venerdì 29 luglio 2011

Quesito: tasse Onlus.

Un’associazione culturale registrata con atto notarile (1993) e una ONLUS (2001), entrambe con codici fiscali e senza partita IVA, non avendo inviato all’Agenzia delle Entrate modello EAS all’ultima scadenza (31/3/11), con circa 3000 euro di incassi annuali (contributi volontari e quote associative) e con uscite che superano annualmente le entrate, che obblighi hanno?
1) Possono presentare in ritardo il modulo EAS per continuare ad usufruire di agevolazioni?
2) Devono dichiarare in qualche modo le entrate e pagare le relative imposte? Come, quando e quanto?

| More

Rapporti di lavoro a tempo parziale: determinazione della misura degli assegni per il nucleo familiare.

Domanda
Un lavoratore dipendente part-time presta attività per 6,5 ore nelle giornate di lunedì, martedì, mercoledì, venerdì e sabato (32,5 ore settimanali). Quanti ANF giornalieri vanno attribuiti al lavoratore per il mese di giugno 2011, considerando che nel mese non ha fatto assenze?

Risposta
Nei rapporti di lavoro a tempo parziale, per stabilire la misura degli assegni da corrispondere, il datore di lavoro deve sempre verificare, settimana per settimana, la durata della prestazione lavorativa per adeguare a essa la misura degli assegni da erogare, anche se è adottato il periodo di paga mensile e anche se, per effetto di una non omogenea distribuzione dell'orario di lavoro nelle varie settimane, si verifichi nel mese il raggiungimento delle 104 o 130 ore lavorative, mentre in una o più settimane non sia raggiunto il limite delle 24 ore.

Gli assegni familiari spettano nell'intera misura settimanale (6 assegni giornalieri), qualora siano prestate almeno 24 ore di lavoro nella settimana. Il numero minimo di ore lavorate per avere diritto all'intero assegno settimanale è sempre di 24, sia che il lavoratore rivesta la qualifica di operaio che di impiegato.

Per le settimane in cui non è raggiunto il limite minimo di ore lavorate, devono essere corrisposti tanti assegni quante sono le giornate di lavoro effettivamente prestate: in questa fattispecie e nell'ipotesi di settimana "corta" il sabato non lavorato resta escluso.

Nel caso concreto, per le tre settimane centrali del mese di giugno spettano 18 assegni giornalieri, poiché in ciascuna delle tre settimane è stato ampiamente superato il limite minimo delle 24 ore.

Per la frazione di settimana dall'1 al 5 giugno spettano 4 assegni giornalieri (per le giornate di mercoledì, venerdì e sabato, e anche per la giornata festiva del 2 giugno); così anche per la frazione di settimana dal 27 al 30 giugno (ipotizzando che anche in questa settimana sia stato superato il limite delle 24 ore di lavoro prestate). Pertanto, nel caso esaminato spettano in totale 26 assegni giornalieri (18 + 4 + 4).

| More

Società cancellata, sopravvenienze attive e rimborsi distribuiti pro-quota ai soci.

Con la Risoluzione n. 77/E del 27 luglio 2011, l’Agenzia delle Entrate interviene per chiarire gli effetti della cancellazione delle società dal Registro delle imprese a seguito della riforma del diritto societario. In particolare, la risoluzione analizza il problema della gestione delle sopravvenienze attive che dovessero emergere a seguito dell’estinzione della società e dell’esecuzione dei rimborsi d’imposta. In relazione al primo aspetto, va sottolineato che le sopravvenienze attive devono essere attribuite proporzionalmente ai soci, tra i quali si instaura un rapporto di comunione ordinaria ai sensi dell’art. 1100 c.c. L’Agenzia ribadisce che lo stesso principio si può applicare ai rimborsi d’imposta.

| More

Agevolazioni fiscali per fondi rustici: risoluzione dell’Agenzia delle Entrate.

Le agevolazioni fiscali previste per le sentenze di trasferimento di fondi rustici montani, avvenuto per usucapione si applicano, sia all’ipotesi di acquisto in buona fede da chi non è proprietario, nonché nel caso di possesso continuato per quindici anni. Quindi, nei casi in cui si applica l’usucapione speciale (derivante dal possesso continuato per quindici anni del fondo rustico) il contribuente potrà beneficiare dell’applicazione delle imposte di registro e ipotecaria nella misura fissa e dell’esenzione dall’imposta catastale. Lo conferma l’Agenzia dell’Entrate con la Risoluzione n. 76/E del 27 luglio 2011, in linea con quanto stabilito dalla Corte di Cassazione (Sentenza n. 14520/2010).

| More

Assicurazioni: derivazione piena per le indennità agli agenti uscenti.

Il trattamento fiscale delle indennità pagate agli agenti uscenti delle compagnie di assicurazione deriva direttamente dalla relativa rappresentazione contabile. Come conseguenza, le somme soggette a rivalsa, che contabilmente hanno natura patrimoniale, non concorrono alla determinazione del reddito imponibile. Questo è il concetto ribadito dalla Circolare n. 35/E, pubblicata il 27.07.2011 dall’Agenzia delle Entrate, in merito alla rivalsa che le compagnie di assicurazioni esercitano nei confronti di agenti subentranti in un “portafoglio” già esistenti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Per l’autonoma organizzazione è sufficiente un solo dipendente.

Con l’ordinanza 15803 del 19 luglio, la Cassazione ha dichiarato che l’Irap è applicabile nei confronti del professionista che si avvale di un lavoratore dipendente in maniera stabile, costituendo un’attività “autonomamente organizzata” a corredo dell’attività professionale svolta.
Come dispone, infatti, l’articolo 2 del Dlgs 446/1997 “presupposto dell’imposta è l’esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi”.Tuttavia, mentre per l’attività di impresa l’esistenza di un’organizzazione di mezzi e di personale è del tutto connaturale alla stessa attività (articoli 2082 e 2195 codice civile), per i lavoratori autonomi tale requisito può essere verificato solo nel caso concreto.

In motivazione, l’ordinanza 15803/2011 afferma che “(1) è escluso dall’applicazione dell’imposta soltanto il professionista che svolga attività non autonomamente organizzata; (2) il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità e interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui; (3) soprattutto, costituisce onere del contribuente, che chieda il rimborso dell’imposta asseritamente non dovuta, dare la prova dell’assenza delle predette condizioni (per tutte sez. un. 12111/2009)”.

In sostanza, il presupposto predetto per l’esonero da Irap va a vantaggio esclusivo dei contribuenti che si avvalgono esclusivamente della propria professionalità, senza l’ausilio di personale dipendente e con l’impiego di mezzi strumentali “essenziali”, senza dei quali la stessa attività non potrebbe esser esercitata.

Va in proposito ricordato un indirizzo - ormai consolidato - della Corte di cassazione secondo il quale: “l’organizzazione può essere qualificata come autonoma quando sia in grado, non solamente di amplificare l’opera del lavoratore autonomo ma anche di sganciare, almeno potenzialmente l’attività dell’organizzazione da quella dell’organizzatore” (Cassazione 3672/2007).

Inoltre, come emerge dalla lettura dell’ordinanza 15803/2011, non avrebbe rilevanza la natura dell’attività professionale svolta, come nel caso che ha dato luogo alla controversia decisa dalla Corte, in cui il contribuente svolgeva prevalentemente l’attività di sindaco presso società di capitali. Come correttamente afferma la Cassazione, tale circostanza di fatto non è indicativa di assenza di autonoma organizzazione bensì vale per la determinazione della base imponibile Irap essendo escluso la parte di “ricavo netto” corrispondente ai proventi dell’attività di sindaco (articolo 8 del Dlgs 446/1997).

In proposito, si osserva che, ai sensi dell’articolo 50, lettera c-bis), del Tuir, l’attività svolta “in relazione agli uffici di amministratore, sindaco o revisore di società, associazioni e altri enti con o senza personalità giuridica” dà luogo a redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e non a redditi di lavoro autonomo, per effetto di una modifica normativa in vigore dal 1° gennaio 2001. Tali proventi sono esclusi dalla base imponibile Irap non essendo compensi di lavoro autonomo.

I proventi che entrano nella base imponibile Irap ai sensi dell’articolo 8 citato sono esclusivamente quelli considerati fiscalmente redditi di lavoro autonomo (articolo 53 del Tuir), per cui “il libero professionista che, come nel caso in esame, operi ai sensi dell’art. 49, comma 2, del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, [in vigore fino al 31 dicembre 2003] è, per la parte di ricavo netto risultante dall'attività di amministratore di società, non soggetto ad Irap” (Cassazione, sentenza 10594/2007).

Per completezza, si osserva che, in alcuni casi, detti proventi sono qualificati di lavoro autonomo cosiddetto “per attrazione” se l’attività di sindaco, amministratore ecc. “esige le necessarie conoscenze tecnico giuridiche strettamente inerenti all’attività di lavoro autonomo esercitata” (circolare 67/2001). Inoltre, come precisato con la circolare 105/2001, “per regola generale i proventi derivanti dagli uffici di amministratore, sindaco o revisore di società ed enti danno luogo a reddito assimilato a quello di lavoro dipendente. Soltanto in via di eccezione, quando l’ufficio rientra nei compiti istituzionali oggetto della professione, i relativi proventi sono riconducibili all’attività professionale”.

Il criterio “materiale” circa la presenza della “autonoma organizzazione”, adoperato dalla Cassazione, appare conforme ad altro precedente in materia (cfr Cassazione 21122/2010): “Non è (…) la oggettiva natura dell'attività svolta ad essere alla base dell’imposta, ma il modo - autonoma organizzazione - in cui la stessa è svolta ad essere la razionale giustificazione di una imposizione sul valore aggiunto prodotto, un quid che eccede il lavoro personale del soggetto agente ed implica appunto l'organizzazione di capitali o lavoro altrui: se ciò non fosse, e il lavoro personale bastasse, l'imposta considerata, non solo non sarebbe vincolata all'esistenza di una autonoma organizzazione, ma si trasformerebbe inevitabilmente in una sostanziale “imposta sul reddito”.

La previa verifica della sussistenza della cosiddetta “autonoma organizzazione” va effettuata anche nei confronti dei piccoli imprenditori, equiparati ai fini Irap ai lavoratori autonomi, sul presupposto che, anche per i predetti, il requisito organizzativo non è connaturato all’attività svolta, ma va individuato caso per caso (Cassazione 21122/2010, 21123/2010 e 21124/2010).


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Sostitutiva su premi produttività: in regola entro il 16 dicembre.

I sostituti d’imposta che hanno attuato, nei mesi di gennaio e febbraio, la detassazione su voci variabili della retribuzione, in assenza di accordi o contratti collettivi di secondo livello, hanno più tempo a disposizione per rimediare, senza applicazione di sanzioni, alla non corretta applicazione della imposta sostitutiva.
Lo prevede la circolare 36/E del 28 luglio che differisce dal 1° agosto al 16 dicembre il termine per il versamento dell’importo dovuto, in considerazione delle difficoltà manifestate da parte degli stessi sostituti.

L’applicazione dell’imposta sostitutiva del 10% sulle somme legate alla produttività e all’efficienza organizzativa aziendale nel settore privato, introdotta sperimentalmente nel 2008 e successivamente prorogata per il 2009 e per il 2010, è stata estesa al 2011 dall’articolo 53 del Dl 78/2010 e dall’articolo 1, comma 47, della legge 220/2010.

L’Agenzia delle Entrate e il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, con la circolare congiunta 19/E del 10 maggio 2011, in seguito alle problematiche emerse sulla corretta applicazione della detassazione degli emolumenti legati alla produttività aziendale, hanno provveduto a fornire ai sostituti i necessari chiarimenti.
La circolare ha precisato che ai sostituti d’imposta, che nei mesi di gennaio e febbraio hanno applicato l’agevolazione fiscale su voci variabili della retribuzione - pur in assenza di accordi o contatti collettivi di lavoro di II livello - adottando lo stesso comportamento tenuto negli anni precedenti, non vengono irrogate sanzioni nel rispetto di quanto sancito dallo Statuto del contribuente (articolo 10, comma 3, legge 212/2000).
Unica condizione per non pagare le sanzioni era che i sostituti effettuassero il versamento della differenza, maggiorata degli interessi, tra la sostitutiva già pagata e l’importo delle effettive ritenute ordinarie entro il 1° agosto.

Con la circolare odierna, l’Agenzia delle Entrate, in accordo con il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, “tende la mano” ai sostituti d’imposta, che hanno incontrato difficoltà applicative, differendo i termini di scadenza dell’adempimento, anche per eventuali rapporti di lavoro cessati nel frattempo, dal 1° agosto al 16 dicembre 2011.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

giovedì 28 luglio 2011

Quesito: modello CUD 2011 - Redditi non assoggettati a tassazione.

Redditi non assoggettati a tassazione in conseguenza dell’applicazione delle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni . Rilascio della certificazione (CUD) facoltativa.
Le istruzioni relative al modello CUD 2011 prevedono espressamente la compilazione del codice AJ delle annotazioni qualora il sostituto d’imposta «facoltativamente rilasci la certificazione (CUD) per redditi esentati da imposizione in Italia, in quanto il percipiente risiede in uno stato estero con cui è in vigore una convenzione per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte dirette».

Si ritiene che in vigenza di tale fattispecie il sostituto d’imposta non è obbligato a consegnare la certificazione (CUD) al percipiente e comunicare i dati fiscali all'AdE .

è corretto ?

| More

Manovra Correttiva 2011: dal 2013 super bollo fino a 1065,80 euro sui depositi titoli.

A partire dal 2013 costerà fino a 1.065,80 euro in più detenere un deposito titoli in banca dopo l’aumento dell’imposta di bollo sull’estratto conto titoli previsto dalla Manovra Correttiva 2011. L’ipotesi massima di rincari riguarda la quarta e più ricca “fascia”, ovvero quella di investitori che vantano un deposito titoli superiore ai 500mila euro. Lo ha rivelato l’Associazione difesa utenti servizi bancari e finanziari (Adusbef).


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Manovra Correttiva 2011: affrancamento per le operazioni straordinarie.

La Manovra Correttiva 2011 ha introdotto per le imprese coinvolte in operazioni straordinarie, la facoltà di affrancare fiscalmente i maggiori valori delle partecipazioni di controllo, iscritti in bilancio a seguito dell’operazione di affrancamento a titolo di avviamento, marchi d’impresa e altre attività immateriali. L’affrancamento è consentito a fronte del versamento di un’imposta sostitutiva con aliquota del 16%. La nuova opportunità, si applica alle operazioni effettuate sia nel periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2010 sia in quelli precedenti. Nel caso di operazioni effettuate in periodi d’imposta anteriori a quello in corso al 1º gennaio 2011, il versamento dell’imposta sostitutiva è dovuto in un’unica soluzione entro il 30 novembre 2011, mentre gli effetti del riallineamento decorrono dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2012. A dare attuazione alle disposizioni ci sarà un successivo provvedimento dell’Agenzia delle Entrate.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Accise: aumenti estivi per il fumo.

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 170 del 23.07.2011 del Decreto del Direttore per le accise dei Monopoli, il prezzo di vendita al pubblico di oltre 250 marche di sigarette è stato incrementato di 10 centesimi a pacchetto. Il Decreto ha effetto immediato. Complessivamente il peso fiscale in Italia incide per oltre il 72% sul prezzo finale al consumo delle sigarette.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Aggiudicazione provvisoria e successiva negazione in via di autotutela.

Domanda
La stazione appaltante, dopo la provvisoria aggiudicazione di un appalto pubblico, può in via di autotutela negare liberamente l'aggiudicazione?

Risposta
Poiché in materia di appalti pubblici, l'aggiudicazione provvisoria è inidonea a generare nella ditta provvisoriamente aggiudicataria una posizione consolidata di vantaggio, l'Amministrazione che intende esercitare il potere di autotutela rispetto all'aggiudicazione provvisoria ha l'onere di motivazione fortemente attenuato, circa le ragioni di interesse pubblico che lo hanno determinato, essendo sufficiente che sia reso palese il ragionamento seguito per giungere alla determinazione negativa attraverso l'indicazione degli elementi concreti ed obiettivi in base ai quali si ritiene di non procedere all'aggiudicazione.


Fonte: IPSOA

| More

Corte Ue, su interessi e canoni la tassazione è una soltanto.

La domanda di pronuncia pregiudiziale, sollevata dinanzi alla Corte di Giustizia dalla Corte di Cassazione tedesca, riguarda l’interpretazione dell’articolo 1 della direttiva 2003/49/CE, sul regime fiscale applicabile ai pagamenti di interessi e di canoni tra società consociate di Stati membri diversi. In particolare la controversia coinvolge l’Amministrazione Finanziaria tedesca e una società a responsabilità di diritto tedesco in ordine alla determinazione della base imponibile per il calcolo dell’imposta sul reddito da attività produttive.

Normativa comunitaria
L’articolo 1, n. 1 della direttiva 2003/49 prevede l’esenzione da ogni imposta per il pagamento degli interessi o dei canoni, tramite ritenuta alla fonte o previo accertamento fiscale a condizione che il beneficiario effettivo degli interessi o dei canoni sia una società di un altro Stato membro o una stabile organizzazione, situata in altro Stato membro, di una società di uno Stato membro. L’esenzione non trova applicazione con riferimento ad alcune ipotesi disciplinate dal n. 10 dell’articolo 1 della direttiva.

Normativa nazionale
In base a quanto previsto dall’articolo 2 della legge relativa all’imposta sulle attività produttive, ogni attività industriale o commerciale è soggetta, oltre che all’imposta sul reddito o sulle società, all’imposta sul reddito delle attività produttive esercitate sul territorio nazionale. Al riguardo, l’articolo 2 precisa che l’attività svolta dalle società di capitali è sempre considerata a tutti gli effetti attività commerciale o industriale. Infine, secondo l’articolo 6 della legge, i redditi da attività produttive e gli utili societari costituiscono la base imponibile di detta imposta.

La controversia e la richiesta del giudice del rinvio
Una società di capitali di diritto tedesco è controllata da un società olandese, sua azionista al 100%. La società controllata ha ottenuto dalla sua controllante un prestito, che la obbliga alla corresponsione di interessi a quest’ultima. La società controllata ha regolarmente versato alla controllante una somma a titolo di interessi e ha dedotto tale importo dai suoi utili a titolo di spese di gestione.
L’Amministrazione finanziaria tedesca ha tuttavia stabilito che la società controllata aveva titolo per fare valere la deduzione degli interessi dagli utili realizzati, esclusivamente nella misura del 50 per cento dell’importo. Pertanto, la società ha proposto ricorso avverso detta decisione, lamentando un contrasto con l’articolo 1 della direttiva 2003/49. Il ricorso veniva respinto; la società ha pertanto proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione tedesca che ha sospeso il giudizio sottoponendo al vaglio pregiudiziale della Corte di Giustizia la seguente questione. In particolare se l’articolo 1 della direttiva 2003/49 sia in contrasto con una normativa in base alla quale gli interessi sui crediti pagati da una impresa avente sede in uno Stato membro a una impresa consociata di uno Stato membro diverso sono computati in capo alla prima impresa per il calcolo della base imponibile dell’imposta sul reddito da attività produttive.

Le valutazioni della Corte
Premesso che, in ossequio alla vigente normativa interna, l’Amministrazione finanziaria tedesca ha inserito nel calcolo della base imponibile dell’imposta sul reddito da attività produttive, computandola tra gli utili, la metà degli interessi versati dalla società controllata tedesca alla sua controllante con sede nei Paesi Bassi, la società controllata ha lamentato il fatto che il calcolo della base imponibile configura in sostanza un assoggettamento a imposta. La conseguenza è che la normativa interna darebbe luogo a una doppia imposizione economica degli interessi, incompatibile in quanto tale, con l’articolo 1 della direttiva 2003/49.
Al riguardo, la Corte precisa che la direttiva è diretta alla eliminazione delle doppie imposizioni per quanto attiene al pagamento di interessi e di canoni, effettuati tra società consociate di Stati membri diversi, e a stabilire che tali pagamenti siano assoggettati una sola volta ad imposizione in un unico Stato membro.
Tuttavia, l’articolo 1 della direttiva 2003/49 , diretto ad evitare una doppia imposizione giuridica dei pagamenti di interessi transfrontalieri, vietando l’assoggettamento a imposta degli interessi nello Stato membro di origine a danno del loro effettivo beneficiario, trova applicazione esclusivamente con riferimento alla posizione tributaria del creditore degli interessi.
Detto regime pertanto, non trova applicazione con riferimento al soggetto debitore di tali interessi.
Pertanto, la normativa interna oggetto del vaglio della Corte, non comporta una diminuzione del reddito del creditore, non assoggettando il beneficiario degli interessi ad alcuna imposizione. Tale normativa si riferisce esclusivamente alla determinazione della base imponibile relativa all’imposta sul reddito da attività produttive, cui è soggetto il debitore degli interessi versati.
Inoltre, la disposizione recata dall’articolo 1 della direttiva 2003/49 non contempla le modalità del calcolo della base imponibile di chi corrisponde gli interessi.
La Corte osserva anche che le regole relative alla deducibilità di alcune spese in tema di determinazione della base imponibile di chi corrisponde degli interessi, sono espressione della politica tributaria di ogni Stato membro. Pertanto, in mancanza di una espressa previsione al riguardo, l’ambito applicativo dell’esenzione riconosciuta dall’articolo 1 della direttiva 2003/49 non può estendersi al di là di quanto previsto da tale ultima disposizione.

Le conclusioni
La Corte conclude affermando che l’articolo 1, n. 1, della direttiva 2003/49, deve essere interpretato nel senso che non osta a una disposizione di diritto interno in base alla quale gli interessi relativi a un prestito, versati da una società con sede in uno Stato membro a una società consociata con sede in uno Stato membro diverso, siano computati nella base imponibile dell’imposta sul reddito da attività produttive cui è soggetta la prima società.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Il Fisco accorda la “pausa” estiva. Slittano versamenti e modello 770.

Contribuenti in ferie e il Fisco ne tiene conto.
L’articolo 3 del decreto della presidenza del Consiglio dei ministri del 12 maggio scorso ha stabilito lo spostamento al 20 agosto delle scadenze ricadenti nel periodo compreso tra il 1° e il 20 agosto stesso. Ma il 20 agosto è sabato. Il giorno da cerchiare sull’agenda dei contribuenti è lunedì 22.
Passano alla stessa data anche le “naturali” scadenze del 31 luglio, che quest’anno cade di domenica e si giova dell’effetto “trascinamento” della proroga.

Proroga estiva, ma non per tutti
Le uniche eccezioni riguardano i versamenti risultanti da Unico 2011 (compreso il primo acconto per il 2011), dovuti dalle persone fisiche e dai soggetti diversi dalle persone fisiche “interessati” dagli studi di settore, e la prima rata di acconto dell’imposta sostitutiva per coloro che hanno scelto il regime della cedolare secca. Per questi adempimenti, se non effettuati entro il 6 luglio, resta ferma la scadenza del 5 agosto se si vuole sfruttare la seconda “chiamata”, nei successivi 30 giorni, con la maggiorazione dello 0,40%.

“Effetto domino” sulle scadenze del 31 luglio
I contribuenti che avrebbero dovuto adempiere a obblighi fiscali entro la scadenza del 31 luglio quest’anno avranno più tempo, dal momento che il termine previsto cade di domenica e, in virtù della “proroga ferragostana” accordata con il Dpcm del 12 maggio, slitta anch’esso al 22 agosto.

Queste le principali scadenze per le quali si ingenera l’“effetto domino":
invio telematico del modello 770, semplificato e ordinario, da parte dei sostituti d’imposta
versamenti derivanti da Unico 2011 da parte dei contribuenti non titolari di partita Iva che hanno optato per il pagamento rateale delle imposte
versamento dell’Iva relativa agli acquisti intracomunitari registrati nel mese di giugno da parte degli enti non commerciali
invio telematico degli elenchi Intra-12, relativi agli acquisti intracomunitari effettuati nel mese di giugno, da parte degli enti non commerciali e degli agricoltori esonerati
invio della comunicazione telematica (riguardante il mese di giugno e il 2° trimestre 2011) da parte dei soggetti Iva che hanno rapporti commerciali con operatori economici con sede, residenza o domicilio nei Paesi “black list”
invio telematico, da parte degli intermediari finanziari, della comunicazione all’Anagrafe tributaria dei dati dei soggetti con i quali sono stati intrattenuti rapporti di natura finanziaria nel mese di giugno
versamento dell’imposta su premi e accessori incassati nel mese di giugno da parte delle imprese di assicurazione.

Chiamata generale in cassa il 22 agosto
Il 22 agosto diventa il “fiscal day” anche per tutti gli adempimenti con scadenza ricadente nell’arco dei primi 20 giorni del mese.
Vengono dunque chiamati in cassa o devono assolvere gli adempimenti fiscali anche:
le persone fisiche e i soggetti diversi dalle persone fisiche, titolari di partita Iva, che hanno scelto il pagamento rateale delle imposte derivanti da Unico 2011 (scadenza ordinaria 16 agosto)
i contribuenti Iva (mensili e trimestrali) che devono versare l’imposta dovuta per il mese di luglio o per il secondo trimestre 2011 e quelli che devono assolvere i diversi adempimenti previsti entro il quindicesimo giorno del mese (registrazione dei corrispettivi relativi alle operazioni effettuate nel mese di luglio, invio del documento riepilogativo delle fatture di importo inferiore a 300 euro emesse nel mese di luglio, emissione e registrazione delle fatture differite riguardanti beni consegnati o spediti nel mese di luglio)
coloro che si avvalgono del ravvedimento per i versamenti di imposte e contributi non effettuati o effettuati in misura insufficiente, entro il 18 luglio
i sostituti d’imposta che devono versare le ritenute operate nel mese di luglio
le Amministrazioni dello Stato e gli Enti pubblici che hanno operato ritenute alla fonte sui redditi di lavoro dipendente e autonomo corrisposti nel mese di luglio
le banche e le Poste Italiane Spa che devono versare la ritenuta eseguita sui bonifici effettuati nel mese di luglio all’esecutore dei lavori di ristrutturazione o di riqualificazione energetica che danno luogo a oneri deducibili e detrazioni d’imposta del 36 e 55 per cento
gli enti, pubblici e privati, che corrispondono redditi di pensione di importo non superiore a 18mila euro annui, che devono versare la rata delle imposte dovute in sede di conguaglio di fine anno e la rata del canone Rai per conto dei pensionati che hanno presentato la richiesta di rateizzazione entro lo scorso 15 novembre
coloro che esercitano attività di intrattenimento che devono provvedere al versamento dell’imposta riguardante le attività svolte con carattere di continuità nel mese di luglio.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Catasto fabbricati: le variazioni catastali per le costruzioni rurali.

Il Decreto Sviluppo ha previsto la facoltà per i proprietari di abitazioni rurali iscritte nel catasto fabbricati, di presentare all’Agenzia del Territorio una domanda di variazione catastale entro il 30.09.2011, per l’attribuzione della categoria A6 per gli immobili abitativi, e D10 per quelli strumentali. Alla richiesta di variazione dovrà essere allegata un’autocertificazione attestante la destinazione rurale del fabbricato in via continuativa per almeno 5 anni. L’Agenzia del Territorio dovrà verificare la sussistenza dei requisiti di ruralità e avrà tempo fino al 20.11.2011 per negare, eventualmente, con in provvedimento motivato la categoria catastale del fabbricato. Se ciò avviene il proprietario dovrà pagare le imposte Ici ed Irpef non versate, oltre agli interessi e sanzioni in misura doppia.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Bonus bebè, la richiesta di restituzione non riguarda l’Agenzia delle Entrate.

Con il comunicato stampa del 26 luglio 2011 l’Agenzia delle Entrate ribadisce di esser estranea alla faccenda del bonus bebè, sia alle lettere inviate nel 2005 per informare le famiglie dell’opportunità di godere del bonus, sia delle lettere che nelle ultime settimane ne chiedono la restituzione. L’Agenzia, pertanto, invita i cittadini che hanno ricevuto queste lettere a non recarsi presso gli sportelli delle Entrate e di non utilizzare i canali di assistenza dell’Agenzia, perché non sarà loro di alcuna utilità, anzi sarà solo una perdita di tempo.

| More

Scadenze fiscali, in agosto slittano gli adempimenti.

Anche il Fisco va in vacanza. Con il d.p.c.m. del 12.05.2011 sono state spostate al 20.08 le scadenze comprese tra il 1° e il 20 agosto. Tuttavia, visto che il 20 agosto cade di sabato, il “fiscal day” diventa il 22.08. Slittano quindi a questa data: la presentazione del mod. 770 (sia semplificato sia ordinario), le comunicazioni black list del mese di giugno e del 2° trimestre, i versamenti derivanti da Unico 2011 per i contribuenti non titolari di partita Iva che hanno deciso di pagare a rate ed hanno effettuato il primo versamento entro il 6 luglio 2011.

| More

Omesso versamento Iva 2005, la norma sanzionatoria è ok.

Con l’ordinanza 244 del 21 luglio, la Corte costituzionale ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000 – introdotto dall’articolo 35, comma 7, del Dl 223/2006 – sollevata in riferimento all’articolo 3 della Costituzione.
Prima di esaminare nel dettaglio l’ordinanza, ricordiamo brevemente la normativa in questione.

Il quadro normativo di riferimento
L’articolo 35, comma 7, del Dl 223/2006 ha introdotto, a decorrere dal 4 luglio 2006, nell’ambito del Dlgs 74/2000, gli articoli 10-ter e 10-quater, ossia due nuove fattispecie delittuose riferite, rispettivamente, all’omesso versamento dell’Iva e all’utilizzazione in compensazione di crediti non spettanti o inesistenti, ove l’ammontare ecceda 50mila euro per ciascun periodo d’imposta.
In particolare, la fattispecie delittuosa prevista nell’articolo 10-ter - il cui testo prevede “la disposizione di cui all’articolo 10-bis si applica, nei limiti ivi previsti, anche a chiunque non versa l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo” - rinvia alla sanzione penale stabilita, dal precedente articolo 10-bis, per il delitto di omesso versamento di ritenute certificate (per un ammontare superiore a 50mila euro), ossia la reclusione da sei mesi a due anni.
In altri termini, per il legislatore, il comportamento del contribuente che non versa l’Iva dichiarata a debito in sede di dichiarazione annuale è assimilabile, sotto il profilo sanzionatorio, a quello del sostituto d’imposta che non versa le ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti.

A tal proposito, si ricorda che l’articolo 6, comma 2, della legge 405/1990 stabilisce che l’acconto Iva deve essere versato entro il giorno 27 del mese di dicembre, pertanto, per la consumazione del reato di cui all’articolo 10-ter, non è sufficiente un qualsiasi ritardo nel versamento rispetto alle scadenze previste, ma occorre che l’omissione del versamento dell’imposta dovuta in base alla dichiarazione si protragga fino al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo di imposta di riferimento (quindi, il reato in parola si configura allorquando, ad esempio, il debito Iva risultante dalla dichiarazione relativa all’anno 2006 non venga versato entro il 27 dicembre 2007).
Ne consegue che il momento consumativo del reato di cui al citato articolo 10-ter è determinato dallo spirare del termine per il versamento dell’acconto (ossia, il 27 dicembre dell’anno solare) per il periodo d’imposta successivo (cfr, Cassazione 6293/2010).

Ora, considerato che la disposizione in esame è entrata in vigore il 4 luglio 2006 e che la fattispecie delittuosa si perfeziona alla data del 27 dicembre di ciascun anno per l’Iva relativa alla dichiarazione dell’anno precedente, la previsione sanzionatoria trova applicazione a partire dai reati di omesso versamento consumati entro il 27 dicembre 2006, ovvero quelli riguardanti l’Iva risultante dalla dichiarazione relativa all’anno 2005 (cfr, circolare 28/2006).

L’ordinanza di rimessione
Con ordinanza del 22 ottobre 2010, il Tribunale di Torino ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000, per violazione dell’articolo 3 della Costituzione, relativamente agli omessi versamenti per il periodo di imposta 2005, in quanto - solo per l’annualità 2005 - il termine per versare le imposte risultava inferiore a quello normalmente concesso per i successivi periodi di imposta.
Secondo i giudici piemontesi, infatti, poiché la fattispecie delittuosa in parola si consuma - in ragione della disciplina relativa all’Iva - nel mese di dicembre dell’anno successivo a quello rispetto al quale l’imposta è dovuta, il soggetto che sulla base della dichiarazione annuale è debitore di imposta, nella misura superiore a 50mila euro, ha un termine di dodici mesi per corrispondere il tributo onde non incorrere in responsabilità penale.
Invece, con riferimento all’imposta dovuta per l’anno 2005, appare evidente, essendo la norma incriminatrice entrata in vigore il 4 luglio 2006, che il termine per effettuare il versamento dell’imposta - al fine di non incorrere in omissione penalmente rilevante - è, in concreto stato, di molto inferiore a quello di dodici mesi, avendo avuto il contribuente minor tempo per sanare la sua posizione debitoria (dal 4 luglio al 27 dicembre 2006).

In buona sostanza, la norma incriminata ha un contenuto precettivo differente a seconda dell’anno per il quale è dovuta l’imposta, sicché è fatto obbligo a chi era debitore Iva per l’anno 2005 di effettuare il versamento in un termine inferiore rispetto a chi lo è stato per gli anni successivi e a chi lo sarà in futuro.
Pertanto, concludono i giudici torinesi, vi è “…una disparità di trattamento, punendo la norma in ugual modo condotte differenti, tra chi ha omesso il versamento IVA per l’anno 2005 e chi lo ha omesso o lo ometterà negli anni successivi, con conseguente violazione dell’art. 3 della Costituzione”.

La sentenza della Corte costituzionale
Secondo la Consulta, la doglianza è infondata e va rigettata.
Infatti, per costante giurisprudenza della stessa Corte, “…non contrasta, di per sé, con il principio di eguaglianza un trattamento differenziato applicato alla stessa categoria di soggetti, ma in momenti diversi nel tempo, poiché il fluire del tempo costituisce un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche (ex plurimis, sentenza n. 94 del 2009, ordinanze n. 61 del 2010, n. 170 del 2009 e n. 212 del 2008; nonché, con particolare riguardo alla disciplina dei termini, sentenze n. 342 del 2006, n. 489 del 1989 e n. 367 del 1987)…”.

La circostanza poi, che, per ragioni collegate alle meccaniche di entrata in vigore della norma incriminatrice, il debitore di Iva per l’anno 2005 dispone, al fine di eseguire il versamento – o, meglio, per decidere se effettuarlo o meno con la consapevolezza che la sua omissione avrà conseguenze penali – di un termine minore di quello accordato ai contribuenti per gli anni successivi, non può ritenersi, di per sé, lesiva del parametro costituzionale evocato.

Oltretutto, continua la Corte, il termine di oltre cinque mesi e mezzo (dal 4 luglio al 27 dicembre 2006), riconosciuto al soggetto in questione, in luogo dei quasi dodici mesi ordinari, “…non può ritenersi intrinsecamente incongruo, ossia talmente breve da pregiudicare o da rappresentare, di per sé, un serio ostacolo all’adempimento (per analoga considerazione, con riguardo ad altra fattispecie, sentenza n. 342 del 2006)…correlativamente, neppure può considerarsi lesivo del principio di eguaglianza il fatto che la norma censurata sottoponga allo stesso trattamento sanzionatorio soggetti che fruiscono di termini comunque differenti per il versamento idoneo ad evitare la responsabilità penale…”.

Ciò in quanto, “…al legislatore è consentito includere in uno stesso paradigma punitivo una pluralità di fattispecie diverse per struttura e disvalore, spettando, in tali casi, al giudice far emergere la differenza tra le varie condotte tramite la graduazione della pena tra il minimo e il massimo edittale (ex plurimis, sentenze n. 250 e n. 47 del 2010; ordinanze n. 213 del 2000 e n. 145 del 1998)…”.

Tanto premesso, chiosa infine la Consulta, la particolare situazione in cui “…sono venuti a trovarsi i contribuenti per l’anno 2005 rispetto ai destinatari del precetto per gli anni successivi, potrà essere eventualmente apprezzata e valorizzata dal giudice in sede di determinazione della pena nell’ambito della forbice edittale, sufficientemente ampia a tal fine (da sei mesi a due anni di reclusione)…”.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Società cancellata, cioè estinta. Attivo e rimborsi, ai soci pro quota.

Con la risoluzione 77/E del 27 luglio, l’Agenzia delle Entrate interviene per chiarire gli effetti della cancellazione delle società dal registro delle imprese a seguito della riforma del diritto societario.
In particolare, sull’argomento, il Dlgs 6/2003 ha modificato l’articolo 2456 cc, poi trasfuso nell’articolo 2495 dello stesso codice, inserendovi l’inciso “ferma restando l’estinzione della società”.
Secondo, quindi, il nuovo testo della norma, “Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese. Ferma restando l'estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l'ultima sede della società”.

La precisazione del legislatore ha imposto una riconsiderazione della natura degli effetti della cancellazione della società dal registro delle imprese, dalla quale discendono alcune conseguenze sull’attività operativa degli uffici, in particolare, relativamente all’attribuzione delle cosiddette sopravvenienze attive emergenti a seguito dell’estinzione, e in materia di rimborsi d’imposta.

La questione preliminare della natura giuridica della cancellazione
A proposito della natura giuridica della cancellazione delle società dal registro delle imprese, la giurisprudenza della Corte di cassazione ha manifestato, nel tempo, diversi orientamenti.

Quando era ancora in vigore l’articolo 2456, cioè prima dell’inciso “ferma restando l’estinzione della società” introdotto dal legislatore della riforma del diritto societario, la Suprema corte aveva prevalentemente optato per la natura dichiarativa della cancellazione. Secondo tale orientamento, l’estinzione della società si verificava solo quando fossero esauriti tutti i rapporti giuridici a essa facenti capo a seguito della procedura di liquidazione, compresi i contenziosi in corso con i terzi.
Nell’ipotesi di sopravvenienze attive o passive, ovvero in caso di giudizi pendenti, doveva, dunque, riconoscersi alla società una limitata soggettività e capacità giuridica (cfr Cassazione, sentenze 10065/1996, 4953/2000, 15691/2003, 10555/2001, 9917/2005, 19732/2005, 12114/2006, 20377/2006, 646/2007, 29464/2008 e 25819/2008).
In altri termini, la società cancellata non perdeva la propria capacità processuale né, i suoi organi, la rappresentanza.

Con pronunce in massima parte successive alla riforma del diritto societario, la Cassazione ha mutato orientamento, affermando la natura costitutiva della cancellazione dal registro delle imprese e la conseguente estinzione irreversibile della società, anche in presenza di crediti insoddisfatti e di rapporti di altro tipo non definiti (cfr Cassazione, sentenze 18618/2006, 25192/2008, 29242/2008 e 25563/2009).
Restava, tuttavia, aperto il problema relativamente alle società di persone.

Di recente, ben quattro sentenze a sezioni unite della Suprema corte hanno attribuito natura costitutiva alla cancellazione delle società dal registro delle imprese, esprimendo definitivamente il principio della irreversibile estinzione di quest’ultima, anche in presenza di rapporti non definiti.
Alla stessa conclusione la Cassazione è giunta con riferimento alle società di persone, riconoscendo al novellato articolo 2495 cc “un effetto espansivo”, nonostante, in questo caso, la natura dichiarativa della cancellazione. A questa tesi si è adeguata la risoluzione in esame.

Il problema delle sopravvenienze attive
Uno dei problemi affrontati dal documento di prassi è quello delle cosiddette sopravvenienze attive, ossia degli elementi patrimoniali attivi, non compresi nel bilancio di liquidazione in quanto non conoscibili a quella data. Si tratta, infatti, di un nodo che non viene disciplinato dal legislatore né affrontato dalla Corte di cassazione, al quale ha tentato di dare soluzione la dottrina.

In particolare, da taluni si è ipotizzata la necessità della nomina di un curatore speciale, deputato al completamento delle attività non ultimate dal liquidatore prima della cancellazione, venendosi a creare una situazione simile a quella dell’eredità giacente. Da parte di altri si è invocato, invece, il potere del giudice del registro di “cancellare la cancellazione”, dato che questa sarebbe stata effettuata in difetto delle condizioni richieste dalla legge.
Altri ancora, infine, hanno configurato un meccanismo successorio dal quale scaturirebbe una situazione di comunione tra gli ex soci, avente a oggetto i beni non liquidati o comunque una contitolarità, in capo a costoro, dei diritti della società prima della cancellazione.
A tale ultima tesi si allinea l’Agenzia delle Entrate, affermando che le sopravvenienze attive devono essere attribuite “proporzionalmente ai soci, tra i quali si instaura un rapporto di comunione ordinaria ai sensi dell’art. 1100 del c. c., simile, in linea generale, a quello degli eredi”.

… e quello dei rimborsi d’imposta
A tal proposito, la risoluzione ricorda che, ai sensi dell’articolo 5 del Dm 26 febbraio 1992, il rimborso Iva, spettante alla società cancellata dal registro delle imprese, può essere eseguito al liquidatore “nella sua qualità di rappresentante legale della società in fase di estinzione”, se il credito di imposta è stato evidenziato nel bilancio finale di liquidazione, depositato nella cancelleria del tribunale. Tuttavia, tale disposizione si inserisce nel contesto normativo precedente la modifica della disciplina degli effetti della cancellazione della società e l’interpretazione successivamente fornita dalle sezioni unite della Cassazione.

Considerato, infatti, che la società cancellata è estinta irreversibilmente, il rimborso non può più essere eseguito al rappresentante legale, ai sensi del citato articolo 5, non potendosi configurare un rappresentante legale di un soggetto estinto. Pertanto, la risoluzione trova una soluzione sulla base delle medesime premesse accolte per la gestione delle sopravvenienze attive: come avviene per le società di persone, la titolarità del diritto al rimborso delle imposte viene riconosciuta direttamente ai soci, pro quota.

Riguardo a chi materialmente eseguire i rimborsi, la risoluzione suggerisce ai soci titolari del diritto di delegare uno di loro o un terzo (ad esempio l’ex liquidatore) alla riscossione dello stesso. Si tratta, evidentemente, di una semplice raccomandazione, volta a evitare l’erogazione del rimborso a ciascun socio in proporzione alle quote sociali, tanto complessa quanto lo è, generalmente, la compagine sociale delle società di capitali. Un obbligo in tal senso, infatti, potrebbe essere previsto solo da un’apposita norma.

La stessa Amministrazione fiscale, con la circolare 255/2000, aveva chiarito, con riferimento ai soci di società di persone cessate, che il conferimento di una delega a un solo socio per la riscossione del rimborso non costituisce un obbligo, bensì una mera facoltà.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Usucapione piccola proprietà rurale, regime di favore ad ampio raggio.

Le agevolazioni fiscali previste dall’articolo 4 della legge 346/1976, che richiama l’articolo 9, comma 2, Dpr 601/1973, concernente le agevolazioni per i trasferimenti di fondi rustici siti in territori montani, si applicano alle sentenze dichiarative dell’usucapione speciale di fondi rustici, ossia alle ipotesi di acquisto della proprietà in virtù del possesso continuato del fondo rustico per quindici anni (articolo 1159-bis, comma 1).

Questo, in sintesi, l’orientamento emerso nella risoluzione n. 76/E del 27 luglio, con la quale l’Agenzia dell’Entrate ha fornito nuovi chiarimenti in ordine al trattamento fiscale applicabile, ai fini dell’imposta di registro, ipotecaria e catastale, alle sentenze dichiarative dell’usucapione speciale di fondi rustici, siti in zone montane, a favore di coltivatori diretti.

Con la legge 346/1976, sono state dettate disposizioni in materia di “usucapione speciale per la piccola proprietà rurale”. In particolare, l’articolo 1 ha modificato il codice civile introducendo, dopo l’articolo 1159, l’articolo 1159-bis.
Tale disposizione disciplina, per la piccola proprietà rurale, due differenti ipotesi di acquisto della proprietà per usucapione speciale, prevedendo:
l’acquisto della proprietà in virtù del possesso continuato, per quindici anni, di fondi rustici con annessi fabbricati situati in comuni classificati montani dalla legge (articolo 1159-bis, comma 1, codice civile)
l’acquisto della proprietà in virtù del decorso di cinque anni dalla data di trascrizione del titolo diacquisto in buona fede da chi non è proprietario, di fondi rustici con annessi fabbricati situati in comuni classificati montani dalla legge (articolo 1159-bis, comma 2, codice civile).
Con l’articolo 4, inoltre, è stato stabilito un regime fiscale di favore - costituito dall’applicazione delle imposte di registro e ipotecaria nella misura fissa e nell’esenzione dall’imposta catastale, (articolo 9, comma 2, Dpr 601/1973) - per i trasferimenti immobiliari che abbiano realizzato l’arrotondamento o l’accorpamento di proprietà dirette-coltivatrici, regolarizzati con la particolare procedura prevista per l’usucapione speciale dagli articoli 1, 2 e 3 della medesima legge.
Il richiamato articolo 9, comma 2, Dpr 601/1973, dispone, infatti, che nei territori montani i trasferimenti di proprietà a qualsiasi titolo di fondi rustici, fatti a scopo di arrotondamento o di accorpamento di proprietà diretto-coltivatrici, singole o associate, sono soggetti alle imposte di registro e ipotecaria nella misura fissa e sono esenti dalle imposte catastali.

La problematica relativa alla portata dell’articolo 4 della legge 346/1976 era già stata affrontata dall’Agenzia delle Entrate con due precedenti risoluzioni (201/2007 e 244/2008), con le quali veniva affermato che la disposizione agevolativa recata dal citato articolo trovava applicazione esclusivamente per i trasferimenti individuati dal secondo comma dell’articolo 1159-bis del codice civile, ossia nel solo caso di acquisto in buona fede da chi non è proprietario, e non anche nel caso di acquisto in virtù del possesso continuato per quindici anni disciplinato dal primo comma del predetto articolo 1159-bis (acquisto a titolo originario).
Ciò in quanto, osservava l’Agenzia, il tenore letterale dell’articolo 4 (“trasferimenti immobiliari regolarizzati a norma …”) “porta a ritenere che l’agevolazione fiscale sia riferita esclusivamente a tali trasferimenti, vale a dire quelli individuati dal comma 2 dell’articolo 1159-bis c.c. e non anche agli acquisti a titolo originario di cui al comma 1 dello stesso articolo”.

Tale interpretazione, tuttavia, non trova conferma nei principi espressi dalla Corte di cassazione in ordine all’applicabilità delle predette agevolazioni in caso di acquisto per usucapione speciale di fondi rustici siti in territori montani.
In particolare, nella sentenza 14520/2010, la Cassazione ha affermato che “se è vero che il DPR n. 601 del 1973, articolo 9, comma 2, si riferisce ai soli trasferimenti di proprietà è anche vero che la legge sull’usucapione speciale per la piccola proprietà rurale (cit. L. n. 346 del 1976), all’articolo 4, dichiara applicabili le suddette agevolazioni, …, ai trasferimenti immobiliari, regolarizzati a norma degli articoli precedenti, ossia anche all’usucapione”. A parere della Corte suprema, non sussiste, infatti, una valida ratio per ritenere che il richiamo all’articolo 9, comma 2, del Dpr 601/1973, sia riferito solo all’ipotesi di cui all’articolo 1159-bis codice civile, comma 2, ‘acquisto in buona fede da chi non è proprietario’, “che è pur sempre un acquisto a non domino e, pertanto, non certamente derivativo”.

L’Agenzia delle Entrate ha, dunque, riesaminato la posizione precedentemente espressa.
Le agevolazioni previste dall’articolo 4 della legge 346/1976 possono trovare applicazione anche con riferimento agli acquisti della proprietà per usucapione speciale, derivante dal possesso continuato del fondo rustico per quindici anni (articolo 1159-bis, comma 1, del codice civile).
La circostanza, infatti, che l’articolo 4 estenda le agevolazioni fiscali previste dall’articolo 9 del Dpr 601/1973 “ai trasferimenti immobiliari regolarizzati a norma degli articoli precedenti”, porta a ritenere che le agevolazioni possano trovare applicazione con riferimento a tutti gli acquisti di proprietà disciplinati dalla suddetta legge, compresa l’ipotesi di acquisto della proprietà di fondi rustici per usucapione derivante dal possesso continuato per quindici anni.

Tale interpretazione appare conforme alla ratio stessa della legge 346/1976, volta a introdurre un regime di favore per la formazione della piccola proprietà rurale realizzata tramite usucapione, sia prevedendo una speciale procedura di regolarizzazione del riconoscimento dell’avvenuta usucapione dei fondi siti nei comuni montani, sia prevedendo l’applicazione di un regime fiscale di favore nei casi in cui, tramite detti acquisti, si realizzi “l’arrotondamento o l’accorpamento di proprietà dirette-coltivatrici”.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Ires: copia incolla dal bilancio per la "rivalsa degli agenti".

Le indennità pagate dalle imprese di assicurazione agli agenti cessati, non ancora addebitate per rivalsa a quello subentrante, rappresentano un'attività e, quindi, finiscono la loro corsa nello Stato patrimoniale. Al conto economico sarà poi, eventualmente, imputata solo la parte che dovesse rimanere a carico della compagnia. Questa è la linea contabile dettata dall'Isvap. Linea che finisce per assumere anche pieno rilievo fiscale. Nessuna norma tributaria prevede, infatti, un trattamento ad hoc delle somme in questione e, di conseguenza, il dato di bilancio va preso, per la determinazione della base imponibile Ires, così com'è, in ossequio ai principi di derivazione (articolo 83 del Tuir) e di preventiva imputazione al conto economico (articolo 109 del Tuir), due dei pilastri su cui poggia la disciplina del reddito d'impresa.
E' il chiarimento contenuto nella circolare n. 35/E del 27 luglio.

Discorso (quasi) tutto patrimoniale
"E' riconosciuto all'impresa il diritto di rivalsa verso l'agente subentrante per le indennità dovute all'agente cessato o ai suoi eredi …". A prevederlo è l'articolo 37 del Contratto nazionale agenti.

La recuperabilità della somma, pagata dall'impresa assicurativa, esclude che alla stessa possa essere attribuita natura reddituale. E l'Isvap l'ha rimarcato anche di recente, con la nota n. 32-09-000107, in cui si legge che "la modalità di contabilizzazione stabilita dalla normativa settoriale vigente prevede l'imputazione delle indennità soggette a rivalsa esclusivamente a conti di natura patrimoniale".

In sostanza, destinate al conto economico sono solo le quote di indennità che eventualmente dovessero eccedere la parte soggetta a rivalsa, rimanendo così a carico della compagnia e assumendo perciò, questa volta sì, natura di costo.

Il fatto: la rappresentazione contabile così (seppur sommariamente) descritta non può che avere riconoscimento fiscale, in mancanza di una norma di variazione (in aumento o in diminuzione) che stabilisca regole di tassazione differenti per le indennità di cessazione del rapporto di agenzia. L'effetto: fiscalmente deducibile è la sola parte di indennità eventualmente non "recuperata" dall'impresa assicurativa (quella civilisticamente imputata a conto economico).


Fonte: Agenzia Entrate

| More

lunedì 25 luglio 2011

Lettre de Change Relevé.

Domanda
Un compratore francese, quale pagamento di due forniture, ci ha firmato per accettazione due Lettre de Change Relevé (Cambiali tratte) contenenti la dicitura "sans frais", con scadenza 31/05/2011, per un importo di 3.000 Euro circa ciascuna. Ricevute le due Lettre de Change Relevé abbiamo provveduto a presentarle ad una banca di Parigi, con la quale deteniamo un conto corrente, affinché provvedesse a curarne l'incasso. Alla scadenza il compratore non ha pagato l'importo e siamo venuti a conoscenza che nei suoi confronti è stato avviato un procedimento chiamato redressement judiciaire. A questo punto, in quanto le due Lettre de Change Relevé sono state accettate, quale la nostra "forza" al fine di esigere il pagamento delle stesse?

Risposta
Da quanto indicato nel quesito, all'interno delle Lettre de Change Relevé è stata prevista la dicitura sans frais (senza spese), la quale esclude la possibilità per il traente (Voi) di poter avviare qualsiasi azione di regresso in caso di mancato pagamento. Di conseguenza, non Vi rimane che cercare di recuperare il credito tramite un'azione giudiziaria ordinaria.

Il fatto che il debitore/compratore abbia firmato per accettazione le cambiali, starebbe ad indicare che questi ha maggiormente riconosciuto il proprio debito nei Vostri confronti. Tuttavia, la dicitura sans frais non Vi permette un recupero del credito se non per il tramite di un'azione giudiziaria ordinaria.

Nel quesito viene specificato, inoltre, che il cliente francese si trova in redressement judiciaire il quale, presumibilmente, è una procedura fallimentare prevista dall'ordinamento francese. Questo complicherebbe ulteriormente le cose in quanto occorrerebbe verificare quali i margini di operatività (con i conseguenti costi), in modo da poter valutare la possibilità (e gli impegni che ne deriverebbero) al fine di recuperare per vie ordinarie il credito vantato verso il compratore francese, sebbene a carico di quest'ultimo sia stato avviato un redressement judiciaire.

Oltre che avviare una procedura ordinaria dinnanzi ad un giudice francese, a Vostra disposizione vi sono alcuni strumenti previsti dall'ordinamento comunitario (vedasi il Regolamento (CE) 805/2004, che prevede la possibilità di certificare come Titolo esecutivo europeo un atto/decisione/transazione relativa a crediti non contestati, oppure il Regolamento (CE) 1896/2006, il quale istituisce un procedimento uniforme a livello comunitario al fine dell'emissione dell'ingiunzione di pagamento e della sua esecuzione all'interno del territorio degli altri Stati membri) i quali, tuttavia, prevedono che l'esecuzione dei provvedimenti (e, quindi, le procedure al fine di recuperare i soldi) sarà disciplinata da quanto previsto dall'ordinamento del Paese del debitore. Ecco che si rende necessario conoscere quali i margini di operatività per il recupero di un credito vantato verso un soggetto nei cui confronti sia stato avviato un redressement judiciaire.


Fonte: IPSOA

| More

Anomalie nei pagamenti in contanti. Legittimo l’accertamento induttivo.

L’assenza dell’effettivo movimento di denaro – soprattutto quando la somma in questione è di ingente entità – dimostrata attraverso presunzioni semplici, ma gravi, precise e concordanti, può legittimare l’accertamento induttivo per falsa fatturazione, ai sensi dell’articolo 39 del Dpr 600/1973.
Questo il principio contenuto nell’ordinanza 15583/2011, nella quale la Cassazione ha ritenuto valido l’atto impositivo tributario fondato su elementi probatori valutati – dal giudice di merito, sia singolarmente che complessivamente – fortemente indiziari.

Il fatto
Un contribuente impugna in Cassazione la sentenza d’appello che, in accoglimento del gravame proposto dall’Amministrazione finanziaria, aveva confermato l’avviso di accertamento per Irpef e Ilor (anno 1991).

Secondo i giudici di secondo grado, l’addebito di falsa fatturazione – posto a fondamento dell’atto contestato – trovava giustificazione sia in anomali pagamenti d’ingenti somme in contanti per una presunta fornitura di beni (fatta dal contribuente a una società) sia in fittizie forniture degli stessi beni fatte al contribuente da un’altra società, pur in assenza presso quest’ultima, del bene stesso.

Tra i motivi di ricorso, il contribuente lamenta la violazione di legge e il vizio di motivazione, in quanto i giudici d’appello avrebbero dato valore – come indicatore di falsa fatturazione – al solo elemento relativo ai pagamenti fatti con denaro contante e di aver legittimato l’accertamento induttivo, pur in presenza di contabilità regolare e nonostante gli oneri probatori fossero, per legge, a carico dell’Amministrazione resistente.

Il motivo è infondato.
Al riguardo, la Cassazione ricorda che, in base all’articolo 39, comma 1, del Dpr 600/1973, l’inesistenza di passività può essere desunta anche sulla base di presunzioni semplici (purché gravi, precise e concordanti), senza necessità che l’ufficio fornisca prove certe.
In questi casi, secondo l’insegnamento della Corte suprema, sarà il giudice di merito, investito della controversia sulla legittimità e fondatezza dell’atto impositivo, a dover valutare, con motivazione logica e coerente – impugnabile in Cassazione non per il merito, ma solo per inadeguatezza o incongruità logica dei motivi che la sorreggono – gli elementi presuntivi forniti dall’Amministrazione finanziaria e “…solo in un secondo momento, qualora ritenga tali elementi dotati dei caratteri di gravità, precisione e concordanza, deve dare ingresso alla valutazione della prova contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato…”.

Nel merito, i giudici di piazza Cavour ritengono che “…si possa validamente dimostrare l’assenza dell’effettivo versamento della somma in contanti attraverso il collegamento tra presunzioni concordanti, quali l’assoluta mancanza di plausibilità dell’allegazione, in quanto riferita ad un importo assoggettato per la sua ingente entità ai divieti della normativa antiriciclaggio e alla conseguente necessità di una traccia documentale dell’effettivo versamento…”.

Nel caso di specie, l’ingente importo del pagamento in contanti (circa mezzo miliardo di vecchie lire), non può assolutamente considerarsi come un elemento neutro – alla luce delle pesantissime sanzioni previste per l’inosservanza delle disposizioni dettate per limitare l’uso del contante, al fine di contrastare il fenomeno del riciclaggio – con la conseguenza della legittimità del ricorso alle presunzioni contenute nel citato articolo 39 e al relativo accertamento.
Senza dimenticare, continua ancora la Cassazione, che le fatture di vendita emesse dall’altra società alla ditta ricorrente – in assenza della disponibilità del bene compravenduto, accertata dagli organi verificatori – costituisce, per i giudici d’appello, conferma della veridicità del quadro indiziario prospettato dall’Erario, stante l’impossibilità materiale dell’asserito acquisto.

Ciò premesso, chiosa da ultimo la Cassazione, “…l’atto di rettifica, qualora l’ufficio abbia sufficientemente motivato,…, è assistito da presunzione di legittimità circa l’operato degli accertatori, nel senso che null’altro l’ufficio è tenuto a provare, se non quanto emerge dal procedimento deduttivo fondato sulle risultanze esposte, mentre grava sul contribuente l’onere di dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate, senza che sia sufficiente invocare l’apparente regolarità delle annotazioni contabili, perché proprio una tale condotta è di regola alla base di documenti emessi per operazioni inesistenti o di valore di eccedente quello effettivo (Sez. 5, Sentenza cass. n. 951/2009)”.

Considerazioni finali
La sentenza in commento si allinea a un filone interpretativo relativo all’accertamento induttivo – disciplinato dall’articolo 39, comma 1, lettera d), ultimo periodo, del Dpr 600/1973, secondo cui, l’Amministrazione finanziaria può, relativamente all’accertamento dell’esistenza di attività non dichiarate o dell’inesistenza di passività dichiarate, avvalersi di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti – già fatto proprio dalla giurisprudenza di legittimità (cfr, Cassazione, sentenze n. 9784/2010, 6849/2009 e 15395/2008).

Per quanto attiene alle presunzioni – da intendersi, ai sensi dell’articolo 2727 del codice civile, come le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignoto – queste devono possedere i requisiti di gravità, precisione e concordanza di cui all’articolo 2729 del codice civile (“Le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla prudenza del giudice, il quale non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti”).
Pertanto, l’accertamento induttivo può fondarsi su presunzioni caratterizzate dalla “gravità”, intesa come ragionevole certezza dei fatti presunti (anche in termini probabilistici), “precisione”, ossia fondatezza e determinatezza dei fatti noti posti a base del ragionamento, infine “concordanza”, ovvero convergenza di più fatti noti verso la dimostrazione del fatto ignoto.
Trattasi, ovviamente, di presunzioni legali relative (iuris tantum), che ammettono la prova contraria, posta a carico dei soggetti accertati (principio dell’inversione dell’onere probatorio), che, nella fattispecie in esame, non è stata prodotta.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Lavoro oltre confine.

Per chi lavora “in terra straniera” il fisco prevede tre diverse modalità di imposizione dipendenti dal calcolo della base imponibile, che può corrispondere ai compensi effettivamente percepiti come disposto dall’articolo 51, commi da 1 a 8 del Tuir, oppure alla retribuzione convenzionale come stabilito dall’articolo 51, comma 8-bis del Tuir (lavoratori all’estero), ovvero alla somma che eccede gli 8mila euro, come previsto dall’articolo 2, comma 11, della legge n. 289/2002 (lavoratori alla frontiera).

Entrambe quest’ultime due fattispecie di lavoratori hanno in comune un dato: la “dimora abituale”. Tuttavia, occorre distinguere (anche sotto il profilo tributario) chi lavora all’estero (chi, cioè non si sposta quotidianamente dall’Italia oltre i confini nazionali) e chi lavora alla frontiera (ovvero colui che si reca giornalmente oltre i confini nazionali) [al riguardo, la lettera b) dell’articolo 1 del regolamento 1408/71/Cee in materia di sicurezza sociale definisce con il termine “lavoratore frontaliero” qualsiasi lavoratore che è occupato nel territorio di uno Stato membro e risiede nel territorio di altro Stato membro in cui rientra di massima ogni giorno o almeno una volta alla settimana].
La deroga alle disposizioni generali in base alle quali il reddito di lavoro dipendente va determinato analiticamente va individuato per i lavoratori all’estero nell’esigenza di ricondurre a sicura tassazione all’interno dello Stato i redditi in argomento. In precedenza, infatti, il totale esonero da imposizione di tali redditi (previsto dalla precedente disciplina) se da un lato scongiurava qualsiasi rischio di duplicazione di imposta dall’altro consentiva ambiti di totale esclusione nell’ipotesi in cui lo Stato della fonte non provvedesse ad assoggettare a prelievo il reddito ivi prodotto.

Disciplina convenzionale e redditi dei frontalieri
La disciplina convenzionale, tuttavia, determinando la retribuzione in modo forfetario non sempre rappresenta una normativa di favore per il dipendente espatriato in considerazione che la retribuzione convenzionale sono rappresentate da fasce che vanno da un minimo a un massimo (individuata la fascia di riferimento la retribuzione utile ai fini fiscali è rappresentata dallo scaglione più elevato).
La ratio delle disposizioni di favore per i frontalieri, invece, deve rinvenirsi nell’esigenza di tutelare il lavoratore in continua mobilità tra il luogo di residenza e il luogo di svolgimento dell’attività lavorativa.

Lavoratore all’estero
Il comma 8-bis dell’articolo 51 del Tuir dispone che il reddito di lavoro dipendente prestato all’estero in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto da dipendenti che nell’arco di 12 mesi anche "a cavallo" di 2 anni solari soggiornano nello Stato estero per un periodo superiore a 183 giorni è determinato sulla base delle retribuzioni convenzionali definite annualmente con decreto del ministro del Lavoro di concerto con quello dell’economia.
La retribuzione convenzionale da considerare per l’anno 2011 è stata definita dal decreto ministeriale 3 dicembre 2010. Tali retribuzioni si applicano a decorrere dal periodo di paga in corso al 1° gennaio 2011 e fino al periodo di paga in corso al 31 dicembre 2011.
La tassazione degli stipendi percepiti all’estero avviene, pertanto, quasi sempre soltanto in Italia (con esenzione nel Paese estero) quando si verificano contemporaneamente le seguenti condizioni:
che il lavoratore sia fiscalmente residente in Italia
che vi sia uno specifico contratto che preveda l’esecuzione della prestazione in via continuativa (senza considerevoli interruzioni) e in via esclusiva all’estero e che il lavoratore sia collocato in uno speciale ruolo estero
che nell’arco di 12 mesi, anche "a cavallo" di 2 anni solari, il lavoratore soggiorni nel Paese estero per un periodo superiore a 183 giorni
che l’Italia non abbia stipulato con lo Stato presso cui il lavoratore presta la propria attività lavorativa un accordo per evitare le doppie imposizioni (in tal caso la convenzione internazionale prevale sulle disposizioni fiscali interne).
Circa le modalità di individuazione della fascia retributiva occorre fare riferimento alla retribuzione complessiva annua del lavoratore senza tener conto di quanto il dipendente percepisce a fronte dell’assegnazione all’estero. Una volta determinata la retribuzione annua la stesa andrà divisa per 12 e confrontata con le fasce di retribuzione convenzionale previste nel decreto.

Lavoratore alla frontiera
La normativa vigente stabilisce che i redditi dei frontalieri concorrono alla formazione del reddito complessivo per l’ammontare che eccede 8mila euro. Questa esenzione è stata estesa anche per il triennio 2008, 2009 e 2010 dall’articolo 1, comma 204, della legge 24 dicembre 2007, n. 244. La franchigia di 8mila euro è stata prorogata anche all’anno 2011 dall’articolo 1, comma 7-bis, del decreto legge 30 dicembre 2009, n. 194, convertito con modificazioni dalla legge 26 febbraio 2010, n. 25.

Coordinamento con le convenzioni
Sotto il profilo tributario la normativa contenuta nel trattato che istituisce la Comunità economica europea non disponeva specifiche competenze comunitarie sull’argomento incoraggiando (genericamente) gli Stati membri a concludere accordi volti ad evitare la doppia imposizione all’interno del mercato comunitario (articolo 220, poi 293 del TCE, abrogato con il TFUE).
La disciplina della tassazione dei frontalieri, pertanto, deve essere coordinata con le specifiche disposizioni contenute nelle convenzioni stipulate con i Paesi limitrofi.

Gli accordi con Svizzera, Austria e Francia
Per quanto riguarda la Svizzera, in considerazione dell’accordo del 3 marzo 1974 e della convenzione firmata a Roma il 9 marzo 1976 e ratificata con legge n. 943 del 23 dicembre 1978, in vigore dal 27 marzo 1979, prevede la tassazione da parte del Paese in cui il reddito viene prodotto per cui i redditi in argomento continuano a essere assoggettati a imposta in via esclusiva nella Confederazione elvetica.
Per quanto riguarda gli accordi con l’Austria, l’articolo 15 della Convenzione firmata a Vienna il 29 giugno 1981 e ratificata con legge n. 762 del 18 ottobre 1984, in vigore dal 6 aprile 1985, prevede l’imposizione solo da parte dello Stato in cui il lavoratore è residente.
Per quanto concerne gli accordi con la Francia, l’articolo 15 del Trattato firmato a Venezia il 5 ottobre 1989 e ratificata con legge n. 20 del 7 gennaio 1992, in vigore dal 1° maggio 1992, prevede la tassazione esclusiva del lavoratore frontaliero nello Stato di residenza, con la precisazione che la rinuncia a imposizione da parte dello Stato della fonte è subordinata all’effettivo prelievo da parte dello Stato della residenza.

L’accordo con il Principato di Monaco
Riguardo al Principato di Monaco, non esistono convenzioni contro la doppia imposizione. Nonostante sia vigente, invece, il trattato tra Monaco e la Francia i residenti nel Principato non possono fruire degli accordi sottoscritti tra la Francia e i Paesi terzi.
Relativamente alla convenzione (jugoslava) con la Slovenia firmata a Belgrado il 24 febbraio 1982 e ratificata con legge n. 974 del 18 dicembre 1984, in vigore dal 3 luglio 1985, il Trattato prevede la tassazione da parte del Paese in cui il lavoratore risiede.
La convenzione con San Marino firmata a Roma il 21 marzo 2002 non è stata ancora ratificata. Non esistono convenzioni contro la doppia imposizione sottoscritte tra lo Stato Città del Vaticano e l’Italia. Resta ferma, tuttavia, l’esenzione dall’Irpef dei redditi frontalieri (di lavoro dipendente) prodotti nello Stato del Vaticano quando questi sono erogati dalla Santa Sede, dagli enti centrali della Chiesa Cattolica e dagli enti gestiti direttamente dalla Santa Sede.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Scritture contabili informatizzate. Nessun problema per la loro tenuta.

La legge 106/2011, di conversione del Dl 70/2011 (“decreto sviluppo”), elimina definitivamente le criticità legate alla tenuta informatica delle scritture contabili.
Una piccola digressione aiuterà il lettore a focalizzare meglio la problematica.

Con l’articolo 16, comma 12-bis, del Dl 185/2008 (“decreto anticrisi”) è stato introdotto nel corpo del codice civile l’articolo 2215-bis rubricato “Documentazione informatica”. L’intento era quello di legittimare e favorire lo sviluppo della gestione digitale di libri, repertori e scritture contabili, di cui all’articolo 2214 cc, quali libro giornale, libro inventari, libri sociali, fatture, registri Iva e le altre scritture contabili richieste dalla natura e dimensioni dell’impresa.

Al fine di attestare la regolarità delle scritture contabili, in caso di tenuta con strumenti informatici, l’articolo 2215-bis disponeva che ogni tre mesi bisognava apporre sui documenti in questione “marcatura temporale e firma digitale dell'imprenditore, o di altro soggetto dal medesimo delegato”. A tal proposito, è opportuno precisare che la locuzione “marcatura temporale”, non essendo rinvenibile nelle norme riguardanti la conservazione digitale dei documenti, debba intendersi “marca temporale”. Inoltre, dal punto di vista operativo, la sequenza corretta prevede prima l’apposizione della firma digitale e, successivamente, la marca temporale.

Purtroppo, l’intento semplificativo che il legislatore voleva introdurre presentava una serie di criticità sia dal punto di vista gestionale sia dal punto di vista della valenza probatoria attribuita ai documenti.
La problematica di carattere gestionale era rappresentata dal fatto che bisognava “sigillare”, utilizzando firma digitale e marca temporale, con cadenza trimestrale le proprie scritture contabili, operazione un po’ macchinosa anche se tecnicamente realizzabile. Ma quello che più preoccupava gli operatori del settore era la valenza probatoria dei documenti, nel senso che, per conferire al documento informatico l’efficacia probatoria prevista dall’articolo 2710 cc e dall’articolo 643 cpc, in materia di decreto ingiuntivo, era necessaria l’apposizione della firma digitale e della marca temporale ogni tre mesi. A tal proposito, è importante evidenziare che, dal punto di vista fiscale, per conservare digitalmente le scritture contabili è necessario apporre firma digitale e marca temporale con cadenza almeno annuale, ex articolo 3 del Dm 23 gennaio 2004.

Pertanto, dal punto di vista civilistico, la tenuta dei documenti secondo le modalità sopra descritte rappresenta condicio sine qua non per conferire alle scritture contabili, tenute con modalità informatiche, l’efficacia probatoria ex articoli 2709 cc (efficacia probatoria contro l’imprenditore) e 2710 cc (efficacia probatoria tra imprenditori), la stessa prevista per i documenti analogici vidimati e bollati.
Secondo questa impostazione, le scritture contabili che trimestralmente non venivano firmate digitalmente e marcate temporalmente rischiavano di perdere il valore di prova legale, per assumere il valore di una prova liberamente valutabile dal giudice. Quindi, nonostante l’abolizione della vidimazione e della bollatura (articolo 8, comma 1, legge 383/2001), alcune aziende, per conferire efficacia probatoria ai registri più importanti, quali libro giornale e libro inventari, sceglievano comunque di vidimarli e bollarli.

Ebbene, le modifiche apportate all’articolo 2215-bis cc risolvono tutte le problematiche sopra esposte e contribuiscono, inoltre, ad armonizzare tra di loro le disposizioni civilistiche e quelle fiscali.

Di seguito, evidenziata, la modifica apportata:
“Gli obblighi di numerazione progressiva e di vidimazione previsti dalle disposizioni di legge o di regolamento per la tenuta dei libri, repertori e scritture sono assolti, in caso di tenuta con strumenti informatici, mediante apposizione, almeno una volta all’anno, della marcatura temporale e della firma digitale dell'imprenditore o di altro soggetto dal medesimo delegato”.

Infine, si precisa che, se per un anno non siano state eseguite registrazioni, la firma digitale e la marcatura temporale devono essere apposte all’atto di una nuova registrazione e da tale apposizione decorre il periodo annuale.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Manovra economica 2011: le novità per il riporto delle perdite fiscali.

La Manovra economica 2011 riscrive le regole per il riporto delle perdite fiscali, ma solo per le società di capitali. L’art. 23, comma 9 del D.L. n. 98/2011 prevede che la perdita fiscale conseguita in un periodo d'imposta può essere computata in diminuzione dei redditi dei periodi successivi in misura non superiore all'80% del reddito imponibile di ciascun periodo d'imposta, per l'intero importo che trova capienza in tale ammontare. Il tetto dell’80% non riguarda, invece, le perdite generatesi nei primi tre esercizi di vita della società.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Contributi previdenziali da pagare con “F24 enti pubblici” entro il 16 del mese.

Con la Nota n. 16 del 14 luglio, l’Inpdap, l’ente di previdenza dei dipendenti della pubblica amministrazione, fornisce chiarimenti sull’obbligo introdotto dal Decreto Sviluppo 2011, di utilizzare il modello “F24 enti pubblici” per pagare i contributi previdenziali. A partire da luglio, infatti, per i versamenti che scadono questo mese si può effettuate il pagamento entro il 16, anziché entro il 15.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

domenica 24 luglio 2011

Accertamento per chi indica dati errati sugli studi di settore

Da quest’anno, in sede di compilazione dei modelli di comunicazione dei dati rilevanti ai fini degli studi di settore da allegare ad UNICO, è necessario prestare particolare attenzione alle informazioni che vanno ad indicarsi.

Infatti, tra le modifiche apportate alla disciplina degli studi di settore, la manovra correttiva (DL n. 98/2011, conv. L. n. 111/2011) ha sancito, con l’inserimento della nuova lettera d-ter) all’art. 39, comma 2 del DPR 600/73, la possibilità, da parte dell’Amministrazione finanziaria, di procedere ad accertamento induttivo extracontabile nel caso in cui:
- venga rilevata l’omessa o infedele indicazione dei dati previsti nei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti;
- oppure vengano indicate cause di inapplicabilità o di esclusione dagli studi di settore insussistenti.
In sostanza, al ricorrere delle suindicate condizioni, l’Amministrazione può determinare il reddito sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a conoscenza, con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili e di avvalersi anche di presunzioni semplici sprovviste dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.

L’accertamento induttivo, peraltro, diventa utilizzabile solo a condizione che siano irrogabili le sanzioni di cui al comma 2-bis dell’art. 1 del DLgs. 471/97, vale a dire le sanzioni per infedele dichiarazione maggiorate del 10% rispetto alle ordinarie misure minima e massima (dal 100 al 200% delle maggiori imposte accertate), qualora il maggior reddito accertato sia superiore al 10% di quanto dichiarato dal contribuente

| More

venerdì 22 luglio 2011

Procedura concorsuale e presupposti per l'intervento del Fondo di garanzia INPS.

Domanda
Il Fondo di garanzia dell'INPS interviene anche per le posizioni di previdenza complementare?

RispostaFederica Commisso
La risposta è affermativa, in quanto l'art. 5 del d.lgs. n. 80/92 ha previsto l'istituzione presso l'INPS di un apposito Fondo di garanzia contro il rischio derivante dall'omesso o insufficiente versamento, da parte del datore di lavoro insolvente, dei contributi alle forme di previdenza complementare.

Possono richiedere l'intervento del Fondo di garanzia i lavoratori subordinati che, al momento della presentazione della domanda, risultino iscritti ad una delle forme pensionistiche complementari collettive o individuali iscritte nell'apposito albo tenuto dalla COVIP o ad una forma pensionistica complementare individuale attuata mediante stipula di un contratto di assicurazione sulla vita con imprese di assicurazioni autorizzate dall'ISVAP, così come previsto dall'art. 13, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 252/05.

Le forme pensionistiche complementari non possono in nessun caso richiedere direttamente al Fondo di garanzia l'integrazione dei contributi, la domanda dovrà essere presentata dal lavoratore.

In caso di datore di lavoro assoggettabile a procedura concorsuale, i presupposti per l'intervento del Fondo sono:

a) iscrizione ad un fondo di previdenza complementare al momento della presentazione della domanda;

b) cessazione del rapporto di lavoro;

c) insolvenza del datore di lavoro, accertata mediante apertura di una delle procedure concorsuali previste dall'art. 1 del d.lgs. n. 80/92 o aperta in un altro Stato membro dell'Unione Europea;

d) accertamento dell'esistenza di uno specifico credito relativo alle omissioni contributive per le quali si chiede l'intervento del Fondo (con riferimento all'accertamento del credito si precisa che qualora l'importo dei contributi omessi non sia evidenziato nello stato passivo distintamente dagli altri crediti di lavoro, il lavoratore dovrà produrre copia dell'istanza di ammissione al passivo completa dei conteggi al fine di chiarire l'effettiva entità degli stessi).

A corredo della domanda dovranno essere allegati i seguenti documenti:

- copia di un documento di identità personale (se la domanda non è firmata in presenza di un funzionario dell'Istituto);

- modello PPC/CUR timbrato e sottoscritto dal responsabile della procedura;

- modello PPC/FOND timbrato e sottoscritto dal legale rappresentante del fondo di previdenza complementare al quale il lavoratore desidera versare i contributi;

- copia autentica dello stato passivo (anche per estratto) oppure, in caso di ammissione tardiva, copia autentica del decreto di ammissione tardiva allo stato passivo;

- attestazione della cancelleria del tribunale che il credito del lavoratore non è stato oggetto di opposizione o di impugnazione ai sensi dei commi 2 e 3 dell'art. 98 L.F. (sostituibile con analoga dichiarazione del responsabile della procedura concorsuale);

- copia della domanda di ammissione al passivo e relativi conteggi (se nello stato passivo l'importo dei contributi omessi non è evidenziato distintamente dagli altri crediti).

| More

Il gap tra investimenti e dichiarato giustifica il sequestro cautelare.

Il provvedimento di sequestro preventivo dei beni della moglie del contribuente, condannato per affari illeciti (dichiarazione fraudolenta e fatture per operazioni inesistenti), è legittimo qualora il reddito dichiarato dallo stesso e dal coniuge sia notevolmente inferiore agli investimenti effettuati.
Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza 27458 del 13 luglio.

I fatti
Nell’ambito del procedimento penale a carico del signor X, indagato in ordine ai reati di usura aggravata, associazione per delinquere finalizzata all’abusiva attività finanziaria e di dichiarazione fraudolenta, mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, nel 2007, il Gip del Tribunale di Trani disponeva il sequestro preventivo (articolo 321, comma 2, cpp) di beni immobili acquistati dall’indagato tra il 2002 e il 2006, e in parte intestati alla moglie.
Il Gip ha ritenuto, sulla base degli accertamenti espletati dalla Guardia di finanza, che tali investimenti (per oltre due milioni di euro) erano incompatibili con il modesto reddito familiare dell’indagato e che, quindi, le corrispondenti risorse finanziarie erano certamente di provenienza illecita.
Il signor X, dunque, si è visto rigettare la prima istanza di dissequestro – rigetto confermato in appello (ex articolo 322-bis cpp) – con ordinanza del Tribunale di Bari. Stesso epilogo ha ottenuto una successiva istanza, analoga alla prima.

Ma il provvedimento non ha avuto la stessa conferma dalla Cassazione che ha annullato, con rinvio, la decisione d’appello per omessa valutazione degli elementi di fatto dedotti circa l’asserita provenienza lecita delle risorse finanziarie utilizzate per gli investimenti immobiliari.

E’ intervenuto, quindi, il Tribunale di Bari adottando due ordinanze. Con la prima, interlocutoria, ha affermato la propria competenza a decidere, nonostante l’intervenuta operatività – medio tempore – di altro ufficio giudiziario (al momento della presentazione del secondo appello, infatti, era stata istituita la nuova provincia Bat e il Tribunale di Trani sarebbe stato operativo a partire dal 6 novembre 2009). Con la successiva, decidendo in sede di rinvio, ha confermato il sequestro disposto dal Gip di Trani.

Il Signor X non si è dato per vinto e ha impugnato nuovamente il provvedimento con il quale veniva confermata la misura cautelare.

Osservazioni
Due i punti rilevanti della pronuncia. Il primo, di natura processuale, riguarda l’irretrattabilità del cosiddetto foro commissorio stabilita dall’articolo 627 cpp.
Tale norma prevede che, nel giudizio di rinvio, a seguito di pronuncia di legittimità, non è ammessa discussione sulla competenza attribuita con la sentenza di annullamento pronunciata dalla Corte di cassazione. Si tratta di un “principio di ordine generale e di carattere assoluto, la cui unica eccezione è quella prevista dall'art. 25 stesso codice per il caso di sopravvenienza di fatti nuovi che comportino una diversa definizione giuridica da cui derivi la modificazione della giurisdizione o la competenza di un giudice superiore” (Cassazione, 27458/2011).

Di conseguenza, quando con propria pronuncia la Corte di cassazione individua correttamente il giudice competente a decidere – in sede di rinvio – sull’incidente cautelare reale, tale competenza non può subire modificazione una volta che il giudizio di rinvio è stato ritualmente incardinato.
Nemmeno per effetto dell’istituzione di un nuovo capoluogo di provincia e della conseguente operatività, per la cognizione della materia specifica, del Tribunale di tale capoluogo. Ciò in forza del principio della perpetuatio iurisdictionis e della irretroattività della legge processuale.

Il secondo punto rilevante della sentenza 27458 attiene, invece, all’esame dei fatti da parte della Corte.
Nonostante tra i motivi di ricorso vi sia stata l’asserita violazione dell’articolo 627, comma 3, cpp (e cioè a parere del signor X, la sentenza del Tribunale doveva essere cassata perché il giudice di rinvio aveva violato il giudicato cautelare, non essendosi uniformato alla sentenza della Cassazione per ogni questione di diritto con essa decisa), la Corte ha ritenuto che tale motivo di impugnazione si sia risolto nella sostanziale denuncia di un presunto vizio di motivazione dell’ordinanza.
Vizio che non può essere sollevato innanzi alla Corte suprema, “dovendo il sindacato di legittimità essere circoscritto, secondo l’espressa previsione dell’art. 325 cod. proc. pen., alla sola violazione di legge”.

In particolare, la Cassazione ha affermato che l’ordinanza di conferma della misura cautelare, nell’uniformarsi alla sentenza di annullamento pronunciata dalla stessa Corte, ha preso in considerazione gli elementi di fatto dedotti dalla difesa, e, dopo averli valutati nell’ambito delle complessive emergenze procedimentali, li ha ritenuti inidonei, (perché scarsamente affidabili) a giustificare la provenienza lecita degli investimenti immobiliari.
Investimenti che, piuttosto, considerata l’esigua entità del reddito familiare lecito dell’indagato, risultavano certamente riconducibili a risorse finanziarie di provenienza illecita (attività di usura, assistita da un quadro di gravità indiziaria).

Inoltre, proprio la valutazione in sede di rinvio delle risorse finanziarie del Signor X ha consentito di superare anche l’asserita violazione del giudicato cautelare, con riferimento al provvedimento con il quale il Gip di Trani aveva revocato il sequestro delle quote della società utilizzata dall’indagato quale strumento di copertura delle attività illecite.
E ciò a prescindere dal nesso tra beni sequestrati o confiscati e reato commesso.

In generale, infatti, il legislatore, nell’individuare i reati dalla cui condanna discende la confiscabilità dei beni (articolo 12-sexies, commi primo e secondo, Dl 306/1992), non ha presupposto che gli stessi beni derivino dall’episodio criminoso per cui è intervenuta la condanna, ma ha correlato la confisca alla sola condanna del soggetto che ne ha disponibilità.
E il principio trova applicazione per i reati tributari disciplinati dal Dlgs 74/2000, rispetto ai quali l’articolo 1, comma 143, legge 244/2007, ha previsto l’estensione della confisca per equivalente e del sequestro in via preventiva.
Con una particolarità. Anche per i reati tributari, i beni sequestrati o confiscati non devono derivare dal fatto criminoso commesso, ma è sufficiente, per disporre la misura cautelare reale, la sproporzione tra gli “averi” e il tenore di vita dell’imprenditore e la sua dichiarazione.

A tal proposito, “il giudice … non deve ricercare alcun nesso di derivazione tra i beni confiscabili e il reato per cui ha pronunziato condanna e nemmeno tra questi stessi beni e l’attività criminosa del condannato, dovendo la confisca essere sempre ordinata quando sia provata l’esistenza di una sproporzione tra il valore economico dei beni di cui il condannato ha la disponibilità e il reddito da lui dichiarato o i proventi della sua attività economica, e non risulti una giustificazione credibile circa la provenienza delle cose …” (Cassazione, 25894/2011).
Al fine della valutazione di tale sproporzione, inoltre, i termini di raffronto dello squilibrio devono essere accertati attraverso una ricostruzione storica della situazione dei redditi e delle attività economiche del condannato al momento dei singoli acquisti (Cassazione, 44940/2008 e 21357/2008) e non al momento in cui viene disposta la misura cautelare reale rispetto a tutti i beni presenti.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Contabilità semplificata ampliata. Più selettivo il regime dei minimi.

Riforma di alcuni regimi contabili semplificati e nuovi requisiti di accesso agli stessi sono le misure adottate per favorire la costituzione di nuove attività, da parte di giovani ovvero di coloro che perdono il lavoro, e per ridurre i costi amministrativi delle piccole e medie imprese.
In particolare, con il Dl 70/2011 (“decreto sviluppo”), convertito dalla legge 106/2011, è stato previsto, per effetto dell’innalzamento delle soglie di ricavi, un ampliamento della platea dei contribuenti che possono accedere al regime contabile semplificato di cui all’articolo 18 del Dpr 600/1973.

Secondo le nuove regole, indicate nell’articolo 7 del decreto, possono accedere al regime le società di persone e le persone fisiche, esercenti attività di impresa, che abbiano conseguito un ammontare di ricavi non superiore a 400mila euro, per le imprese aventi a oggetto prestazioni di servizi, e a 700mila euro, per le imprese aventi per oggetto altre attività (le precedenti soglie erano fissate, rispettivamente, in 309.874,14 e in 516.456,90 euro).
È da sottolineare, però, che le nuove disposizioni rivedono al rialzo soltanto le soglie di ricavi: pertanto, restano invariati i limiti di volumi d’affari per i quali è possibile fruire delle semplificazioni ai fini Iva, come, ad esempio l’effettuazione, ai sensi dell’articolo 7 del Dpr 542/1999, delle liquidazioni periodiche con cadenza trimestrale anziché mensile.

Con riguardo, invece, ai contribuenti “minimi”, l’articolo 27 del Dl 98/2011 ha introdotto, a partire dal 2012, significative novità, con particolare riferimento ai requisiti di accesso e alla tassazione. Le nuove disposizioni, le quali, come detto, puntano a favorire la costituzione di nuove imprese da parte soprattutto di giovani e di coloro che perdono il lavoro, prevedono che:
possono accedere al regime (introdotto dall’articolo 1, commi da 96 a 117, legge 244/2007) le persone fisiche in possesso dei requisiti previsti dalla previgente normativa e che intraprendono un’attività d’impresa, arte o professione ovvero che hanno iniziato un’attività dopo il 2007
il regime agevolato può essere adottato solo per il periodo d’imposta in cui l’attività è iniziata e per i quattro successivi.

In sede di conversione del decreto 98, la legge 111/2011 ha poi previsto che si potrà fruire del regime agevolato anche oltre il quarto periodo di imposta successivo a quello di inizio dell’attività ma, comunque, non oltre il periodo di imposta di compimento del trentacinquesimo anno di età.

Sono, inoltre, stabilite ulteriori limitazioni, riferibili all’attività esercitata nel periodo precedente l’adesione al regime dei minimi, similari a quelle previste a oggi per il regime fiscale agevolato per le nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo (articolo 13 della legge 388/2000). Il contribuente, infatti, non deve aver esercitato, nei tre anni precedenti, attività artistica, professionale ovvero d’impresa, anche in forma associata o familiare, né può proseguire altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo. Possono, invece, applicare il regime semplificato coloro che precedentemente hanno svolto il periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni.
Non è consentito, ai fini dell’accesso al regime agevolato, la prosecuzione di un’attività d’impresa svolta in precedenza da altro soggetto, se nell’ultimo periodo d’imposta sono stati realizzati ricavi superiori a 30mila euro.

A fronte di queste maggiori restrizioni per l’accesso al regime, la manovra correttiva prevede un sostanziale vantaggio riguardo il livello di tassazione dei redditi conseguiti. L’imposta, sostitutiva dell’imposta sui redditi e delle addizionali regionale e comunale, è stata infatti ridotta dal 20 al 5 per cento. Restano, inoltre, confermate l’esenzione dall’Irap, la non applicazione dell’Iva e le agevolazioni contabili.

Un’ulteriore agevolazione, apportata dalla manovra, riguarda la possibilità, per l’anno in cui si accede al regime dei contribuenti minimi, di calcolare l’acconto Irpef senza considerare il reddito derivante dall’attività professionale o di impresa.

E’ inoltre prevista una regolamentazione ad hoc nei confronti di coloro che, per effetto delle limitazioni illustrate, fuoriescono dal regime dei “minimi” ovvero non potranno più accedervi. Secondo le stime indicate nella relazione tecnica allegata al provvedimento, considerando le dichiarazione dei redditi presentate nel 2009, il 96% dei soggetti che hanno aderito al regime dei “minimi” non avrebbe i requisiti dettati dalla nuove disposizioni.
Si tratta delle persone fisiche che dispongono esclusivamente delle caratteristiche previste dai commi 96 e 99 dell’articolo 1 della legge 244/2007, ovvero di coloro che:
non si avvalgono di regimi speciali ai fini dell’imposta sul valore aggiunto
sono residenti nel territorio dello Stato
non esercitano specifiche attività previste dalla norma (cessioni di fabbricati o porzioni di fabbricato, di terreni edificabili, di mezzi di trasporto nuovi)
non partecipano a società di persone o associazioni, ovvero a società a responsabilità limitata che hanno esercitato l’opzione per la trasparenza fiscale
nell’anno solare precedente:
hanno conseguito ricavi ovvero hanno percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 30mila euro
non hanno effettuato cessioni all’esportazione
non hanno sostenuto spese per lavoratori dipendenti o collaboratori
nel triennio solare precedente non hanno effettuato acquisti di beni strumentali, anche mediante contratti di appalto e di locazione, per un ammontare complessivo superiore a 15mila euro.

Questi contribuenti, che presentano solo le caratteristiche dei “minimi” ante riforma, pur perdendo l’agevolazione riguardante l’imposizione sostitutiva del 5% e dovendo addebitare in fattura l’Iva, ai sensi del comma 3 dell’articolo 27 del Dl 98/2011, sono esentati dall’Irap e sono esonerati dagli obblighi di registrazione e di tenuta delle scritture contabili, rilevanti ai fini delle imposte dirette e dell’Iva, nonché dalle liquidazioni e dai versamenti periodici ai fini Iva.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

giovedì 21 luglio 2011

Quesito:sanzione redditi 730. Non dichiarato assegno di mantenimento ex coniuge.

Ho ricevuto una sanzione relativa alla dichiarazione redditi 2006, poichè non ho dichiarato nel 730 l'assegno di mantenimento, della misura di 400 euro mensili, che percepisco dal mio ex marito( anche perchèl'operatrice del Caf mi disse l'assegno di mantenimento non lo denuncia nessuno).
Mi pare di capire, leggendo il giornale, che vi è una nuova legge del 6 luglio relativa alla manovra fiscale che permette di pagare in misura minore le sanzioni fiscali. Ho capito bene?Qualora fosse possibile tutto ciò, quali passi bisogna fare? Allego di seguito il piano di ammortamnento in 8 rate che io ho richiesto all'agenzia dell'entrate.

| More

Società concessionarie: le novità introdotte dalla Manovra economica 2011.

L’articolo 23 del D.lgs. n. 98/2011, come modificato dalla Legge n. 111 del 15 luglio 2011, interviene in due punti sul regime fiscale delle società concessionarie di opere pubbliche. Innanzitutto, il testo definitivo prevede l’incremento, per le imprese concessionarie, dell’aliquota Irap dal 3,9 al 4,2%, con esclusione di autostrade e trafori. La modifica si applica a partire dal periodo d’imposta 2011. Inoltre, per le imprese concessionarie di costruzione e gestione di autostrade e trafori viene ridotto, dal 5 all’1% il limite massimo di accantonamento deducibile delle spese di ripristino e manutenzione dei beni devolvibili.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Impresa artigiana: iscrizione all’albo provinciale attraverso ComUnica.

La Legge n. 106 del 12 luglio 2011, di conversione del D.L. n. 70/2011 (c.d. “Decreto Sviluppo 2011”) modifica la disposizione relativa all’avvio di un’attività d’impresa artigiana. In particolare, la nuova lettera f sexies), comma 1 dell’articolo 6 prevede che per l'avvio di un'attività d'impresa qualificata "artigiana", il soggetto interessato deve presentare una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti richiesti mediante ComUnica. Per effetto di tale dichiarazione, l'impresa sarà iscritta all'Albo provinciale delle imprese artigiane ed annotata nella sezione speciale del Registro delle Imprese. Le Regioni definiranno poi le modalità di controllo dei requisiti, nonché di comunicazione al soggetto interessato della cancellazione / variazione, assegnando un congruo termine per la regolarizzazione ovvero per la proposizione del ricorso.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Irap: escluso il professionista collaboratore esterno dello studio associato.

Con la Sentenza n. 15805 del 19 luglio 2011, la Corte di Cassazione torna ad affrontare il tema dell’assoggettamento o meno ad IRAP degli esercenti arti e professioni. In particolare, la pronuncia affronta il caso di un contribuente che ha svolto attività professionale utilizzando saltuariamente uno studio associato, con il quale intratteneva soltanto un rapporto di collaborazione esterna. Secondo i giudici di legittimità, l’Irap versata deve considerarsi non dovuta e, come tale, va rimborsata al professionista. Infatti, nel caso di specie, si è trattato di una mera collaborazione e, quindi, di attività organizzata con l’uso di mezzi altrui, al limitato fine di attuare il rapporto collaborativo.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Collegamento negoziale elusivo. Per il registro vale la sostanza.

La messa in atto di diverse operazioni negoziali tese a realizzare, attraverso effetti giuridici parziali, un unico risultato finale traslativo, comporta, per espressa previsione dell'articolo 20 del Testo unico del registro, una sola qualificazione giuridica dell'operazione complessiva e la sottoposizione a imposta di registro in base alla natura dell'effetto giuridico finale.
Questo, in sintesi, il principio di diritto desumibile dalla recente sentenza della Cassazione, la 14367 del 30 giugno.

La vicenda processuale
La controversia decisa dai giudici di legittimità traeva origine da un avviso di liquidazione, in materia di imposta di registro, con il quale l'ufficio delle Entrate di Rimini aveva riliquidato le imposte assolte in sede di registrazione dell'atto di costituzione di una società, ritenendo che l'operazione (costituzione di società e cessione delle quote) avesse realizzato l'effetto equivalente alla vendita dell'azienda alberghiera e, pertanto, qualificava l'atto di costituzione come cessione d'azienda, applicando le imposte di registro ipotecaria e catastale sul valore dell'azienda, con esclusione della passività costituita dal mutuo ipotecario.

In particolare, l'accertamento dell'ufficio si basava sull'articolo 20 del Dpr 131/1986, il quale dispone espressamente che "l'imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente".
All'Amministrazione finanziaria, infatti, sulla base di tale disposizione, viene attribuito il potere/dovere di procedere alla corretta qualificazione giuridica dell'atto o degli atti presentati alla registrazione e di tassarli secondo lo scopo perseguito dalle parti, individuando la loro esatta natura giuridica, anche mediante il collegamento tra singoli atti dal "nomen giuridico" diverso.

L'avviso di liquidazione era stato impugnato dalla parte privata davanti alla Ctp di Rimini, sulla base di una sua asserita illegittimità e infondatezza. I giudici di prime cure avevano accolto il ricorso.
L'ufficio, quindi, proponeva appello e la Ctr dell'Emilia Romagna accoglieva il gravame, dichiarando pienamente legittimo l'operato dell'Amministrazione finanziaria.
Avverso la sentenza resa dai giudici tributari di secondo grado, la parte privata, successivamente, proponeva ricorso per Cassazione.

La pronuncia della Cassazione
La Suprema corte, respingendo i vari motivi di ricorso, ha riconosciuto che "Peraltro non pare inutile osservare che in motivazione si afferma chiaramente che il conferimento di un immobile gravato da mutuo ipotecario in una società le cui quote sono poi cedute a terzi costituisce un unico effetto giuridico rilevante ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 20, e che nell'ambito del fenomeno unitario rientra anche la costituzione del mutuo, con la implicita ma non equivoca conclusione che la costituzione del mutuo ed il successivo accollo da parte dell'acquirente non costituisce passività aziendale, ma modalità di corresponsione del prezzo".

I giudici di legittimità, continuando nel loro ragionamento logico-giuridico, hanno sottolineato, inoltre, che "nell'ambito della ricostruzione della volontà delle parti, la costituzione del mutuo ipotecario considerata unitariamente con i negozi successivi (costituzione della società, conferimento in essa tra i beni aziendali del bene ipotecato, cessione delle quote a terzi) configura un aspetto dell'unico negozio ritenuto in concreto esistente, ovvero la cessione di azienda, frazionato allo scopo di eludere la imposizione fiscale, e nell'ambito di tale disegno unitario la assunzione del mutuo costituisce atto elusivo posto in essere al fine di fare apparire una passività in concreto inesistente, in quanto con il metodo adottato (costituzione del mutuo ed incasso del relativo ammontare da parte dei cedenti, accollo del mutuo sull'immobile conferito in società da parte dei cessionari) si cela la corresponsione di una parte di prezzo relativa al bene aziendale compravenduto".

I giudici di piazza Cavour, sulla base delle riportate considerazioni, hanno, quindi, concluso per il rigetto del ricorso presentato dalla parte privata.

La funzione antielusiva dell'articolo 20 nell'evoluzione giurisprudenziale e normativa
E' importante notare che la pronuncia della Cassazione annotata non è isolata, ma anzi si inserisce - in maniera puntuale e appezzabile - in un consolidato filone giurisprudenziale, sia di legittimità (sentenze 2713/2002 e 10660/2003) sia di merito (Ctr Emilia Romagna 34/2006, 55/2007, 75/2007, 26/2008 e 53/2009; Ctp Firenze 150/2007 e 90/2009; Ctp Ravenna 223/2008; Ctp Reggio Emilia 190/2009; Ctp Milano 26/2010 e Ctr Piemonte 45/2010), teso a colpire in modo deciso ed efficace i fenomeni elusivi dell'imposta di registro, attuati per mezzo del collegamento negoziale di più atti giuridici, attraverso l'applicazione dell'articolo 20 del Dpr 131/1986.

Sulla portata antielusiva del citato articolo 20 si erano, infatti, già espressi i giudici di legittimità con la decisione 14900/2001, secondo cui "La funzione antielusiva (...) sottesa alla disposizione in esame, emerge dunque con chiarezza, mentre l'insistito richiamo all'autonomia contrattuale e alla rilevanza degli effetti giuridici dei singoli negozi (e non anche di quelli economici, riferiti alla fattispecie globale), restando necessariamente circoscritto alla regolamentazione formale degli interessi delle parti, finirebbe per sovvertire gli enunciati criteri impositivi".

In altri termini, l'Amministrazione finanziaria, fermo restando la libertà contrattuale prevista dall'articolo 1322 cc, deve applicare l'imposta di registro in base all'effetto pratico che è stato conseguito dal collegamento funzionale di più atti e contratti che, nella loro individualità, ne conservano la validità civilistica.
Diversamente, relegando l'attività dell'interprete ai soli elementi desumibili dall'atto, si finirebbe per operare prelievi di imposta diversi a fronte di medesimi fini concreti realizzati, violando così i principi costituzionali di uguaglianza, di capacità contributiva e di imparzialità.
La necessità di valutare il profilo sostanziale del negozio realizzato tra le parti si riflette anche nell'opportunità di estendere l'attività interpretativa a elementi extratestuali o al collegamento tra più atti.

Non è di ostacolo alla riqualificazione ex articolo 20 il ricorso al "collegamento negoziale" tra più atti. Al riguardo, la Suprema corte (sentenza 13580/2007) ha ritenuto, infatti, che "ai fini dell'applicazione dell'imposta di registro, il criterio fissato dall'art. 20 del DPR n. 131/1986, dell'intrinseca natura e degli effetti giuridici degli atti comporta che, nell'imposizione di un negozio, deve attribuirsi rilievo preminente alla sua causa reale ed alla regolamentazione degli interessi effettivamente perseguita dai contraenti, anche se mediante una pluralità di pattuizioni non contestuali".

Un'operazione, pertanto, deve essere valutata nel suo complesso, ancorché essa sia formalmente articolata in più atti, costituenti, secondo la felice definizione data dalla stessa Corte, una "operazione spezzatino" (sentenze 24552/2007, 10273/2007, 11769/2008, 9163/2010, 9162/2010 e 9492/2010).

E', quindi, evidente come gli uffici debbano procedere all'interpretazione di un atto non limitandosi al solo contenuto dell'atto stesso, ma facendo riferimento anche a elementi extratestuali nonché a eventuali collegamenti negoziali con atti diversi.

Infine, giova evidenziare come la possibilità di fare riferimento a elementi extratestuali nell'interpretare gli atti presentati alla registrazione risulta ora rafforzata dall'articolo 53-bis del Dpr 131/1986, introdotto dal Dl 223/2006, che ha, appunto, esteso anche alle imposte di registro, ipotecarie e catastali, le attribuzioni e i poteri di controllo riconosciuti all'Amministrazione finanziaria, nell'ambito delle imposte dirette, dagli articoli 31, 32 e 33 del Dpr 600/1973.
E' evidente, infatti, che il riconoscimento, anche nell'ambito di tali tributi indiretti, di così ampi e penetranti poteri istruttori può consentire al Fisco di riqualificare le operazioni poste in essere al di là del loro tenore letterale.


Fonte: Agenzia Entrate

| More