estero (articolo 24).


Fonte. Agenzia Entrate

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Servizio di vigilanza delle navi.

Niente Iva per il servizio di vigilanza armata che garantisce la sicurezza delle navi mercantili, del loro carico e dell’equipaggio, durante la navigazione in alto mare. La prestazione, infatti, è riconducibile fra quelle “direttamente destinate a sopperire ai bisogni delle navi” alle quali è applicabile il regime di non imponibilità (articolo 8-bis, comma1, lettera e-bis), Dpr 633/1972).

A chiarirlo la risoluzione n. 79/E dell’1 agosto.

L’Agenzia ha evidenziato, in primo luogo, che la “legge comunitaria 2010” (legge 217/2011), con la modifica all’articolo 8-bis del Dpr 633/1972, ha esteso il regime di non imponibilità ai fini Iva alle “cessioni di navi adibite alla navigazione i alto mare e destinate all’esercizio di attività commerciali….” e alle “prestazioni di servizi direttamente destinate a sopperire ai bisogni delle navi”.

Le navi, quindi, per fruire del regime di esenzione Iva devono essere:
destinate all’esercizio di attività commerciali
adibite alla navigazione in alto mare
La risoluzione chiarisce che nel caso in esame, entrambi i requisiti sono soddisfatti. Il servizio di protezione e vigilanza, infatti, è destinato a una nave mercantile e quindi è legato all’attività commerciale svolta dalla stessa.

Inoltre, anche la condizione che la prestazione deve essere resa in alto mare può ritenersi assolta. Al riguardo l’Agenzia chiarisce che per “alto mare” si intende la zona marina al di fuori delle 12 miglia nautiche (articolo 3 della Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare) e le navi che possono fruire del servizio di vigilanza armata sono solo quelle che percorrono le acque internazionali, cioè l’area marina che si trova oltre le 12 miglia nautiche dalla costa.

Infine, l’attività di sicurezza svolta dalla società istante si può senz'altro considerare un servizio destinato a sopperire ai “bisogni della nave”. In questo concetto, infatti, vanno incluse non solo le prestazioni connesse alla struttura dell’imbarcazione e dei componenti, ma anche tutti quei servizi che rendono possibile l’esercizio dell’attività a cui la stessa nave è destinata.

Tali servizi, infine, per fruire del regime di esenzione Iva, dovranno essere forniti direttamente nei confronti dell'armatore.
Al riguardo l'Agenzia ricorda le pronunce della Corte di giustizia Ce (sentenza da C-181/2004 a C-183/2004), in base alle quali le operazioni, per essere attratte nel regime di non imponibilità, devono essere svolte esclusivamente per l'armatore della nave.


Fonte. Agenzia Entrate

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Acquisto beni in un Paese "black list".

Un nostro cliente ha acquistato un terminale Pos da una società con sede in Lussemburgo. Tale paese rientra tra quelli da considerarsi black list?

I soggetti Iva sono tenuti a comunicare in via telematica all’Agenzia delle Entrate i dati relativi alle cessioni di beni e prestazioni di servizi (attive e passive) di importo superiore a 500 euro, registrate o soggette all’obbligo di registrazione ai sensi della normativa Iva, nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi "black list", ossia in Stati e territori aventi un regime fiscale privilegiato, con bassa tassazione o addirittura nulla (articolo 1 del Dl 40/2010). I Paesi esteri, in relazione ai quali si applicano le nuove disposizioni di monitoraggio, sono quelli indicati nelle "black list" contenute nel Dm 4 maggio 1999 (relativo alla presunzione di residenza in Italia delle persone fisiche) e nel Dm 21 novembre 2001 (emanato ai fini dell'applicazione della disciplina sulle imprese controllate estere). L’elenco dei Paesi "black list" aggiornato al 2014 comprende anche il Lussemburgo.


Fonte: Agenzia Entrate

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